Categoria: Piemonte

Il CAOS perfetto, l’alibi per una pessima politica
QUARTA PUNTATA – LA SCUOLA

La storia del sistema scolastico italiano parte dal 1861 con l’Unità d’Italia. Era stato riformato e uniformato in tutta Italia a quello piemontese, come previsto dalla legge Casati entrata in vigore appunto nel 1861, in risposta all’alto tasso di analfabetismo (circa il 75%dalla popolazione). La legge prevedeva la coscrizione obbligatoria, sostituendo la Chiesa Cattolica, l’unica, da secoli, a occuparsi dell’istruzione.

Nel primo dopoguerra, la scuola, per oltre sessant’anni è stata terreno di conquista politica dei partiti della sinistra, ovvero; il  P.C.I., simbolo storico dei comunisti, quindi P.D.S. poi D.S., costola del P.D.S. e altri marchi “mascherati” sotto diverse forme “vegetali”, la “Quercia e “l’Ulivo. Sono nomee di comodo, acquisite per mescolare le carte ma sono sempre gli stessi comunisti. L’occupazione di questo partito, durata molti decenni (particolarmente in Piemonte), ha operato secondo la loro dottrina di rigido livellamento dei programmi e pianificazione culturale.

Difficile da credere ma nella realtà è stata bellamente inserita in un modo soffuso nei programmi e a volte nei libri, una scuola di partito, applicando il suo sistema arcaico un po’ annacquato: il marxismo. Si è lavorato soprattutto a ritroso, con poca istruzione, il minimo necessario, abbassando la qualità dei programmi portandoli ai livelli dei primi anni ottanta, già in previsione di un allargamento delle maglie dell’accoglienza, permettendo un massiccio arrivo di extracomunitari illegali, in nome di un sostantivo tanto amato dai piemontesi: la “solidarietà”.

La sventatezza e l’incapacità di ministri e assessori crearono grande confusione nei programmi scolastici, causa l’inserimento di questi bambini stranieri, a volte analfabeti, stravolgendo programmi costituiti, rallentando e complicando il normale corso degli studi. Questo malessere era subito bollato dall’ottusità dei politici, quale “razzismo”, niente di più sbagliato.

Questa “istituzione” ha una storia. Perché tale è la Scuola;l’Istituzione più” per l’importanza che essa riveste in uno Stato che si autodefinisce “civile”. Istituzioni come la Giustizia, la Magistratura, il Parlamento, l’Università e molte altre, ognuna nella propria forma specifica.

Possiamo dividerla in due distinti sistemi sociali: “primitiva” e “complessa”.

Primitiva, se è una società governata da pochi eletti, con un capo che, in genere, è l’anziano della tribù o del villaggio. Non esiste nessuna tutela della salute, la quale è affidata a stregoni, maghi o sciamani; non vi sono scuole e i bambini assimilano i costumi e le credenze religiose vivendo in famiglia.

Quando gli agglomerati crescono, le comunità si amplificano e via, via con aree abitate sempre più ampie; le società d’individui diventano “complesse”, poiché s’incrementano aumentando di popolazione; il villaggio diventa un paese, il paese si trasforma in città, è tutto un fervore. La crescita stimola le idee, le iniziative creano lavoro e si aprono negozi, officine, laboratori di artigiani nei loro mestieri, e altre svariate attività. A questo punto cresce un’esigenza diversa. Si rivelano indispensabili i servizi essenziali, quali; l’ordine pubblico, il medico, un piccolo ospedale, la chiesa, e una scuola, perché i bambini imparino e s’istruiscano. È un continuo, intenso fermento operoso: è il progresso che avanza. S’incrementa l’agricoltura, il commercio. Poi arrivano le industrie, la ferrovia, i trasporti, gli operai specializzati, i tecnici, indi gli ingegneri, gli architetti, persone istruite, di cultura e la scuola deve rispondere a tutti questi figli, adeguarsi prontamente con insegnanti e professori più preparati; studiare richiede tempo e gli orari scolastici aumentano progressivamente.

Ecco che la scuola assume un ruolo fondamentale nella società come istituzione pubblica con la coscrizione obbligatoria imposta dalla legge Casati. Non bastano più le elementari, si aggiungono le medie, i licei, le università. Il suo ruolo prende corpo e si amplifica.

È il momento dell’assunzione di grandi impegni e responsabilità, il suo compito è di formare in modo adeguato gli allievi, prepararli a “entrare” in questa società complessa con le opportune conoscenze per rispondere alle nuove esigenze culturali e sociali in tutto il paese, non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli comuni, nelle frazioni e per questo abbisogna di un’organizzazione capillare adeguata.

Si tratta di un compito irto di difficoltà, poiché il sistema era stato il medesimo che il Piemonte aveva adottato per l’unificazione della penisola, ovvero sul modello del Regno di Sardegna di stampo“Sabaudo”. Modello che aveva incontrato subito notevoli problemi d’applicazione per lo scontro con culture e consuetudini molto diverse nella penisola, perché la rigida disciplina d’insegnamento di derivazione militare, non trovava proseliti al Centro, soprattutto al Sud del paese.

Tuttavia questo modello, se confrontato all’oggi, aveva grosse lacune. « La scuola materna non esisteva, era affidata all’iniziativa privata; mentre la scuola elementare, destinata alle sole classi popolari, era poi stata gradualmente prolungata a  tre, a sei e finalmente a otto anni ma non dava accesso ad altri studi; il ginnasio-liceo di otto anni, cioè la scuola media secondaria, destinata alle classi dirigenti, iniziava a undici anni, con un esame d’ammissione e accoglieva ragazzi istruiti in famiglia e anche alunni della quinta classe della scuola elementare che, attraverso l’esame, avessero dimostrato di poter affrontare studi ulteriori. Il ginnasio-liceo dava accesso all’università. Soltanto nell’ultimo mezzo secolo il nostro sistema scolastico, attraverso una lunga serie di trasformazioni era diventato unitario, addirittura unico da sei a dodici anni e si era poi articolato in modo da soddisfare tutte le esigenze moderne d’istruzione ». (Tratto da l’introduzione di Raffaele Laporta, dal volume  la “Storia della scuola” di Saverio Santamaita, ediz. Bruno Mondadori).  

Ma le società “complesse” costano, perché i servizi costano e occorre investire molto denaro nella scuola, perché essa possa guardare lontano e lo Stato deve essere pronto per operare insieme a politici intelligenti e ben preparati. Non dimentichiamo che nella storia istituzionale della scuola si riflette uno spaccato della storia italiana, che con fatica cercava di acquisire la coscienza di essere uno Stato.

Tuttavia, col tempo, lo sviluppo crea benessere ma nascono anche differenze che creano attriti fra le classi sociali. Inizia un periodo storico di conflitti in nome di un antipatico sostantivo: il “classismo”. Esso genera divisioni nella politica, subito la sinistra coglie il clima di tensione e interviene attraverso il sindacalismo che fa suo lo slogan: “lotte sociali”. Per le scuole italiane inizia un lungo periodo in cui l’istruzione, intesa come “sapere” cede il passo al grigiore della mediocrità.

Una data importante è il 31 maggio 1974, quando il Presidente della Repubblica Mariano Rumor emana i “decreti delegati”, che prevedevano l’entrata dei genitori nella gestione dell’organizzazione scolastica, anche nei programmi di studio. Il dibattito politico, aveva segnalato la necessità, nella scuola, di una più ampia gestione, democratica e condivisa. Sono stati questi decreti la causa del tracollo della scuola, intesa quale fonte d’istruzione seria. Subito i cambiamenti arrivarono; in ogni scuola si predisponeva un’aula atta alla bisogna. In realtà la funzione di questo locale era di una sede decentrata del P.C. che affiancava le Circoscrizioni della città.

Dopo una lunga battaglia, i comunisti avevano vinto ancora una volta.

Causa il virus Covid 19, la scuola ha viaggiato a ritroso ritornando nel pieno degli anni ’70, quando gli insegnanti regalavano il sei (6) di Stato; tutti promossi. Inoltre, tenendo conto delle attuali, precarie condizioni di salute, da quegli anni a oggi la scuola è ancora peggiorata. All’uscita dalla guerra i programmi scolastici del regime sono stati cambiati ma gli insegnanti sono rimasti, come sono rimaste le tracce lasciate dalle immagini del Duce e del Re sui muri. Tuttavia, contava docenti non di primo pelo, usciti da una dittatura ma culturalmente preparati all’insegnamento. Il sottoscritto nel’44 aveva sei anni e frequentavo la 1° elementare; rammento ancora i loro insegnamenti e quando li rivedo nelle foto provo un po’ di nostalgia.

Ricordo ai corti di memoria, che da circa sessant’anni, con la “nuova” Repubblica, i comunisti hanno fatto molta strada, per cui, nelle scuole di ogni ordine e grado, si è insegnato con docenti preparati con un modello d’istruzione prodotto da una sinistra di stampo “comunista” mirato a un livellamento; ossia di pianificazione verso il basso, (istruzione ma non troppo, insegna il partito), quindi abbiamo almeno due generazioni nutrite con questi principi e in costoro vige la cultura di gruppo. Niente competizione nella scuola, nella vita, nel lavoro, nello sport e il calcio è l’optimum, quindi, niente meritocrazia, la promozione è garantita, accesso alla vita senza ostacoli, problemi vari discussi in gruppo; sembra tutto facile, come fosse un gioco, lo è stato per anni; ma la realtà che si presenta oggi non è così, occorre volgere lo sguardo altrove e per i giovani capaci è meglio la fuga.

Intanto un altro dramma colpisce la scuola: lo “jus soli”, subito accolto dalle sinistre italiane.

(Ius soli (in latino «diritto del suolo») è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori). (Da Wikipedia).

Giuseppe De Lorenzo ci informa, con un vecchio, ma sempre attuale articolo del 28/09/2017 dal titolo; Lo spot allo ius nel libro di scuola:“Immigrati sono indispensabili”, da un libro dell’Editore Loescher di Torino, che è stato adottato da alcuni istituti italiani di scuole medie. Scrive De Lorenzo nella sua indagine:

«In questi anni infatti pare vada di moda sponsorizzare l’immigrazione sin dalla pubertà. Volete un esempio? Eccovi serviti. Prendete la collana “Zoom. Geografia da vicino” edito dalla Loescher Editore di Torino. I tomi scritti a tre mani da Luca Brandi, Guido Corradi e Monica Morazzoni vengono proposti per le scuole secondarie di primo grado (tradotto dal burocratichese: le medie). In prima si studia “Dall’Italia all’Europa”, in seconda “L’Europa: Stati e istituzioni” e in terza “I continenti extraeuropei”. Nulla da dire sulla qualità del prodotto. Sembra tutto nella norma, eppure sfogliandolo pagina dopo pagina si arriva a scoprire che presenta gli stranieri come una “indispensabile” risorsa per il Belpaese e che sponsorizza, velatamente, l’approvazione dello ius soli.

Vi chiederete: perché un testo scolastico dovrebbe spiegare ad un bambino di 11 anni che l’immigrazione è cosa buona e giusta? Risposta logica: non c’è motivo. Eppure succede. Acquistando “Zoom. Geografia da vicino” per la prima media, infatti, i genitori ricevono a casa anche un piccolo tomo intitolato “In prima!”, una sorta d’introduzione allo studio della materia. Alle pagine 31 e 32 gli autori hanno inserito alcuni esercizi in cui l’ignaro studente può provare a mettere in pratica i consigli su “come leggere i testi non continui” (tradotto: le tabelle). Il brano proposto è stato estratto dalla pagina 182 del “tuo libro di geografia” e non elenca le province dell’Umbria o i confini della Lombardia, ma parla di migranti (perché? Mistero). “Oggi l’Italia è il quinto Paese europeo per numero di residenti stranieri”, si legge. E ancora: “Secondo i dati dell’ultimo censimento 2011 (…) gli stranieri residenti in Italia sono circa 4,5 milioni, il triplo di dieci anni prima”. Ma il meglio arriva alla pagina successiva. La tabella viene divisa in due: da una parte la foto di un barcone carico di disperati “al largo delle coste italiane” (incredibilmente chiamati col loro vero nome: “Immigrati clandestini”); dall’altra il paragrafo intitolato Una presenza indispensabile. Il contenuto è un inno al pensiero unico: “Ormai quindi l’Italia è terra d’immigrazione e gli immigrati sono una presenza indispensabile, soprattutto in alcuni settori lavorativi come l’edilizia, il lavoro domestico, l’assistenza a bambini e anziani”. Manca solo il classico ritornello del “ci pagano le pensioni” per chiudere il cerchio. Ma per ora meglio puntare sullo ius soli: “La convivenza tra italiani e stranieri – si legge infatti – non è sempre facile e non sempre la legge italiana favorisce l’integrazione”. Che brutta cosa, penseranno gli studenti. E come mai la coabitazione è così complessa? Per via dei reati commessi dagli stranieri? Macché. Tutta colpa dell’assenza dello ius soli. “Ad esempio – spiegano gli autori agli ignari pargoletti – i figli di stranieri nati in Italia continuano a non aver diritto alla cittadinanza italiana, anche se vivono nel nostro Paese da sempre”. Molto commovente e di certo convincente per alunni che ancora non hanno sviluppato senso critico».

Se questi sono gli editori che producono “cultura”, ebbene, preferiamo le lezioni di un anziano capo tribù africano…

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TERZA PUNTATA – IL FEDERALISMO DI ASSAGO

In questo articolo viene presentato il progetto del Federalismo di Assago. Il tema del Federalismo è già stato trattato in questo blog con altri due articoli di approfondimento: Italia, timida voglia di autonomia e Italia, timida voglia di autonomia – APPROFONDIMENTO

Un progetto serio dimenticato: Il Federalismo di Assago. (tratto da Wikipedia).

Il decalogo di Assago è un documento redatto da Gianfranco Miglio con il contributo dei collaboratori della Fondazione Salvatori, presentato al secondo congresso della Lega Nord il 12 dicembre 1993 (che si svolse, appunto, ad Assago). Esso è costituito da una serie di punti atti al superamento della Repubblica italiana e la sua rifondazione su basi federali.

Il testo

Art. 1 – L’Unione Italiana è la libera associazione della Repubblica Federale del Nord, della Repubblica Federale dell’Etruria e della Repubblica Federale del Sud. All’Unione aderiscono le attuali Regioni autonome di Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e del Friuli-Venezia Giulia.

Art. 2 – Nessun vincolo è posto alla circolazione ed all’attività dei cittadini delle Repubbliche Federali sul territorio dell’Unione. Tale libertà può essere limitata soltanto per motivi di giustizia penale.

Art. 3 – Le Repubbliche Federali sono costituite dalle attuali Regioni, sia a Statuto ordinario che speciale; le Regioni a Statuto ordinario gestiscono le stesse competenze attualmente attribuite alle Regioni a Statuto speciale. Plebisciti definiranno l’area rispettiva delle tre Repubbliche Federali.

Art. 4 – Ogni Repubblica Federale conserva il diritto di stabilire e modificare il proprio ordinamento interno; ma in ogni caso la funzione esecutiva è svolta da un Governo presieduto da un Governatore eletto direttamente dai cittadini della Repubblica stessa.

Art. 5 – La Dieta provvisoria di ogni Repubblica Federale è composta da cento membri, tratti a sorte fra i consiglieri regionali eletti nell’ambito della Repubblica medesima. Secondo la Costituzione definitiva la Dieta sarà eletta direttamente dai cittadini. Le Diete riunite formano l’Assemblea Politica dell’Unione. La funzione legislativa spetta esclusivamente ad un altro Collegio rappresentativo, formato da 200 membri, eletti da tutti i cittadini dell’Unione e articolato in una pluralità di corpi e competenze speciale.

Art. 6 – Il governo dell’Unione spetta ad un Primo Ministro, eletto direttamente dai cittadini dell’Unione stessa. Egli esercita le sue funzioni coadiuvato e controllato da un Direttorio da lui presieduto e composto dai Governatori delle tre Repubbliche Federali e dal responsabile del Governo di una delle cinque Regioni che per prime hanno sperimentato un’autonomia avanzata, cioè quelle indicate come Regioni a Statuto Speciale, che ruotano in tale funzione. Le decisioni relative al settore economico e finanziario, e altre materie indicate tassativamente dalla Costituzione definitiva, devono essere prese dal Direttorio all’unanimità.

Art. 7 – Il Governo dell’Unione è competente per la politica estera e le relazioni internazionali, per 1a difesa estrema dell’Unione, per l’ordinamento superiore della Giustizia, per la moneta e il credito, per i programmi economici generali e le azioni di riequilibrio. Tutte le altre materie spettano alle Repubbliche Federali ed alle loro articolazioni. Il Primo Ministro nomina e dimette i Ministri i quali agiscono come suoi diretti collaboratori; la loro collegialità non riveste alcun rilievo istituzionale. Il primo Ministro può essere deposto dal voto qualificato dell’Assemblea Politica dell’Unione.

Art. 8 – Il sistema fiscale finanzia con tributi municipali le spese dei Municipi medesimi. Il gettito degli altri tributi viene ripartito fra le Repubbliche Federali in funzione del luogo dove la ricchezza è stata prodotta o scambiata, fatte salve la quota necessaria per il finanziamento dell’Unione e la quota destinata a finalità di redistribuzione territoriale della ricchezza.

Art. 9 – Nei bilanci annuali e pluriennali dell’Unione delle Repubbliche Federali deve essere stabilito il limite massimo raggiungibile dalla pressione tributaria e dal ricorso al credito sotto qualsiasi forma. Le spese dell’Unione, delle Repubbliche Federali, delle Regioni e degli Enti territoriali minori e di altri soggetti pubblici, non possono in alcun momento eccedere il 50% del prodotto interno lordo annuale dell’Unione. La Sezione economica della Corte Costituzionale è incaricata di vegliare sul rispetto di questa norma e di prendere provvedimenti anche di carattere sostitutivo.

Art. 10 – Le Istituzioni e le norme previste dalla Costituzione promulgata il 27 dicembre 1947, che non siano incompatibili con la presente Costituzione Federale provvisoria, continuano ad avere vigore, fino all’approvazione, con Referendum Popolare, della Costituzione Federale definitiva.

Conseguenze politiche

Il progetto venne fatto proprio dalla Lega Nord solo marginalmente: il segretario federale, Umberto Bossi, preferì infatti seguire una politica di contrattazione con lo stato centrale che mirasse al rafforzamento delle autonomie regionali.

Nel 1994 il professore lasciò il partito, non condividendone le scelte politiche. Nonostante ciò, moltissimi militanti e sostenitori leghisti continuarono a provare grande simpatia e ammirazione per il professore e per le sue teorie.

Il 12 dicembre 1993, il sottoscritto era presente alla presentazione del “Modello di Costituzione Federale per gli Italiani”. Un progetto per una nuova Italia non voluto da forze con radici oscure.

Modello di Costituzione Federale per gli Italiani

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SECONDA PUNTATA – LE AZIENDE E IL COMUNISMO IN ITALIA

Il tutto “italiano” improvvisamente. Una grossolana falsità in sole tre righe.

Il prodotto “tutto italiano”, come si affanna a comunicare la solita TV nei suoi spot pubblicitari, non esiste, non c’è; è sufficiente entrare in un supermercato o in una ferramenta per rendersene conto. Un’antica massima dice che la “menzogna ripetuta all’infinito si trasforma in realtà”.

Le aziende italiane un tempo prime nel mondo, oggi schiacciate o vendute.

Dopo oltre un trentennio di sistematica persecuzione sindacale alle imprese e l’incontrollato trapasso di molti nostri gioielli industriali a gruppi stranieri, i quali, attraverso le frequenti “ristrutturazioni”(che in genere prevedevano il taglio degli occupati) e ridotto le commesse al settore delle piccole, medie imprese e artigianato, hanno avuto, quale unico risultato finale un forte calo occupazionale (sempre contenuto dalla C.I.G.) e in molti casi, con la svendita dell’azienda da parte dei nuovi proprietari che, talvolta, prima di fuggire, tentano di appropriarsi del prezioso marchio.

Storia del partito comunista bolscevico

Tuttavia vanno riconosciute le colpe anche ai figli eredi di grandi industrie e a manager incapaci, senza una visione del futuro che, in definitiva, con la complicità della politica, hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale. Dobbiamo inoltre ammettere che alcuni grandi vecchi dell’industria non hanno trovato degni eredi e tantomeno manager capaci di gestire saggiamente le loro aziende. Due generazioni cresciute comodamente sotto l’ombrello dei padri fondatori, che alla loro scomparsa, in breve tempo, hanno preferito vendere a stranieri ingordi i gioielli di famiglia creati con enormi fatiche. E i sindacati? Costatando i risultati è meglio stendere un nero manto pietoso su costoro. “Nel nostro secolo, un paese che non possegga una grande industria manifatturiera, l’industria in senso stretto, rischia di diventare una sorta di colonia, subordinata alle esigenze economiche, sociali e politiche di altri paesi che tali industrie posseggono”. (Luciano Gallino). Ed è proprio quello che è accaduto.

La politica nei miti del comunismo italiano. Il Piemonte: ma com’è potuto accadere tutto questo? Lo vediamo in un breve excursus.

Nel 1946, il libro (di ben 500 pagine) di cui vedete la copertina, circolava in tutte le sedi del P.C. torinese, negli stabilimenti FIAT e in tutte le fabbriche e officine metal/meccaniche. Per gli operai era la bibbia che in quegli anni imperava.

 Il simbolo storico del Partito Comunista Italiano.

Soprattutto il primo dopoguerra è stato un’importante scuola di vita per quella generazione che la guerra l’ha vissuta. La molla che ha fatto scattare questa voglia di rinascita è stata la fine della dittatura e la riacquistata libertà. Il denaro del piano Marshall ha dato un notevole aiuto ma ha fare il salto di qualità sono state le idee, capacità di realizzarle e la grande voglia di riscatto del popolo italiano. Sino alla metà degli anni sessanta la macchina piemontese produceva lavoro a pieno ritmo e il “doppio lavoro” aveva creato benessere diffuso. Ricordo come fosse ieri il 6 maggio 1961, all’inaugurazione dell’esposizione internazionale per il centenario dell’unità d’Italia, quando noi alpini sciatori del “Battaglione Aosta”, in tuta bianca, sfilavamo orgogliosi in “ordine chiuso” di fronte al presidente Gronchi e ai vari ospiti europei e americani, allibiti e ammirati dal “miracolo economico italiano” operato in appena un decennio. Oggi ricordiamo quel giorno con in bocca l’amaro fiele della delusione nel vedere com’è ridotta l’Italia, senza nemmeno un esercito di leva da mostrare al paese i suoi giovani pronti alla difesa della patria. Oggi abbiamo si un esercito ma di disoccupati nullafacenti.

 

Simbolo del P.C.I

Dopo questo flash nostalgico riprendo la parabola “italiana” sul “lavoro” (ricordo che questo sostantivo va inteso quale attività produttiva in cambio di un compenso), soprattutto piemontese e torinese, luogo in cui si sono svolte le più cruente battaglie politiche, con morti e feriti.

Dopo quel periodo di grande fermento lavorativo arrivano gli “anni di piombo”, del 1967/68/69; in cui le battaglie sindacali e il partito comunista raggiungono il parossismo e la pura violenza con l’occupazione delle fabbriche, in particolare negli stabilimenti FIAT, dove il P.C. spadroneggia con i suoi sindacalisti,inneggiando allo sciopero.

Simbolo delle Brigate Rosse

Intanto nel 1969 nasce “Lotta continua” da una scissione all’interno del Movimento operai-studenti di Torino. L.C. è un movimento di orientamento comunista che trasforma la lotta in una sorta di guerriglia urbana, a volte in contrasto con il P.C.. Il movimento conta due giovani militanti morti; Walter Rossi, caduto durante scontri a Roma con dei neofascisti e il 1° ottobre 1977, durante una manifestazione antifascista, organizzata a Torino per denunciare l’assassinio di Roma, un gruppo di militanti incendia un bar ritenuto ritrovo di militanti di destra; nel rogo resta ferito Roberto Crescenzio, che morirà due giorni dopo per le gravi ustioni riportate.

Il braccio con pugno, simbolo di Lotta Continua.

Poi arrivano gli anni 1975/76/77, periodo che s’incrocia con il terrorismo assassino delle “Brigate Rosse”. In questi anni Torino era diventata un caposaldo comunista e il centro operativo della guerriglia più spietata da parte dei brigatisti. Costoro colpivano a morte avvocati coinvolti nei loro processi e poliziotti del N.a.t.(Nucleo antiterrorismo).

Il 28 aprile 1977 un nucleo armato di tre uomini e una donna uccidono il presidente dell’ordine degli avvocati Fulvio Croce;  il 16 novembre del 1977 colpiscono ancora con l’attentato mortale al   vice-direttore della STAMPA Carlo Casalegno, gambizzato e morto dopo 13 giorni di agonia. Continua la catena di uccisioni a Torino; il 10 marzo 1978, alla fermata del tram di Corso Belgio, a pochi passi da casa sua è ucciso a colpi di mitra e pistola il maresciallo Rosario Berardi. Il Berardi, in precedenza, aveva fatto parte del N.a.t., nucleo antiterrorismo torinese e impegnato nelle inchieste contro gruppi eversivi neofascisti quali Ordine Nero e Ordine Nuovo; era stato ucciso per vendetta o era per colpire lo Stato?

Ancora “Le Brigate Rosse” rapiscono Aldo Moro a Roma, poi ritrovato ucciso nella bagagliera di un’auto il 9 maggio 1978 dopo 55 giorni di prigionia.

Qualche opportuna informazione sul Piemonte rosso.

È stata la Regione che ha costituito da casa a una miriade di movimenti (circa un centinaio), quasi tutti con ideologie di estrema sinistra, comunismo, marxismo, operaismo, altri con queste dottrine un po’ altalenanti. Ne mostro alcuni, i più conosciuti. (Tratti da Wikipedia e Feedback).

Simbolo Terza Posizione

Terza Posizione
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

Partito Marxista, Leninista Italiano

Partito Marxista, Leninista Italiano
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

P.C. Internazionalista

P.C. Internazionalista
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

Partiti di sinistra comunista

Partiti di sinistra comunista
Immagine tratta da ilpartitocomunista.it

 

Uno slogan di Potere Operaio
Immagine tratta da www.starwalls.it

Questa “mostra” è all’insegna dei simboli politici di una Torino “comunista”.

L’enorme base operaia di Torino, in quegli anni poderosa città industriale unica in Italia, era stato il facile obiettivo su cui  mirare tutte le proteste e le cruente lotte sindacali/politiche del P.C e dei gruppi della sinistra estrema (periodo che va circa dalla metà degli anni ’60, ai primi anni ’80).

Il “lavoro operaio” si era trasformato in un’interpretazione filosofico/politica dei comunisti, del P.C. e dei movimenti di estrema sinistra italiani.

Costoro non vengono mai sconfitti, sono come un dolce veleno che uccide. La battaglia è quasi impossibile, perché devono essere annientati, ma anche così, qualche virus letale resta.

Serve un’opposizione durissima, aspetto che non si coglie nell’attuale, parolaia e inconcludente.

Il basso livello di scolarità imposto in quegli anni e una divulgazione capillare nelle fabbriche delle ideologie marxiste, sono i motivi che hanno prodotto i peggiori guasti nel sistema economico e nel mondo del lavoro in generale. Celebre una frase di Karl Marx I comunisti possono riassumere le loro teorie in questa proposta: abolizione della proprietà privata.” — Karl Marx.

Marx mostra con  agghiacciante chiarezza l’idea catastrofica del suo concetto politico.

La monarchia in Italia nata torinese/piemontese, ha prodotto, per logica condizione, disposizioni e leggi monarchiche relative al lavoro, d’altra parte era l’assolutismo di quel tempo, quale le altre monarchie europee. Monarchia e soprattutto il fascismo hanno variato questa “condizione”.

In periodo fascista la prima “Carta del Lavoro” è varata nel 1927. Si tratta di una derivazione della “Carta di Carnaro” del 1920, creata dall’interventismo dei “Fasci rivoluzionari di sinistra” e dalla quale furono escluse tutte le istanze democratiche/libertarie, poi riprese successivamente dalla Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.). Si rivelavano già i primi palpiti di una sinistra latente, viva.

Dopo laboriose trattative, anche da parte dell’antifascismo i Patti erano accettati e l’11 febbraio 1929 si firmavano gli accordi fra Stato e Chiesa detti “Patti Lateranensi”. Si compongono di due parti: la prima è il Trattato Internazionale con Roma capitale e riconosciuta la sovranità dello Stato della Città del Vaticano. La seconda parte è costituita dal “Concordato” che regola i rapporti fra Chiesa e Regno d’Italia.

“Nell’agosto del 1938, c’era stato un incontro in Svizzera tra un monsignore della Curia e due esponenti del Partito comunista in esilio; questi ultimi rassicuravano l’interlocutore che non avrebbero messo in discussione il trattato ma solo il concordato. Posizione, che nel 1943, sarebbe stata riconfermata dal comunista Giorgio Amendola al direttore dell’Osservatore Romano”.

La destra storica, trasformatasi nel 1882 nel Partito Liberale Costituzionale (P.L.C) è stato uno schieramento politico che ha governato ininterrottamente l’Italia dal 1849 al 1876.

La destra storica aveva dato alla neonata Italia, un’economia basata sul libero scambio. Un altro grave problema che affliggeva il paese, la difformità legislativa lungo la penisola, era stato risolto mediante l’accentramento dei poteri (accantonando i progetti di autonomie locali proposti da Marco Minghetti), estendendo la legislazione piemontese a tutta la penisola e dislocandovi in modo capillare le prefetture come strumento di governo.

Un aspetto politico da tener conto ma che dal dopoguerra non desta più stupore; con la nuova Repubblica, la Chiesa con il Partito comunista ha avuto costantemente uno stretto rapporto per la formula che li accomunava; per la Chiesa si usa la terminologia “potere temporale”, per il P.C. “potere indiscriminato”. Sono e rimangono due rovine per l’Italia.

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PRIMA PUNTATA – LA PANDEMIA

Edward Lorenz, matematico-metereologo, a seguito dei suoi studi, aveva coniato una metafora, diventata poi un’espressione di uso comune: “l’effetto farfalla”. In parole semplici spiega come un avvenimento di piccole dimensioni può diventare causa scatenante di un evento di enorme portata, esempio: “il battito delle ali di una farfalla a Parigi può scatenare un uragano in Messico o a Pechino”, è il senso della rivoluzionaria teoria del caos di Lorenz.

Spiega Lorenz: «L’effetto farfalla aveva un nome tecnico: dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali…essa aveva un posto nel folklore:

Per colpa di un chiodo si perse lo zoccolo;

per colpa di uno zoccolo si perse il cavallo;

per colpa di un cavallo si perse il cavaliere;

per colpa di un cavaliere si perse la battaglia;

per colpa di una battaglia si perse il regno!

«Nella scienza, come nella vita, è ben noto che una catena di eventi può avere un punto di crisi in cui piccoli mutamenti sono suscettibili di ingrandirsi a dismisura. Ma il caos significava che tali punti erano dappertutto. Erano onnipresenti».

Prendo a prestito la metafora, quale termine di confronto, per dare un senso causale agli accadimenti che stiamo tragicamente vivendo, infatti, c’è una sorta di analogia con il “caso” Italia, ovvero; da un invisibile virus, alla pandemia.

Orbene, l’uragano di Lorenz può arrivare, ad esempio in Messico e colpire indifferentemente la baraccopoli messicana, costituita da abitazioni fatiscenti, senza servizi e assistenza sanitaria e fare disastri con distruzioni e morte, o una città ben costruita, organizzata e in grado di sopportare la violenza dell’uragano, quindi fare danni minori.

Il parallelo è sintomatico. Il nostro virus Covid 19 è oramai pandemia, semplicemente perché sono mancati o mancano i servizi essenziali e le strutture della Sanità pubblica attuale sono fatiscenti; tutto è affidato al caso e al volontariato, non siamo in grado di affrontare con decenza neppure la minima urgenza. La Sanità (come la scuola) è da decenni preda esclusiva delle sinistre, impegnate solo ad assegnare stipendi ai loro militanti e non posti di lavoro seri. Operazione che definisco: semina indisturbata della clientela politica. Questo sostantivo, pandemia, che sommata al mòlok dei disastri italiani perpetrati in tutti i settori della vita civile, nella politica, nel lavoro, nella TV pubblica, nel cinema, nello sport, ovvero il calcio, l’unico gioco concepito erroneamente sport; sono oramai endemici per il paese.

Manca un controllo efficiente del sistema geologico del paese, delle strade, dei ponti, ogni opera pubblica supporta le mafie o è opera di sfruttamento clientelare, tutto in funzione alle politiche della sinistra che non ha, ripeto non ha neppure una traccia d’idea costruttiva sulle politiche del lavoro d’iniziativa privata, non pubblica.

Il “sistema paese” è crollato di fronte a un assolutismo di Stato che, alla buonora, non è più possibile chiamarlo Stato; un potere “padrone di ogni cosa, delle risorse economiche, delle istituzioni, degli uomini e persino delle idee”. La democrazia, ormai defunta, è sostituita da una sorta di, totalitarismo all’italiana indefinibile che non è neppure bolscevismo. Non è possibile  formulare, un’ipotesi, tracciare una linea definibile nei folli comportamenti di questo governo.

Siamo quasi alla pari con la baraccopoli messicana: ci troviamo nel bel mezzo di un uragano che sta facendo terra bruciata dietro di sé. Imputabili sono i governi precedenti ma è quest’ultimo, del corrivo signor Conte che, amministratore della “bella” Italia, impone, con la sua maggioranza, una sorta di regime atipico che legifera senza controlli, divorando ogni risorsa materiale, finanziaria, scolastico/educativa, umana, disprezzando in modo offensivo la stessa identità storica degli italiani negando al popolo stesso persino la sua sovranità costituzionale. Tutto è svanito, perso, semplicemente perché non c’è stata, volutamente o meno, la capacità ma soprattutto un progetto per costruire uomini colti, intelligenti, politici d’esperienza, capaci e volonterosi. Manca il senso patrio, il voler bene al proprio paese, persa la sacralità del senso di appartenenza che, da oltre sessant’anni, la scuola e tanto meno in famiglia, nessuno ha più insegnato.

 

La R.A.I. ( circa 1700 dipendenti) degli italiani del Sud.  

Altro tema; la TV (nazionale?) spende miliardi di parole nel tentativo di coprire, mascherare il fallimento italiano. I commentatori RAI costretti a leggere bollettini precompilati, mentre mediocri cantanti, comici e attori, un vero esercito di comparse asservite e pagate dalla TV di Stato, ciarlano instancabili nel loro linguaggio italo/romanesco di una volgarità tale che mostra a quale grado di decadenza si è giunti.

L’uso e l’abuso senza ritegno della televisione politica nel condurre tutta l’operazione COVID 19, evidenzia in primis, un’azione mirata a far propaganda pro domo sua e di seguito per impartire a ritmo serrato una miriade di “melliflui” consigli bonari, trattando i cittadini quali semianalfabeti e imbecilli. Lo stile è elementare ma diretto, sottilmente insinuante, che crea panico, fatto con tale glaciale premeditazione da escludere ogni dubbio agli ingenui benpensanti.

Inoltre rivolgo l’attenzione a una questione di equa parità; tenendo conto di quanto il governo predica l’italianità, si ricordi che la R.A.I. è una struttura nazionale, ovvero italiana e non a solo uso e consumo del Sud e Napoli non è la capitale d’Italia.

Comunque, come ben si sa, tutte le reti RAI sono monocolore (vecchio termine adottato da Fanfani), vale a dire, rosse, del P.D. Una conquista di quel partito acquisita col tempo senza il minino ostacolo, mentre le opposizioni, forse, erano in altre faccende affaccendate.

Gli italiani devono svegliarsi dal torpore che li avvolge; aprite gli occhi; canti, balli, giochi dai balconi, sono cose di altri tempi, oggi non servono. Cerchiamo di essere adulti maturi.

Sono oramai tre mesi che dal piccolo schermo continua l’implacabile, assordante richiesta di denaro rivolta ai cittadini per “aiutare” centinaia di fantomatici enti, associazioni, fondazioni create all’uopo, persino la protezione civile e la storica Croce Rossa. Crescono in media di due o tre la settimana e su questo fatto sarebbe urgente fare un’indagine governativa. L’arrogante millanteria dei governanti ha oramai raggiunto livelli indecenti, dimostrando, alla parte onesta del paese, chi sono costoro ai quali il signor Mattarella, ribaltando con un colpo gobbo il risultato delle votazioni politiche, ha ridato il potere. I cospicui prestiti europei in miliardi, arrivati o da arrivare servirebbero alla nostra disastrata Sanità. Non abbiamo più nessuna fiducia in questa Europa, tuttavia speriamo che sia almeno attenta alla strada che prenderanno i fondi, poiché abbiamo sentore che verranno bruciati in un battito di ciglia per finanziare mafie ingorde, associazioni, e pagare stipendi a personale mal gestito e già in esubero. Ricordo par pari, l’esecrabile “diritto di cittadinanza” una legge ignobile per lo sperpero insensato di denaro distribuito a piene mani e senza opportuni controlli nel “mucchio” e non a chi lo merita veramente e ne abbisogna.

Intanto la TV insiste; non uscite, state in casa, è la filastrocca scritta e parlata che continua martellante. Abbiamo persino letto e sentito una dichiarazione in TV di questo Papa comunista. Nelle sue omelie ha aggiunto una preghiera per il governo. A questo punto, dovrebbe spiegare ai suoi credenti se quest’atto ha un significato “politico” o religioso. Lo spieghi pubblicamente a tutti.

 

Virus Covid 19

Questa epidemia, codificata Covid 19 e iniziata con il 1° caso il 21 febbraio 2020, è stata affrontata dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con l’autorità di cui si è proditoriamente impossessato, in modo disorganico, caotico; ordina, comanda a parole e azioni, delibera severe direttive, decreti, protocolli, leggi e chissà cos’altro sta preparando. Tuttavia, con arguzia ha prontamente capito che il virus è un’occasione unica per consolidare il suo potere in modo indefinito e con qualsiasi mezzo, può farlo, perché nessuno lo contrasta.

Qual è la costante preoccupazione di costui per gli italiani? Le ferie, le vacanze, il turismo.  Settori di tutto riguardo ma occupano il campo dei “servizi”, che significa “non produttivi”. Il cittadino deve spendere per usufruirne, poca attenzione invece a chi produce e crea profitti ossia: alle aziende, alle imprese, all’artigianato, alle fabbriche superstiti. Gli aiuti in denaro, in questo triste periodo, sono indispensabili, ogni giorno si parla di soldi, piogge di miliardi; vedremo dove andranno a finire, se arrivano. Tuttavia per il futuro serve ben altro; il governo deve tutelare le aziende ma non ha la capacità, tanto meno l’esperienza di farlo, perché servono persone di idee liberali, che mancano.

L’insufficiente conoscenza della realtà presuppone a un processo cognitivo di tutte le attività produttive del lavoro; un ribaltamento dei rapporti tra Stato e aziende; un’equa tassazione, finalmente una riforma seria del sindacato, non politico ma rivolto a una vera tutela dei lavoratori. In fin dei conti il “settore servizi”; turismo, servizi alla persona ecc. sono di grande importanza fintanto che c’è un cliente che guadagna e spende. Oggi abbiamo un esempio; con la crisi, concausa il virus, si produce poco o nulla e si spende poco o nulla. I numeri non mentono; “La matematica non è un’opinione”, è sempre una “costante matematica”. Urge ritornare al “libero arbitrio”.

Questo governo di pericolosi apprendisti, barricati dietro uno statalismo accentratore, poi  tradotto in un assolutismo sovrastatale dei poteri finanziari europei che dominano quelli nazionali oramai inerti. Deve cambiare totalmente politica nei comportamenti, oppure andarsene, altrimenti sparire velocemente, prima che succeda l’irrimediabile disastro.

 

Sulla normativa delle vituperate “seconde case”, dove il caos è perfetto.

Ma il signor Conte, forse, non conosce nulla della variegata compagine italiana con la quale ha a che fare, ed ecco che arrivano le prime “cantonate” a partire dall’encomiabile coraggio della presidente della Regione Calabria Jole Santelli; una donna eccezionale. Un’iniziativa che l’Italia delle Regioni dovrebbe imitare fin da subito ma non credo lo farà. La signora Jole pare rischi l’incriminazione, perché la disobbedienza è reato (un reato per sopravvivere?) e magari incarcerata in una delle celle svuotate dai capi mafia liberati dal pietoso e solidale governo.

Le “seconde case”, (oggi è un tipo mercato immobiliare a deficere) sono l’indicatore del benessere, quando l’utilizzo è rifugio vacanziero. Tuttavia molte di esse (cascine con orti e terreni) sono frutto di eredità di famiglia, la quale deve operare una costante, costosa manutenzione, fatta, in genere dagli anziani, perché i giovani preferiscono impegni meno gravosi e faticosi, per cui, questo tipo di “seconde case” si trasforma in un peso. L’abbandono forzato, anche parziale imposto dall’imperversare del virus, è dannoso e purtroppo, con i casi di razzie dei ladri costituiscono un doppio danno. Questa proibizione obbligatoria, fatta con buona intenzione ma imposta “nel mucchio”, come usa fare questo governo, ha provocato diseguaglianze, notevoli costi e disagi; oltre all’abbandono delle coltivazioni si aggiunge il ladrocinio perpetrato da ignoti.

Che fine ha fatto il mercato immobiliare? Non ha più mercato, un altro settore allo sbando perché non ha più regole, sogghignano gli speculatori e sono molte le agenzie (quelle superstiti) che sopravvivono grazie alla gestione degli affitti.

 

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Per non morire italiano in questa Italia

Dicembre 2018 – Gennaio 2019

Non quivi morir oltre il tempo che mi resta
e manco in questo sonno plaudir giorni di festa.
Vetusto è il mio tempo che mira a salir sul monte;
altro Pia-mont desìo, ond’eloquir con gens d’altra fonte.

 

Una rissa quasi giornaliera in parlamento che coinvolge i deputati italiani. W l’Italia!!! Immagine tratta da www.linkiesta.it

Essere italiano? No grazie, essere presi in giro da un circo assordante, volgare e costoso, com’è diventata RAI 1, con presentatori, attori men che mediocri e cantanti napoletani sfiatati, ad esempio nell’impresentabile concerto organizzato per la festa dell’Epifania? No grazie.

In quel concerto non esisteva niente dello spirito nazionale, italiano; era la festa di Napoli e basta, come altre decine di volte è Napoli a parlare e cantare in TV. Almeno si cantassero le vere canzoni napoletane, quelle quasi sussurrate con sentimento e maestria canora da uno fra i grandi poeti, Roberto Murolo: lui si ascolta sempre con gioia. “Lasciate cantare sempre e soprattutto il cuore…” erano le sue belle parole.

Ora veniamo ad altri fatti con problemi seri.

“Stime di crescita dell’Italia”; queste parole, sono poste a premessa in discorsi pubblici e interventi televisivi ogni qualvolta si tenta di omettere lo stato disastroso, oramai insanabile, dell’economia italiana, con il Piemonte in testa e a farlo è, di solito, il presidente del consiglio sig. Conte. Un altro individuo di facile loquela, chissà, forse un genio in Economia, è il signor Stefano Buffagni, che è nientemeno il nuovo vice-ministro allo sviluppo economico. Si tratta di un altro sagace membro del PD collocato a “salvaguardia” dei posti di lavoro…superstiti; ma ancora per poco. Costui, con piglio sicuro e lungimirante dichiara, con raffinata eloquenza, che sistemerà tutto in quattro e quattr’otto. E non è finita, un altro, addirittura un senatore, il signor Alessandro Alfieri, sempre del PD, illustra in un dibattito in TV improbabili programmi ambiziosi all’ammutolito parlamentare Alberto Gusmeroli della Lega NORD. La faccia di bronzo di questi comunisti del PD non pone limiti alla loro loquela forsennata, incalzante, vuota, irreale, poiché costruita su menzogne. Forse l’arroganza di costoro fa passare in silenzio che il loro governo, è appena il caso di ricordarlo, rappresenta l’esatto contrario, del voto democratico del popolo, ed è proprio il presidente della repubblica, signor Mattarella, che con la complicità dei comunisti vecchi e nuovi ha provocato tale grave azione sovversiva.

Egli, di fronte agli italiani, è il principale responsabile della spaventosa crisi in cui è precipitato il paese, oramai imbelle e completamente in balia ai ricatti di un’Europa corrotta. Essa è da anni e anni complice indisturbata con i poteri occulti della politica e del nuovo schiavismo su uomini, donne e bambini, i più sfruttati in modo ignominioso dalle TV, senza che una sola voce si sia alzata a urlare il proprio sdegno di fronte alla mercificazione delle più orrende malattie, della miseria, delle oscenità e crudeltà, che con la maschera di associazioni benefiche; esse sono delle vere e proprie organizzazioni criminali. Tutto questo ha portato l’Italia, facile preda, sulla strada dell’oramai prossimo fallimento, se non si attua una rapida inversione di rotta.

Noi cittadini piemontesi ultra-ottantenni, eravamo fortemente impegnati, nel decennio del “miracolo economico”, a produrre lavoro per tutti e in tutti i settori possibili.

Purtroppo la situazione politica negli anni ’60 / ’80 era degenerata, ritrovandoci, nostro malgrado, a lottare contro forze eversive quali “Lotta continua”,  i comunisti del PC (oggi PD), con il segretario confederale della C.G.I.L. Luciano Lama, un vero esercito di politici corrotti, manager inetti e sigle sindacali di dubbia provenienza, con mire politiche di ultra-sinistra ben lontane dai bisogni dei lavoratori.

Oggi ci ritroviamo, sembra impossibile, a viaggiare a ritroso negli anni bui del ’60/ ‘70 ma a dover vivere, al presente, in una realtà drammaticamente peggiore.

Siamo esterrefatti nel costatare l’indifferenza, il mutismo, quasi l’assenza degli italiani, come non esistessero. La massa- critica, che è il perno sul quale muove e si misura la forza, la determinazione di un popolo a lottare per la propria libertà, è completamente inerte. Le opposizioni politiche, in verità, non sono di certo meglio; si dimostrano distratte, troppo morbide e poco affidabili, per cui concordo in toto con una massima che dice: “Un popolo incapace di lottare per la propria libertà, non avrà mai un futuro; il suo destino è di essere servo e schiavo, sempre”. Questi sembrano essere diventati i piemontesi e gli italiani in generale nell’Italia d’oggi.

Ecco qualche fatto concreto.

Il 22 febbraio 2014, il giornale tedesco Frankfurter Allgemeine pubblicava un articolo, di cui riporto la prima parte.

“La FIAT abbandona l’Italia, ma questo non interessa quasi a nessuno. Cosa succederebbe invece negli Stati Uniti se la General Electric trasferisse la sua Sede in Olanda, o come reagirebbe la Gran Bretagna se Vodafone traslocasse a Zurigo, si chiede il piccolo giornale di intellettuali della destra “Il Foglio”. L’approccio pragmatico degli anglosassoni condurrebbe a meditare su ciò che manca al loro Paese e quale fascino verso l’estero abbia subito un Gruppo così grande, fino ad abbandonarlo. In un tale Paese, senz’altro verrebbe subito promulgata una legge con il fine di trattenere Gruppi economici in Patria, affinché desistano dal delocalizzare. La decisione della FIAT rappresenta “uno schiaffo dell’economia globale all’interpretazione italiana della modernità“, recita il piccolo quotidiano, che viene finanziato tra l’altro anche da Silvio Berlusconi, che in economia politica non ha mai avuto la sufficienza”.

Questi “combattivi sindacati”, che per decenni hanno messo in croce il mondo del lavoro, dov’erano in quel frangente? Trattative segrete? E se così fosse, perché? Noi cittadini inconsapevoli possiamo solo costatare i risultati finali: la FIAT a l’ha aussà le sòle, direbbe un piemontese, che vuol dire: è fuggita con baracca e burattini. Ed è ancora il Piemonte, da oltre un secolo e mezzo “fabbrica” del lavoro in Italia, a pagare oggi il prezzo più alto, perdendo quasi all’improvviso una fetta importante (35% c.a) dell’indotto auto (non solo) e dei suoi tecnici, che in quanto a capacità ed esperienza nel settore, sono i migliori al mondo.

Comunque questi terribili sindacati li vediamo ancora oggi in azione, impegnati più che a tutelare i lavoratori disoccupati o quasi, intenti a urlare invettive contri i “padroni” sventolando patetici simulacri pseudo sindacali dai colori vivaci (come negli anni ’60/ ’70).

Sono tattiche oramai vecchie di sessant’anni e nel concreto, inutili, se teniamo conto che queste aziende sono, nella quasi totalità, state vendute o svendute a stranieri, i quali, con bon deuit, che vuol dire “con molto garbo” temporeggiano, avendo già deciso a priori la fuga dall’Italia.

Allorché il governo Conte, abile affabulatore recita imperturbabile la sua commedia, gli eventi negativi si susseguono incalzanti a valanga e a dimostrarne l’evidenza, se ce ne fosse ancora bisogno, della promessa cardine su cui verteva la politica di questi pericolosi “pentastellati”, ossia quella della riduzione dei parlamentari, è naufragata miseramente in parlamento.

Ormai nulla fa più scandalo nei comportamenti di costoro, che con i compagni del PD, hanno perso ogni misura negli atti, nei valori, nella dignità stessa di uomini ma soprattutto nella palesata, irridente arroganza di fronte a cittadini di un paese che nelle libere consultazioni politiche li ha sonoramente bocciati. A questo punto la domanda ricorrente è: siamo ancora in democrazia? Oppure ci ritroviamo con una sorta di governo d’incapaci che vuole solo e unicamente il potere? Siamo in assetto di una controriforma autoritaria? Orbene, le opposizioni cosa fanno e cosa aspettano ad agire con gli stessi metodi che, par loro, meritano questi individui?

A seguito riassumo in breve non la crescita dell’Italia ma una spaventosa decrescita; una minima parte della situazione occupazionale corrente in aziende in crisi o prossime alla liquidazione.

La Hydrochem di Pieve Vergonte (è svizzera?).

La Pernigotti di Novi Ligure è della multinazionale turca Toksöz dal 2013.

La Comdata di Ivrea. Per ora pericolo rientrato ma in futuro? (Aprile 2019).

La Abet di Bra. Un’azienda in crisi. Un centinaio di dipendenti ancora a rischio.

La Comital-Lamalù di Alessandria. Aziende chiuse da tempo; va ai cinesi?

La RotoAlba. La tipografia albese è in bancarotta; un crac da 15 milioni di Euro.

La Alessi di Omegna in crisi: ha ceduto il 40% del capitale all’inglese Oakley?

La Piaggio di Albenga in crisi; trascina la Laerh e la ex Fruttital. La C.I.G. trionfa.

La Barilla di Moretta è passata alla RANA, che è già degli svizzeri.

Cartiere Burgo di S. G. di Duino; una crisi infinita causa manager, dirigenti, sindacati e politici di nuova generazione incapaci nella gestione aziendale.

Aggiungo per corretta informazione; la Ventures, Artoni, Manital, Pilkington Italia, Mittal, Csp e molte altre che lo sgomento m’impedisce di elencare.

Soffia il vento della crisi alle fabbriche Mahle di Saluzzo e di La Loggia… – Immagine tratta da www.corrieredisaluzzo.it

Soffia il vento della crisi alle fabbriche Mahle di Saluzzo e di La Loggia… – Immagine tratta da www.lastampa.it

Tuttavia La Mahle è da evidenziare. Si tratta una grande azienda tedesca che produce componenti per auto in due stabilimenti; uno a La Loggia e un altro a Saluzzo. In un incontro con i sindacati l’azienda ha comunicato la chiusura di questi due stabilimenti che occupano c/a 450 dipendenti, i quali, detto senza tanti fronzoli, si troveranno disoccupati. Tuttavia, voci ben informate, parlano di “trasferimento” delle due fabbriche in Polonia, paese nel quale operano già innumerevoli aziende stranere ma anche italiane, di media e grande dimensione, perché gli scopi sono principalmente due; in Polonia si lavora di più e con costi notevolmente inferiori.

Ma i motivi di fondo sono ben più complessi e investono e colpiscono paesi deboli, con economie traballanti, con poca o nessuna capacità di reazione e visione chiara per investimenti futuri. Tutto il Nord d’Italia, pur con un Piemonte in profonda crisi e con imprese in chiusura o in fuga, è ancora la parte industriale del paese con qualche probabilità di rimettersi in cammino.

Nel mondo dell’automobile è in corso un rapido cambiamento di “visione strategica”: il motore elettrico che, con tutta la sua componentistica, sostituirà, in un prossimo futuro il diesel, con relativa reimpostazione della produzione e di prodotto.

Per quanto riguarda la FIAT, che va a braccetto con la Peugeot, non c’è nulla da festeggiare, come fanno i soliti stolti chiacchieroni; intanto ha cambiato nome e casa e con una ben studiata programmazione, passo dopo passo, se ne va dall’Italia.

«Il segretario generale della FIM CISL Piemonte Claudio Chiarle, afferma che “la crisi dell’automobile in Piemonte ha avuto un calo dell’80% in 10 anni e non si ferma; dopo l’ex Embraco, la Olisistem e la Lear non risparmia nemmeno la Mahle. Considerando un rapporto da 1 a 3 sull’indotto, abbiamo c/a 20 / 25 mila posti di lavoro a rischio”.

Motore ibrido modulare Mahle, può tagliare emissione e costi… – Immagine tratta da gds.it

L’impatto soprattutto sull’automotive è forte, ed è dato anche dal rallentamento dalle economie francesi e tedesche, per cui l’export automotive rallenta».

Il segretario generale Fismic Confsal Roberto Di Maulo fa una stupefacente considerazione: “Va impedito alle multinazionali di considerare il territorio italiano come un limone da spremere, intervenga subito il ministro Patuanelli”.

(Tratto da TorinoTODAY sezione Economia).

 

La dichiarazione di questo segretario è talmente ridicola da far trasecolare.

Mi permetto di ricordare a costui che è oltre un quarto di secolo che le multinazionali agiscono indisturbate nel nostro paese, per cui vale sempre l’antico proverbio contadino che dice “ è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”.

Negli anni ’90 ero vice-presidente della Confartigianato Torino e impegnato in costante lotta con la Triplice (CGIL; CISL; UIL), poiché tentava di entrare nel mondo artigiano con i suoi sindacalisti (Tentativo poi fallito). Ho avuto modo di conoscere questa gente, i cui obiettivi erano soprattutto politici di una sinistra dura. Infatti, costoro agivano in molte aziende minori e medio/grandi da sobillatori, incitando i lavoratori a scioperare. Nel terribile periodo anni ‘60/75, questi fatti erano prassi normale, per cui, molte aziende con titolari anziani e stanchi che lasciavano la barra di comando in mano a figli o nipoti sovente inesperti, erano impreparati a uscire da situazioni contrattuali molto complesse, quindi facile preda di questi sindacalisti senza scrupoli. Il passo successivo era breve; tentati dalle offerte allettanti di compratori stranieri, alla fine, vendere l’azienda era un affare.

Iniziava a profilarsi quello che oggi è una fatale realtà, ossia, il dramma dei gioielli del lavoro piemontese e italiano creato con fatica e sudore da persone determinate e capaci, venduti a stranieri non sempre onesti.

Oggi paghiamo sulla nostra pelle la mancanza di quel senso di appartenenza o, se usiamo un termine desueto, di “patriottismo”, verso il paese ma soprattutto costatare nelle nuove generazioni, eredi d’importanti patrimoni industriali, l’assenza di quell’attaccamento, quella forza di carattere, quella continuità indispensabile e fecondità d’idee per il futuro delle loro aziende cosiddette “di famiglia”.

È difficile riportare un popolo abbandonato a se stesso, al senso civico, al dovere, al serio impegno per il lavoro, non preteso come un diritto e svolto di malavoglia quale noiosa occupazione, ma un bene prezioso guadagnato in un regime meritocratico.

Non è un’operazione semplice; dopo sessant’anni e più di logoramento dei valori, dei principi morali, etici, del senso del dovere e in un clima di disordine generale. Ritrovare in noi, verso gli altri la vera solidarietà utile al nostro paese, lasciando da parte quella imposta da politici ignavi e corrotti, da un Papa simulatore, bugiardo e insofferente, non prete del suo dio ma un piccolo uomo che recita stancamente quello che non è e non sarà mai.

Ricordate la frase detta da un grande uomo qual’era Giovanni XXIII nel suo discorso “alla luna?” “Tornando a casa date una carezza ai vostri bambini e dite che questa è la carezza del Papa “. Questo era un Papa.

 

In chiusura alcune considerazioni sulla manovra fiscale.

Una manovra da 29 miliardi per il 2020, di cui 23 da destinare al disinnesco delle clausole di salvaguardia per non far aumentare l’IVA ed altre risorse assorbite da adempimenti obbligatori (tipo il rifinanziamento delle missioni all’estero), lascia uno spazio effimero per agevolare la crescita ed invertire il trend di stagnazione dell’economia. In effetti, se la Legge di Bilancio confermerà questo impianto programmatico, possiamo solo parlare di manovrina che, ben che vada, tamponerà l’esistente e rimanderà ai prossimi anni le azioni per dare un serio impulso allo sviluppo. Non saranno certamente i 2-3 miliardi di riduzione del cuneo fiscale che agevoleranno il processo di crescita. C vorrebbe ben altro.

Men che meno si può parlare di una manovra atta a favorire il miglioramento delle condizioni sociali della popolazione, dato ché, a parte qualche affermazione di principio condivisibile, c’è poca traccia d’interventi a favore delle famiglie più svantaggiate, della disabilità, delle pensioni basse, dell’equità nella distribuzione dei redditi.

Certamente le condizioni della nostra economia e della nostra finanza pubblica e l’eredità ricevuta dal precedente governo lasciano pochi margini di manovra

– considerando anche che l’Europa già ci concede di portare il deficit al 2,2% – però

indubbiamente doveva e poteva essere fatto di più con iniziative più coraggiose e con accordi nell’ambito della maggioranza di Governo che uscissero dalle logiche degli interessi di partito ed elettorali e fossero più consoni agli interessi generali del paese.

(Tratto da – Persone e Società – ANAP Confartigianato)

 

Ultima notizia al gelo.

Auchan si congeda dall’Italia; 1600 punti vendita alla Conad.  Ristrutturazione aziendale con taglio dei dipendenti?  Di questi tempi è molto probabile; in questa Italia non esistono più certezze, tanto meno fiducia.

 

Carlo Ellena

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Il soldato Giovanni Poggio

Voglio ricordare un piemontese che non è un re, un principe, un duca di antiche nobiltà, un comandante o un generale con il petto coperto da decine di medaglie e mostrine dorate, che non sempre significano valore in battaglia; è un semplice soldato, un vero eroe dimenticato: il “Soldato Giovanni Poggio”.

 

Il soldato Giovanni Poggio

… onest popol!

sousten l’unità d’Italia

sempre guidà

da chi l’ha savula fè.

« Casa Savoia »…

Giovanni Poggio

Masio è uno di quei straordinari luoghi piemontesi unici per la generosa, fertile terra; colline da vino robusto e genuino al pari della sua gente. Tuttavia questo piccolo paese è anche altro.

Nella piazzetta del Municipio c’é un monumento che alla prima occhiata può apparire strano, mutilato. La lunga l’epigrafe scolpita sul piedestallo chiarisce l’equivoco e rivela che il mezzo busto sul quale appoggia è effettivamente mutilato delle braccia.

Si tratta del soldato Giovanni Poggio, artigliere medaglia d’oro della campagna del 1860, conosciuto come “l’uomo senza braccia”.

Il monumento è opera dello scultore Attilio Gartman, l’epigrafe, dettata da Paolo Boselli ci racconta:

 

Giovanni Poggio

eroico artigliere

nelle guerre per l’Italia, in Crimea nel 1859 nel 1860

compiendo prodigi di valore, prode fra i prodi del Re e di Garibaldi,

nell’espugnazione di Capua, propugnacolo borbonico, perdette ambo le braccia.

Onorato della medaglia d’oro mostrò la serenità dei forti

e militare decoro nelle angustie della vita nobilmente povera

allietata e sorretta dalla consorte Camilla Fossati con vigile devota opera d’amore

————————

Nacque in Masio il 4 agosto 1830, morì in Torino il 5 dicembre 1910

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Questo ricordo a segno di gloria ad esempio di meravigliose gesta

vollero il popolo di Masio, amici, ammiratori.

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Sono frasi e parole che hanno un sentore epico e oggi possono apparire un po’ retoriche, esse evocano un Piemonte storicamente oramai lontanissimo, ma nel quale gli alti valori morali e il forte senso dello Stato dei suoi uomini educati al rigido codice del dovere e dell’onore, hanno contribuito in modo determinante alla formazione dell’Unità d’Italia. Al fianco di Pietro Micca, Enrico Toti, Salvo D’Acquisto e molti altri, anche Giovanni Poggio è uno di questi uomini e la sua vita avventurosa testimonia le gesta di questo valoroso soldato. E’ nostro dovere ricordarlo come militare e come uomo, cresciuto e formato in quell’ambiente particolare qual era la sua straordinaria famiglia.

Giovanni Poggio nasce il 4 agosto 1830, in quel di Masio, piccolo paese sulla sponda destra del Tanaro, è l’ultimo di quattro figli: Paolo, Carlo, Giuseppe e Giovanni appunto. Il padre Francesco è anch’egli nativo di Masio, che presiederà per un certo tempo come Sindaco (Masio è stata anche la residenza estiva preferita di Urbano Rattazzi). La madre, Francesca Maria Guasco, è nativa di Solero ed apparteneva ad una famiglia di antichi patrioti. Dotata anche lei di profondi sentimenti patriottici, durante i tremendi anni delle cospirazioni risorgimentali fu attivissima e non esitò a ospitare in casa sua il cospiratore e martire alessandrino Andrea Vochieri. Maria Guasco è la sorella di Carlo Guasco, magistrato e giovane liberale, convinto assertore di un’Italia libera, amico di Silvio Pellico, Breme, Borsieri, Giovanni Plana e anche di Stendhal, il quale era ammirato dal patriottismo e dal coraggio di questa straordinaria famiglia.

I figli di Francesco e Francesca non erano da meno, tre erano davvero teste calde: Paolo, Giuseppe e Giovanni. Carlo, pare fosse il più tranquillo, era un ottimo funzionario delle ferrovie dello stato. Paolo, professore, si fece prete, ma questo non gli impedì nel 1870 di issare, primo fra tutti e in abito talare, la bandiera italiana sull’edificio dell’Università di Torino incitando gli studenti con parole di fuoco. Giuseppe, nel 1848 fuggì con Giovanni, il fratello minore, per arruolarsi insieme e combattere, ma a causa della loro giovane età furono rispediti a casa. Giuseppe, che era geometra, in seguito lasciò il suo lavoro e partì per l’America in cerca d’avventura. Fece diversi mestieri, fra i quali l’armatore. Ritornò nel 1870 per ripartire dopo poco tempo per la Francia verso nuove avventure, ma non fece mai più ritorno e non se ne seppe più nulla. Giovanni, militò un breve periodo come volontario nelle file di Garibaldi e nel 1851, al suo turno di leva, entrò nell’esercito regolare e assegnato al reggimento artiglieri come cannoniere di seconda classe con il numero di matricola 2304. Già nello stesso anno si distinse meritandosi la promozione a cannoniere di prima classe, giusto in tempo per partire per la guerra di Crimea con il Corpo di spedizione comandato dal Generale Alfonso Ferrero La Marmora.

Soldato valoroso e spericolato scampò alle pallottole per rischiare di morire affetto da colera in un letto d’ospedale. Guarì miracolosamente e il 30 maggio 1856 fu collocato in congedo.

In quel periodo turbolento le campagne di guerra infuriano e il 26 marzo 1859 è richiamato come artigliere combattendo sino all’11 dicembre dello stesso anno. Rimane a casa per poco tempo; il 12 marzo 1860 è richiamato nuovamente sotto le armi per la terza volta è assegnato alla 4° batteria del 3° Reggimento Artiglieria da piazza. Partecipa alle campagne di guerra che nel 1860 hanno teatro di operazioni prima nelle Marche e nell’Umbria e poi nell’Italia meridionale, quando, dopo la caduta della piazzaforte di Ancona e la totale disfatta dell’Esercito franco-pontificio, l’Esercito piemontese al comando di Vittorio Emanuele II accorre in aiuto ai “Mille” Garibaldini impegnati contro le truppe del Borbone Francesco II. Tali truppe, travolte dai piemontesi, sono scacciate da Marsala a Calatafimi, poi a Palermo, Milazzo e Messina, la Calabria sino a Napoli, sulle rive del Volturno. Qui Giovanni Poggio dimostra in più occasioni la sua tempra di valoroso soldato, sino al compimento del suo tragico destino.

Ѐ il 1° Ottobre 1860, il Poggio si trova come capo-pezzo del cannone posto sulla strada che porta verso la fortezza di Capua, in un sito molto esposto alla fucileria borbonica. La provvidenziale placca della cintura lo salva da una palla nemica che altrimenti gli sarebbe penetrata nel ventre, restando comunque leggermente ferito. Rimane tenacemente al suo posto, rifiutando all’ordine di fare fuoco con le sue artiglierie puntate verso le truppe borboniche che avrebbero sicuramente colpito una colonna garibaldina impegnata nel combattimento a corta distanza. Il 25 Ottobre si trova sotto Sant’Angelo e non riuscendo il tiro efficace insiste con forza per lo spostamento delle artiglierie su un’altura vicina.

Questa azione, che permette un valido aggiustamento del tiro, costringe i borboni a una disastrosa ritirata. Nel frattempo gli è assegnata la medaglia d’argento al valor militare. In un altro frangente, contravvenendo a un ordine del suo Capitano Emilio Savio, attraversa a nuoto il Volturno per spiare le batterie nemiche; le informazioni date al suo ritorno inducono i nostri ad abbandonare precipitosamente il posto rivelatosi troppo pericoloso.

Il fatto culminante, tragico, avviene il 2 Novembre 1860, quando al mattino ha inizio il bombardamento di Capua. Il Poggio ha l’incarico del puntamento, la distribuzione della polvere e delle cariche. Il nemico investe la postazione dei nostri con un fuoco infernale. Ripetutamente il Poggio si reca volontariamente, sotto il fuoco incrociato dell’artiglieria nemica, a verificare il tiro sul terrazzo sovrastante la sua batteria e il tenente Persi, che ha permesso con riluttanza queste pericolose verifiche, nell’ulteriore intensificarsi del fuoco, gli proibisce altre uscite. Il Poggio vedendo il precipitare della situazione e i compagni titubanti, disobbedendo all’ordine si precipita per le scale verso il terrazzo urlando: «Dove gli altri non vanno Poggio va». Poco dopo una granata gli asporta il braccio destro e quasi subito un altro colpo gli tronca il sinistro, con le ultime forze si trascina in fondo alla scala stramazzando sfinito. Rapidamente soccorso, gli vengono amputate entrambe le braccia sopra il gomito. Gli sorregge il capo la signora Jesse White Mario (vedova di Alberto Mario), infermiera garibaldina e ardente sostenitrice dell’Unità d’Italia. Lo assiste giorno e notte all’ospedale di Napoli la Marchesa Anna Pallavicino Trivulzio, moglie del martire dello Spielberg Giorgio Pallavicino Trivulzio. Gli fa anche visita Re Vittorio Emanuele II, il quale con parole di encomio gli conferisce la medaglia d’oro al valor militare.

Ritornato finalmente a Masio, dopo qualche tempo il Poggio sposa Camilla Fossati, che conosceva fin da bambina e da questo felice matrimonio nascono ben dieci figli. In seguito trasferitosi a Torino, conosce e frequenta in questa città Edmondo De Amicis, il quale gli dedica un bozzetto sulla sua vita. A Torino, Giovanni Poggio muore all’età di 80 anni, il giorno di Santa Barbara e i funerali vengono fatti a spese dello stesso Comune.

 

Il berretto e il panciotto di Giovanni Poggio sono conservati al Museo di Artiglieria di Torino.

Le città di Torino e Alessandria gli intitolarono due Vie.

Pinerolo gli dedicò la sezione degli Artiglieri.

Un interessante libro del 1963 della “Collection Stendhalienne” di Albert Maquet dal titolo “Deux amis italiens de Stendhal – Giovanni Plana et Carlo Guasco”, ci racconta appunto di Carlo Guasco, Avv. Sost. Procuratore Generale del Re a Torino irriducibile potriota e carbonaro, fratello di Francesca Maria Guasco, madre del nostro Giovanni Poggio, le cui imprese sono ricordate nel libro.

 

Luglio 2019

Carlo Ellena

 

Bibliografia:

-“Il soldato Poggio” di Edmondo De Amicis.

-Traduzione in italiano su “Epoche”n° 1 e n° 2 dell’anno 1963 del libro”Deux – amis italiens de Stendhal – Giovanni Plana et Carlo Guasco”.

-“IL Popolo d’Italia” del 1 Gennaio 1923.

-Estratto dalla ”Rivista di Storia, Arte, Archeologia della Provincia di Alessandria” del 1930 di Lorenzo Mina su “Poggio Cav. Giovanni 1830 – 1910



 

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Antonio Rosmini Serbati (1797 – 1855)

Dedico ai piemontesi italiani smemorati e anonimi, una sintesi storica di due colti religiosi in guerra con la monarchia savoiarda ma soprattutto contro la chiesa romana corrotta, intrigante e tronfia di potere temporale; aspetto che costatiamo, purtroppo, ancora oggi in chiave degenerativa con l’attuale Papa:

Sono: Carlo Denina e Antonio Rosmini Serbati. 

 

Antonio Rosmini Serbati (1797 – 1855)

Da oltre un anno ricevo mensilmente, in omaggio, un giornale cattolico che periodicamente contiene articoli sul tema: “Alla scuola del beato Rosmini” – UNA FEDE PENSATA-

Gli scritti illustrano con dovizia l’amore del beato verso Dio in situazioni diverse e un magistrale insegnamento alla preghiera.

In un incontro in biblioteca, discutendo con alcuni miei allievi proprio del Rosmini, era parso evidente che oltre l’aspetto religioso, peraltro notevole e molto profondo, ben poco sapevano (e si sa) del pensiero filosofico-storico-politico del Rosmini nella cultura del Risorgimento.

Una lacuna che non sorprende se teniamo conto dello scarso interesse alla lettura degli italiani e dell’inconsistenza e inadeguatezza dei programmi scolastici, colpevoli dell’attuale sotto-livello culturale, in particolare nel Piemonte.

Tuttavia c’é una pur labile scusante; Rosmini, bandito dalla chiesa nel lontano 1850, solo da qualche decennio il suo immenso, prezioso patrimonio di scritti ha rivisto la luce, dando a tutti libera lettura.

[1]La riabilitazione del pensiero di Rosmini inizia nel secondo dopoguerra e soprattutto nel nuovo clima del Concilio Vaticano. Nel 1965 Paolo VI concede la riedizione delle Cinque piaghe. Nel 1998, nell’enciclica Fides et ratio, Giovanni Paolo II avvia la causa di beatificazione, ponendolo tra i grandi padri di quella ricerca della “parola di Dio” di cui “l’umanità e la chiesa hanno oggi un grande bisogno”. Il 1° luglio 2001 il Cardinale Ratzinger “dichiara superati i motivi di preoccupazione” che hanno a suo tempo determinato la promulgazione del decreto Post obitum. La riabilitazione si conclude il 18 novembre 2007 a Novara con la solenne cerimonia di beatificazione.

Oggi i suoi scritti sulla chiesa, sulla religione, sulla politica, il diritto, la filosofia, sul sociale e molto altro, sono oggetto di studi profondi e complessi. Rimane a noi una scuola di cultura e conoscenze inimitabili, alle quali dobbiamo avvicinarsi riconoscenti e con rispetto.

Antonio Rosmini, un uomo di chiesa, dalla cultura e intelligenza fuori dal comune, fondatore dell’Istituto della Carità, molto attivo negli anni del Risorgimento italiano, è quasi contemporaneo di Carlo Denina ma il suo percorso intellettuale e umano è stato molto diverso, come vedremo in questo breve viaggio esplorativo.

Il suo nome completo è già una storia: Antonio, Francesco, Davide, Ambrogio Rosmini Serbati (Rovereto il 24 marzo 1797 – Stresa 1 luglio 1855).

Era il figlio secondogenito di Pier Modesto, patrizio del Sacro Romano Impero e di Giovanna dei Conti Formenti di Biacesa in Val di Ledro, che a quel tempo faceva parte dell’Impero Asburgico.

I Rosmini vivevano a Rovereto fin dalle origini, ossia da quando si era installato, nella seconda metà del quattrocento, il capostipite Aresmino; è stata una delle famiglie più importanti della città, interessata in diverse attività amministrative, anche ecclesiastiche ma soprattutto dando notevole impulso alla vita culturale cittadina.

Antonio nasce in questa famiglia d’intellettuali, ricca, aristocratica, religiosissima, di grande cultura ma legata alle tradizioni asburgiche, austere e conservatrici.

Un bambino precoce, dotato e riflessivo che mette impegno e serietà in ogni attività che intraprende, avido di conoscere; egli s’immerge completamente nella lettura, passando lunghe giornate nella ricca biblioteca di famiglia, dimostrando da subito interesse nei testi filosofici.

È seguito dalla madre colta e amorosa che permea in lui, fin dall’infanzia, sentimenti di profonda religiosità e bontà, complementari in quest’uomo dalle qualità eccezionali, di grande apertura mentale e una fede incrollabile carica di un autentico umanesimo cristiano, doti che lo seguiranno nel corso di tutta la sua esistenza.

La casa è frequentata da due letterati, Antonio Cesari e ClementinoVannetti che, con lo zio Ambrogio, saranno il punto di riferimento culturale nella maturazione del giovane Antonio. Lo zio lo inizia alla storia dell’arte, del bello, della lettura, improntandolo di una profonda spiritualità religiosa nella lettura della bibbia, dei padri della chiesa, alla teologia.

[2]Nel 1804 è iscritto al corso d’istruzione elementare di don Giovanni Marchetti, che aveva fondato a Rovereto la prima scuola modello secondo gli indirizzi della legislazione scolastica asburgica.

Dal 1808 al 1814 frequenta il ginnasio cittadino ma preferisce immergersi nei suoi studi privati, in particolare i classici latini e italiani, trascurando così lo studio della grammatica e dovendo ripetere la prima ginnasio. Fatto rilevante per la formazione personale e culturale in quegli anni ginnasiali è la collaborazione scolastica con compagni che stimolano i suoi ideali letterari e religiosi che si realizzano nella fondazione dell’“Accademia Vannetti”, così chiamata per onorare l’illustre concittadino.

Questa iniziativa è molto apprezzata nell’ambiente culturale roveretano,QQqq che riconosce le eccezionali doti intellettuali e religiose del Rosmini, al punto che l’istituzione più importante della città, l’”Accademia degli Agiati”, nel 1814 lo accoglie fra i suoi soci.

Di tale Accademia ne diverrà presidente onorario perpetuo.

(Osservazione. Nel 1813 muore Carlo Denina, aveva già 82 anni; il Rosmini nel 1814, un anno dopo la morte del Denina, è quando decide di farsi sacerdote, ha appena 17 anni.

(Un vero peccato che queste due menti eccezionali non abbiano potuto incontrarsi).

Negli anni 1815-16 frequenta i corsi liceali privati di don Pietro Orsi che gli spalancano le porte di una affascinante disciplina, la filosofia, che diverrà, da allora, la chiave di lettura di tutta la realtà e il suo personale ambito di ricerca.

Contro il volere della famiglia nel 1816 realizza la decisione di farsi sacerdote (già maturata nel 1814) e sceglie d’iscriversi alla facoltà di teologia dell’Università di Padova. Rimane a Padova tre anni e fa molte conoscenze, fra le quali la più importante e duratura è quella con Niccolò Tommaseo, giovane studente in legge proveniente dalla Dalmazia. Il Rosmini lo accoglie nel gruppo di amici più fidati e lo rende partecipe dei suoi progetti, il più importante dei quali, il quel momento, è la redazione di un’Enciclopedia cattolica italiana da contrapporre a quella illuminista francese di Diderot.

Nel 1821 è ordinato sacerdote e nel 1822 conclude gli studi universitari laureandosi in sacra teologia e diritto canonico. Si ritira alcuni anni nella quiete della sua casa di Rovereto, dove si dedica a due principali filoni di studi: la riforma della filosofia e sollecitato dai moti rivoluzionari del 1821, la politica. Qui il Rosmini analizza a fondo il rapporto tra religione e potere.

(Uno studio molto profondo fatto con l’acume abituale del Rosmini che, purtroppo, gli procurerà molti guai con la chiesa, per ragioni diverse, a guisa del Denina).

Nel 1826 si stabilisce a Milano con Nicolò Tommaseo e il segretario Maurizio Moschini. In un ambiente culturale a lui confacente s’impegna per qualche anno in studi sulla politica e grazie al cugino Carlo Rosmini stringe conoscenze importanti. L’amicizia con il conte Giacomo Mellerio e in particolare con Alessandro Manzoni che sarà fondamentale per il suo futuro. Tra il Rosmini e il Manzoni si crea un rapporto fra i più fecondi e importanti nella storia culturale italiana, in particolare nel campo della linguistica.

 Il Manzoni dona all’amico una rara edizione in tre volumi dei Promessi Sposi datata 1825 –1826, mentre il Rosmini dedica al Manzoni un’opera di filosofia della religione di grande impegno intellettuale,“Del divino nella natura”, che rivela quanto l’Autore, negli anni della maturità, conoscesse anche le religioni orientali.

Nel 1830 Rosmini pubblica le sua prima, grande opera filosofica, il”Nuovo saggio sull’origine delle idee”, è il testo fondamentale della sua spiritualità, le Massime di perfezione cristiana. Segue nel ‘31 un’altra opera basilare “I Princìpi della scienza Morale”.

Nel 1828 fonda”l’Istituto della Carità”a Domodossola, sul monte Calvario; vuole condividere l’amore universale, che è oramai divenuto l’ispirazione definitiva della sua vita. Nasce quindi la prima comunità di religiosi rosminiani e nel 1831, a Trento, la seconda casa. Poco dopo fonda il ramo femminile dell’Istituto, ossia “Le suore della Provvidenza”.

Mentre in Piemonte il suo Istituto si espande rapidamente con il favore del vescovo locale e del re Carlo Alberto di Savoia, in Trentino si moltiplicano le difficoltà poste dall’amministrazione austriaca, tanto da indurlo nel 1835 a chiudere la casa della sua comunità alla Prepositura di Trento.

Le monarchie europee sono in fermento e il Rosmini s’immerge nei suoi studi di Filosofia della politica (1837- 39), Filosofia del diritto (1841-43) e Teodicea (1845), dottrina molto profonda che tratta il problema del male nel mondo e del libero arbitrio dell’umanità.

Nel 1836 Carlo Alberto, che ammira il Rosmini per le sue opere benefiche, pensa sia l’uomo giusto per far risorgere la Sacra di San Michele, che era stata l’onore della chiesa piemontese e del suo casato ma abbandonata da ben due secoli. Offre il monumento al Rosmini, il quale accetta, trovando l’opera conforme allo spirito della sua congregazione; l’Istituto della Carità. Papa Gregorio XVI, nell’agosto del 1836, nomina i padri rosminiani amministratori della Sacra e delle superstiti rendite abbaziali.

I padri la reggono tuttora, inoltre il monumento è sostenuto da vari enti e dalla Regione, dopo che la legge speciale del 21/12/1994 ha riconosciuto “La Sacra monumento simbolo del Piemonte”.

A questo punto è utile una nota.

[3]Antono Rosmini, spirito di tendenze universali, d’ingegno vigorosissimo, aveva impostato la sua vita e il suo agire su un principio ascetico: da parte sua vorrà soltanto attendere alla purificazione dell’anima dal male e all’acquisto dell’amore o carità di Dio e del prossimo, in cui consiste la perfezione.

Quanto allo studio, attività, lavoro, condizione di vita, non sceglierà da sé – fosse questa o quella attività, anche un’opera di carità – lascerà a Dio di indicargliela attraverso le circostanze esteriori “esaminate dal lume della ragione e della fede”.

È il principio cosiddetto di “passività o d’indifferenza” che comporta una costante disposizione interiore a volere unicamente e totalmente ciò che vuole Dio. La “passività” che Rosmini s’impone è rigida disciplina, consacrazione totale, immolazione al bene nel modo che Dio avrebbe voluto per lui, senza condizioni né riserve.

Antonio Rosmini intellettuale europeo e i suoi rapporti con la Rivoluzione francese.

Il percorso umano e intellettuale di questo religioso, esploratore mirabile e instancabile  s’inserisce in un contesto storico molto ampio, quanto turbolento.

La Rivoluzione francese, il dominio napoleonico, seguiti dal Congresso di Vienna (nel 1815) e dalla lunga fase della Restaurazione, sono i periodi cruciali dei primi decenni dell’Ottocento nel quale si trova coinvolto Antonio Rosmini.

Il grande evento che aveva sconvolto le monarchie europee; la Rivoluzione Francese e il decennio 1787-1799, non poteva non essere osservato e studiato dal Rosmini, orbene; come si poneva il pensiero del nostro su quegli anni turbolenti, lui, educato sui solidi principi austro-asburgici e religiosi?

Il suo rapporto con le ideologie rivoluzionarie e la stessa Rivoluzione avevano mostrato aspetti diversi e complessi. Tuttavia quel periodo storico aveva agito in Rosmini come punto di riferimento nello sviluppo e maturazione del suo pensiero politico commisto a quello ecclesiale, sempre vivo e presente.

Nei primi anni (1826-1827) le conoscenze del Rosmini sulla Rivoluzione francese si basavano soprattutto sugli autori classici-cattolici, de Maistre, Haller, de Bonald, per cui il suo indirizzo culturale risentiva di questi influssi ideologici dominanti in quegli anni.

Nel 1835 Alexis de Tocqueville pubblicava Démocratie en Amérique, un libro che non era sfuggito al Rosmini, e ne dava ben presto lettura di tutta la prima parte. Questa nuova concezione ideologica liberaldemocratica, esposta dall’autore con chiarezza e competenza, lo aveva affascinato a tal punto da indurlo a una mutazione del suo universo filosofico-politico; meno privilegi alle aristocrazie e più giustizia, meno stato e più società civile.

Per Rosmini occorreva ridefinire un nuovo ordine politico e sociale, conformandoli in modo da dare dignità a ogni uomo secondo i valori del cristianesimo.

Questi nuovi, potenti impulsi coincidevano con un momento di profondo esame critico della Rivoluzione; essi davano inizio a una grande espansione dell’idea liberale, conquistando ben presto buona parte dell’Europa intellettuale. Si manifestava così anche nei popoli, l’avversione all’assolutismo e la voglia di democrazia.

Ma il pensiero rosminiano andava oltre la Rivoluzione, si può dire già post-rivoluzionario.

I princìpi a fondamento del 1789 erano stati in parte traditi; la scristianizzazione era pressochè sancita dal Tribunale rivoluzionario che tentava di imporre il culto alla “Dea ragione”. Rosmini studiava e analizzava, aveva capito che la Rivoluzione era stata un importante evento storico nel quale s’incrociavano, in un groviglio inestricabile, il bene e il male e la chiesa cattolica, in quegli anni, aveva accumulato molte colpe in entrambe le forme di governo, monarchico prima, rivoluzionario dopo; la colpa più grave era di non voler staccarsi dal potere temporale e rendersi storicamente autonoma.

Intanto la nuova classe dirigente rivoluzionaria aveva imposto una forma di dispotismo che riduceva di molto la libertà dell’individuo, perché, come afferma Muratore nel suo libro, “il dispotismo individuale divenne dispotismo collettivo”.

Gli enunciati del Rosmini, già espressi in vari punti nei testi Della naturale costituzione della società civile e nella parte dedicata all’analisi della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nella Filosofia del diritto, anticipano criteri e formule (per brevità ne cito due):  

 –[4]Analisi e giudizi sulla natura del dispotismo; dal dispotismo dei re al dispotismo della rivoluzione.

  – La riconsiderazione del rapporto tra religione e rivoluzione, configurata seguendo il nesso dialettico tra assolutismo, declino della religione ed evento rivoluzionario.

[5]Rosmini è osservatore e insieme interprete di quella grande crisi spirituale dell’Occidente, ne coglie le connotazioni essenziali, si propone di individuarne le linee di superamento, attraverso un grande progetto enciclopedico di rifondazione della filosofia e insieme della politica dell’Occidente (…).

Rovereto prima e Stresa poi diventano una sorta di laboratorio all’interno del quale vengono registrate, recepite e poi analizzate e ripensate le varie espressioni di quel vasto movimento di idee che agitò l’Europa nei primi decenni dell’Ottocento. Un pensatore che, ad un’osservazione superficiale, potrebbe apparire lontano e quasi distaccato dagli avvenimenti, in realtà era profondamente immerso in essi e a pieno titolo partecipava al dibattito intellettuale del suo tempo, collocandosi come autentico”intellettuale europeo”.

Una qualifica che può apparire un po’ paradossale se applicata a un pensatore che, a differenza di altri intellettuali del suo tempo, non è mai stato un “grande viaggiatore”e il cui orizzonte geografico è rimasto circoscritto all’Italia, operando, salvo brevi periodi milanesi e romani, in un ambiente che può essere considerato tipicamente “provinciale”: appunto la natia Rovereto, Domodossola e Stresa.

I silenzi ovattati e la calma della sua casa di Stresa erano l’ambiente ideale per alimentare la sua insaziabile curiosità intellettuale che superava abbondantemente la limitatezza geografica di orizzonti. La ricca biblioteca nella sua “casa monumento” di Rovereto è tuttora una testimonianza dei molti libri che il Rosmini faceva arrivare da ogni parte del mondo. Osservatore meticoloso e attento conoscitore dei primi movimenti socialisti e di estrema sinistra, il pensatore roveretano è stato un esploratore instancabile di ogni corrente culturale europea di una certa importanza, in particolare di lingua tedesca e francese.

Il Risorgimento e l’impegno politico e diplomatico del Rosmini nel 1848

L’Impero d’Austria aveva posto grandi difficoltà al Roveretano nello svolgere e realizzare le sue opere religiose. Tant’è che era stato costretto a lasciare la sua città e rifugiarsi prima a Milano per breve tempo, poi stabilmente in Piemonte, che considerava la sua patria d’elezione e dove le sue realizzazioni religiose e educative avevano un notevole sviluppo grazie all’avallo del religiosissimo Carlo Alberto di Savoia. Ma a partire dal 1848 il governo piemontese aveva imposto una severa politica anticlericale per eliminare la forte ingerenza della chiesa nelle questioni civili. In quel periodo burrascoso il Rosmini si era opposto criticando aspramente quest’anticlericalismo, tuttavia non c’era stata alcuna rottura con il governo di Sua Maestà Carlo Alberto, il quale aveva lasciato che egli continuasse a lavorare liberamente con le sue opere benefiche e religiose.

Le importanti esperienze maturate, i suoi studi, gli scritti, il lungo e fruttuoso rapporto con il Manzoni avevano spinto il Roveretano a parteggiare e partecipare, nel ’48, ai movimenti d’indipendenza nazionale che avevano nel Piemonte uno degli attori più importanti dello scacchiere europeo.

In questo clima favorevole, nel maggio del ’48 pubblicava la sua opera più celebre: “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”[6], libro scritto tra il 1832 e il 1833 ma che il Rosmini aveva ritenuto più opportuno e prudente pubblicarlo solo dopo l’elezione di Papa Pio IX avvenuta nel 1846.

Poco dopo a Milano, sempre nel ’48, scriveva e dava alle stampe la“Costituzione secondo la giustizia sociale” con un’appendice sull’Unità d’Italia. I due scritti illustrano, in sostanza, un compiuto progetto di riforma ecclesiale e politica.

Nell’agosto del 1848, mentre si era consumata a Custoza la sconfitta militare (22 e 27 luglio 1848) della prima guerra d’indipendenza con l’Austria, il governo Casati, su ordine di Carlo Alberto, affidava al Rosmini una delicata missione diplomatica a Roma, presso Pio IX, con l’obiettivo di negoziare un concordato tra lo Stato Pontificio e quelli di Sardegna e Toscana.

Egli giungeva a Roma il 15 agosto 1848 e fermo sui suoi principi di diritto e politica, stilava un documento costituzionale e la bozza di una Confederazione di Stati italiani sul modello dell’opera “La Costituzione secondo la Giustizia Sociale”[7]. Il Papa lo aveva accolto con favore, mostrandosi favorevole agli obiettivi della missione.

Il progetto indicava la visione d’insieme di uno Stato liberale; realizzare l’Unificazione italiana e un reale decentramento amministrativo e di unità nella differenza.

[8]Le speranze federaliste tra gli stati italiani con l’egida spirituale del Papa, erano il sogno risorgimentale del Rosmini e del Gioberti per evitare il secolare scontro fra Stato e Chiesa. Egli vedeva nelle trattative per una Lega degli stati italiani, solo un primo passo costituente per giungere poi a una Dieta permanente in Roma, vero e proprio governo federale, affiancata da una Camera e da un Senato rappresentativi dei diversi stati in proporzione alle loro popolazioni.

Il governo piemontese in merito alla confederazione degli Stati italiani era poco chiaro, (premeva al governo di avere dai plebisciti della Lombardia e del Veneto un punto d’appoggio per operare verso il regno dell’Alta Italia; ottenuto questo, si poteva negoziare con l’Austria da posizioni di forza) tanto che il Rosmini era a Roma senza un incarico ben definito, senza precise istruzioni.

Intanto la guerra con l’Austria era persa; il re stipulava un armistizio con Radetzski e si ritirava provvisoriamente dietro la linea del Ticino, mentre il conte Casati tentava ancora di riprendere le trattative con la Santa Sede in precedenza interrotte.

[9]Tuttavia c’è da chiarire che per Rosmini la guerra d’Austria avrebbe dovuto avere, per lo Stato pontificio, un suo senso all’interno della Confederazione e non una pura e semplice alleanza militare, come egli aveva indicato proprio nel testo del progetto di Confederazione italiana a suo tempo presentata.

Rosmini riteneva che lo Stato della Chiesa, una volta che avesse aderito alla Confederazione italiana, sarebbe stato legato alla politica comune del nuovo Stato federale, ed in particolare sarebbe stato tenuto a seguire le deliberazioni comuni in materia di politica estera e di difesa. Strumento per la gestione comune degli interessi internazionali del nostro paese avrebbe dovuto essere una Dieta, composta in parte di delegati eletti direttamente dai cittadini dei diversi Stati, o dai loro parlamentari, ed in parte designati dai principi. Il progetto della Dieta era parte integrante dell’accordo del 31 agosto 1848 sulla “lega” politica da stipularsi in vista della Confederazione italiana. Rosmini è contrario tanto all’elezione diretta di tutti i deputati della Dieta dai cittadini dei diversi Stati, quanto alla sua riduzione ad un organismo rappresentativo delle sole volontà dei sovrani. Un sistema misto rende indipendente l’operato della dieta, ma lo sottrae a spinte estreme. Rosmini coglie bene le tendenze dei movimenti più radicali che miravano a raccogliere le forze favorevoli all’idea di una costituente del popolo italiano (…).

Non ha senso per lui che l’iniziativa dell’unificazione politica nasca dal basso, da un movimento demagogico e minoritario, cioè da agitazioni popolari di piazza che non seguono alcuna procedura razionale nel gestire la cosa di tutti. Il suo pensiero sul “dispotismo” che nasce dai regimi assembleari è chiarissimo. La prudenza del nostro autore giunge a paventare addirittura una trasformazione dell’assemblearismo della costituente italiana in un movimento dai contorni comunistici (…).

Ma la guerra del Piemonte con l’Austria, l’ambiguità del governo piemontese sugli accordi con Pio IX, il cambio di governo del 15 agosto 1848, in cui il nuovo primo ministro Cesare Alfieri di Sostegno aveva sovvertito i precedenti accordi, i moti scoppiati nella capitale e la tenace opposizione del Cardinale Antonelli; il Rosmini, a fronte di questi aspri contrasti e rendendosi conto che gli eventi seguivano oramai un corso del tutto diverso dal suo progetto politico-ecclesiastico iniziale, l’11 ottobre del 1848 rassegnava definitivamente le dimissioni dall’incarico. (poi accettate il 22 ottobre).

A seguito di questi fatti, il 24 novembre del ’48 il Papa fuggiva furtivamente a Gaeta volendo con sé anche il Rosmini. Intanto la curia romana aveva accolto la linea filo-austriaca del segretario di Stato Card. Antonelli, collaboratore di Pio IX dal ’48 al ’76, strenuo difensore del potere temporale della chiesa e dichiaratamente ostile al Rosmini. Il Papa, ascoltava i consigli del Rosmini ma oramai era sotto l’influenza nefasta del Cardinale Antonelli, il quale lo aveva convinto a ritirare la Costituzione. In uno degli ultimi colloqui col Rosmini il Papa dichiarava: «Caro Abate, non siamo più costituzionali». Poco dopo il Papa, con rapido voltafaccia, attuava la revoca della Costituzione, contro le intenzioni dichiarate in precedenza e sordo ai consigli dello stesso Rosmini.

[10]L’appiattimento del papato sull’Austria significò l’apertura della “Questione romana”, che si sarebbe potuta evitare solo a patto del mantenimento di un’Italia federale. Il senso del federalismo di Rosmini è soprattutto questo: la saldatura della questione nazionale alla questione religiosa. Egli vedeva nella chiesa cattolica l’organismo in grado di salvaguardare, sotto il profilo spirituale, le peculiarità di tutti i popoli nel loro aspetto linguistico e di tradizioni particolari (Luciano Malusa).

Il Regno sabaudo era oramai avviato all’accentramento del movimento nazionale e alla rottura con la chiesa, escludendo la Costituzione e il progetto rosminiano di Stato federale che era stato concordato con lo stesso governo piemontese. Oramai il Rosmini si trovava nell’impossibilità di avere rapporti con il Papa causa gli ostacoli frapposti dagli uomini del Card. Antonelli che parteggiava per gli austriaci, inoltre si sentiva estromesso dalla curia di Gaeta. Anche la polizia borbonica lo perseguitava e minacciava, invitandolo a lasciare il Regno. Il 15 agosto 1849 gli giungeva, inattesa, la notizia della condanna all’indice dei libri Delle cinque piaghe e la Costituzione. Questo clima di velenosa persecuzione da parte della chiesa e il voltafaccia del governo piemontese convincevano il Rosmini, dell’inutilità della sua permanenza presso il Papa a Gaeta.

In silenzio, umilmente, con la serenità d’animo dell’uomo che sa di aver compiuto fino in fondo il proprio dovere, si sottometteva in silenzio e il 2 novembre 1849 rientrava nella sua casa Bolongaro di Stresa, sul lago Maggiore, nella pace e raccoglimento alla preghiera che la politica gli aveva tolto. Ritorna ai suoi studi confortato dall’amicizia del Manzoni, di Gustavo di Cavour e vari amici con i quali intrattiene costruttive conversazioni. Nei suoi scritti ripropone le sue idee sulla libertà d’insegnamento posto su basi di concetti liberali nuovi per l’ordinamento scolastico. Purtroppo la sua salute è avvelenata dallo scontro tra Stato e Chiesa da lui tanto avversato e combattuto. Si ammala in modo grave, nell’autunno del 1854 la salute peggiora e lo costringe a letto; dà le ultime disposizioni ai confratelli, abbraccia gli amici più cari e il 1° luglio 1855 spira.

[11]Ad Alessandro Manzoni, rimasto con lui sino alla fine, consegna il suo testamento spirituale in tre brevi parole: adorare, tacere, godere.

 

Luglio 2019

Carlo Ellena 

 

BIBLIOGRAFIA

-Dagli atti del Convegno nazionale “Rosmini e la cultura del Risorgimento”

Sacra di San Michele, Torino, 7-8 giugno 1996-

“ROSMINI E LA CULTURA DEL RISORGIMENTO” –

Attualità di un pensiero storico-politico

A cura di Umberto Muratore   –  Edizioni rosminiane – stresa – 1997

-Scritti su: “Antonio Rosmini – La vita, gli amici, le opere, il pensiero”- A cura di Umberto Muratore –   Centro Internazionale di Studi Rosminiani.

-“Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano” – Nello Rosselli – Piccola Biblioteca Einaudi

-“Cathopedia” – Enciclopedia cattolica

 

[1] Da scritti del Centro di Studi e Ricerche “ Antonio Rosmini” – TRENTO.

[2] Da scritti del Centro di Studi e Ricerche “Antonio Rosmini” – TRENTO.

[3] Tratto da uno scritto di Antonio Borrelli.

[4] Da un saggio di Francesco Traniello a pag.78-79-80-81 del volume “Rosmini e la cultura del Risorgimento” edizioni rosminiane – Stresa

[5] Da un saggio di Giorgio Campanini a pag. 61-62-63-64 del volume “Rosmini e la cultura del Risorgimento” edizioni rosminiane – Stresa

[6] Il libro usciva in forma anonima a Lugano nel 1848- Tipografia Veladini. L’anno successivo era stampato anche a Napoli, senza più anonimato. Un libro che in qualche modo tratta “dei mali della santa Chiesa”, proprio per questo motivo il 30 maggio 1849 il libro era stato messo all’indice dei libri proibiti dalla “Congregazione dell’indice”. L’opera era stata poi prosciolta già nel 1854 dalla stessa “Congregazione dell’indice”. Il Rosmini così descrive, nei titoli dei cinque capitoli del suo libro, le cinque piaghe: 1) Della piaga della mano sinistra della santa Chiesa che è la divisione del popolo dal clero nel pubblico culto. 2) Della piaga della mano diritta della santa Chiesa, che è la insufficiente educazione del clero. 3) Della piaga del costato della santa Chiesa, che è la disunione dei vescovi. 4) Della piaga del piede destro della santa Chiesa che è la nomina de’ vescovi abbandonata al potere laicale. 5) Della piaga del piede sinistro: la servitù dei beni ecclesiastici. (Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica).

[7] Anche quest’opera, La costituzione secondo la giustizia sociale, era posta all’indice insieme alle Cinque Piaghe. (Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica).

[8] Da uno studio di Giorgio Cavalli sulla missione del Rosmini.

[9] Dal capitolo -DAL PIEMONTE A ROMA: LA MISSIONE DEL ’48- di Luciano Malusa, pp. 163-164- 165 -Tratto dal volume; “Rosmini e la cultura  del Risorgimento”- Edizioni rosminiane –Stresa – 1997

[10] Da uno scritto di Luciano Malusa

[11] Tratto da scritti del Centro di Studi e Ricerche “Antonio Rosmini” – TRENTO.

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Immagine di Rosmini (con firma)
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Centro Studi Rosminiani
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Carlo Denina (1731 – 1813)

Dedico ai piemontesi italiani smemorati e anonimi, una sintesi storica di due colti religiosi in guerra con la monarchia savoiarda ma soprattutto contro la chiesa romana corrotta, intrigante e tronfia di potere temporale; aspetto che costatiamo, purtroppo, ancora oggi in chiave degenerativa con l’attuale Papa:

Sono: Carlo Denina e Antonio Rosmini Serbati

 

Carlo Denina (1731 – 1813)

Dopo ben oltre un secolo e mezzo di silenzio su questo religioso piemontese inviso dal clero del suo tempo e dalla Monarchia Sabauda, si riscoprono, finalmente, le formidabili doti intellettuali di un uomo che ha spaziato in una varietà immensa di settori nel mondo della cultura.

Trattasi di Carlo Denina (Revello 18 febbraio 1731/ Parigi 5 dicembre 1813), conosciuto anche come ”l’abate di Revello”. La famiglia, originaria di Villanova di Mondovi, si era trasferita da due generazioni a Bagnolo, dove un prozio era prevosto. Alla morte di questo, la nonna, vedova, si era spostata con i figli a Revello, dove il padre del Denina era divenuto agente del feudatario locale conte F.S. Roero, sposando la damigella di compagnia della contessa madre.[1]

Carlo Denina è stato una personalità d’intellettuale fuori dal comune: laureato in teologia a Milano, presbitero, abate, letterato, storico, filologo, linguista, dialettologo, ricercatore instancabile e oltremodo pignolo; la sua opera monumentale spazia in tutti i campi della letteratura e non solo. Un uomo colto, risoluto a proporre vie nuove, scomodo ai regni di Carlo Emanuele III, Vittorio Amedeo III e Carlo Emanuele IV per le sue idee e i suoi scritti filo-francesi, mal visto dal potere ecclesiastico e da quello regio, odiato soprattutto dalla stessa chiesa per alcuni scritti concernenti il rapporto fra religione, arte e scienza. Relazione fra religione e arte; il rapporto sta nel materiale immaginario che ogni religione sa fornire (temi, soggetti, favole) ma anche nelle censure e nei divieti che condizionano lo sviluppo artistico.

Rapporto fra religione e scienza: l’eterno scontro fra la continua evoluzione attraverso lo studio e ricerca dell’una e l’immaginifico astratto pietrificato nei secoli dell’altra.

Uno studioso di rango che, estromesso dai suoi incarichi dal mondo intellettuale di quel periodo e perseguitato, era stato costretto a lasciare l’Italia e riparare a Berlino e in seguito a Parigi, trovando apprezzamento per i suoi scritti, un fermento culturale consono al suo spirito e la libertà d’espressione aderente al suo carattere schietto.

A questo punto credo sia utile un excursus cronologico della vita e del percorso culturale di questo straordinario studioso, al quale non faceva difetto esporre le proprie idee, pagandone le conseguenze di persona e a caro prezzo.

1731 – Secondo di quattro figli, nasce a Revello Carlo Denina. Di famiglia non ricca, grazie ai conti feudatari del luogo, i Roero Trotti, ottiene una borsa di studio presso il Collegio delle Province di Torino.

1748-1753 – Prima studia presso il Collegio delle Province di Torino e frequenta la facoltà di Arti liberali sempre nel medesimo Collegio. Studia al Collegio di Pinerolo, dove svolge il ruolo di insegnante di umanità e retorica, ma viene allontanato per la messa in scena in una commedia di brani satirici sui gesuiti e i secolari.

1760-63 – Trasferitosi a Torino insegna l’italiano ai convittori inglesi dell’Accademia Reale. Qui si dedica a studi letterari e manda in stampa Il discorso sopra le vicende della letteratura, cui fa seguito un Saggio sulla letteratura italiana. Fonda il periodico “Parlamento Ottaviano” ma pubblica un solo numero per polemiche con l’ambiente ecclesiastico romano.

1763-64 – Con un convittore irlandese compie il primo viaggio in Italia, visita Parma, Modena, Bologna, Firenze, Siena, Roma, Napoli, Venezia.

1769-70 – Pubblica il primo volume delle Rivoluzioni d’Italia. L’opera ha successo ed è tradotta parzialmente in inglese, in tedesco e in francese. Quest’affermazione del libro gli frutta la nomina a professore di eloquenza italiana e lingua greca nell’Ateneo torinese.

1776-77 – Studia e scrive con una fecondità straordinaria; pubblica Bibliopea, o sia dell’arte di compor libri, un trattato sui rapporti fra cultura, uomo di lettere e potere politico; è tradotta anche in tedesco.

1778 – La pubblicazione non autorizzata fuori del Piemonte del Trattato Politico Dall’impiego delle persone gli procura la perdita della cattedra dell’insegnamento accademico a Torino e il confino prima nel seminario di Vercelli poi a Revello.

1771-82 – Rientrato a Torino è nominato Direttore della classe di studi storici all’Accademia Reale, nel contempo prepara e pubblica L’istoria letteraria della Grecia in 4 volumi, tradotto anche in tedesco. Non ottenendo un nuovo incarico, accetta la proposta della prestigiosa Accademia delle Scienze di Berlino e nominato membro della classe di Belle Lettere, inizia una cospicua produzione letteraria.

1784 – Pubblica l’edizione definitiva del Discorso sopra le vicende della letteratura, tradotta in tedesco e francese. Il libro è un tentativo di storia comparata delle letterature europee.

1789 – Pubblica una biografia introduttiva alle Opere postume di Federico II, re di Prussia e dal monarca polacco Stanislao Augusto Poniatowskki. Riceve la nomina a Canonico di Varsavia.

1790 – Pubblica la Prusse littéraire dove, nella propria biografia letteraria, esprime alcuni giudizi poco benevoli su docenti dell’ateneo torinese, ed è subito punito; a Torino è proibita la distribuzione.

1791-92 – La nomina di un amico cardinale induce il Denina a tornare a Torino e scrive il XXV capitolo delle Rivoluzioni d’Italia dal titolo L’Italia moderna, ma non ricevendo alcun incarico rientra a Berlino.

1803 – Nel nuovo clima politico pubblica finalmente l’opera Dall’impiego delle persone, ma in versione diversa dalla precedente. Nella nuova edizione promuove in due lettere d’appendice l’impiego della lingua francese nel Piemonte, provincia dell’Impero. Sia nella prima, Dell’uso della lingua francese che nella seconda, contiene “la più radicale rinuncia all’italiano che sia stata scritta negli anni dell’occupazione francese dello Stato sabaudo”. Il Denina insiste sui legami storici che uniscono il Piemonte alla Francia e sull’opportunità d’appartenere a una koiné letteraria prestigiosa e di alto livello europeo.

1792-1804 – Oramai stabilitosi a Berlino, l’abate di Revello s’immerge negli studi glottologici sulla storia delle lingue creando le basi dell’opera Clef des Langues, uno dei più importanti trattati linguistici settecenteschi dove propone l’idea di un’origine comune a tutte le lingue europee. Le sue idee francofone scatenano polemiche con i filo-italiani piemontesi capeggiati dal conte Galeani Napione e Prospero Balbo che ritengono la lingua italiana più importante anche sotto l’aspetto politico. Oramai affermato in Europa quale valente letterato-linguista, il Denina è chiamato alla “corte” francese.

1805 – Carlo Denina è nominato da Talleyrand bibliotecario privato dell’imperatore Napoleone Bonaparte.

1809 – Pubblica l’Istoria dell’Italia Occidentale in sei volumi; un’opera che in definitiva è la storia della monarchia sabauda.  Il volume, che s’ispira alla cultura napoleonica, vuole dimostrare i legami tra i territori subalpini e transalpini, per cui l’annessione del 1802 è storicamente naturale. Il libro è un clamoroso insuccesso.

1811 – Manda alle stampe il Saggio istorico critico sopra le ultime vicende della letteratura. Due anni dopo moriva a Parigi all’età di 82 anni.

In Italia, le sue opere volutamente dimenticate per oltre un secolo, solo recentemente sono state riportate alla luce, scoprendo un universo di sapere d’immenso valore storico e linguistico. Apprezzato da eminenti studiosi europei, in Italia, al contrario, la sua opera era stata considerata con estremo disprezzo.

Personaggio geniale ma incompreso, i suoi studi, precorrevano i tempi, nel libro “Vicende della letteratura”, insiste su una relazione importante: che la “letteratura” e le “tradizioni” non possono essere disgiunte dalla “linguistica” che ne è invece parte integrante; un aspetto che vedeva allargato in una prospettiva europea, in particolare rispetto alle tradizioni francesi e tedesche.

Un contributo fondamentale su Carlo Denina è avvenuto grazie a un importante intervento orale del prof. G. Gasca Queirazza in un convegno sul Denina tenutosi a Revello e soprattutto al prof. Claudio Marazzini, per i suoi numerosi scritti e i vari libri ben documentati, dai quali molto ho attinto.

La Francia nemica-amica del Piemonte da secoli, con l’avvento di Napoleone, dopo anni di guerre, moti rivoluzionari, sommosse interne e violenze, sul finire del ‘700 i suoi eserciti erano determinati a occupare il Piemonte, contro si alleavano tre fazioni; indipendentisti, giacobini e repubblicani, ma tutto si rivelava inutile; il Piemonte era sconfitto definitivamente dalle truppe napoleoniche.

Pressato dal potere papale, dagli austriaci, ma soprattutto dai francesi, la sua terra dilaniata da lotte interne, re Carlo Emanuele IV abdicava, cedendo i poteri a Napoleone e il 9 dicembre 1798 si rifugiava in Sardegna con la sua corte, mentre i francesi, con la Cittadella già occupata, invadevano Torino. I vincitori, preso possesso della capitale e del Piemonte, istituivano un Governo provvisorio dipendente dal Direttorio francese che poi lo aggregava alla Francia. L’annessione era ratificata in via definitiva il 2 settembre 1802. Il Piemonte annesso era diventato: “La 27° Divisione militare del Piemonte”.

Nel frattempo un altro duro scontro, non armato, avveniva parallelamente all’occupazione. Era un’accanita battaglia culturale fra due correnti linguistiche; i filo-italiani e i filo-francesi; una questione importante, fondamentale per il futuro: si doveva decidere se essere francesi o italiani non soltanto come cittadini, ma anche come madre lingua, e non era un fattore di secondaria importanza, tutt’altro, come vedremo in seguito.

La corrente culturale creatasi a fine ‘700 e che mirava a italianizzare il Piemonte, rivendicava un’antica tradizione che risaliva al 1577 con un editto emanato da Emanuele Filiberto di Savoia che confermava l’uso dell’italiano nei tribunali del Piemonte.

Nel febbraio del 1799, il generale Joubert, comandante la piazza di Torino da appena due mesi, aveva urgenza di definire l’annessione (la réunion, così chiamata dai francesi), del Piemonte alla Francia secondo gli ordini di Napoleone, per cui riuniva il Governo provvisorio che votava a favore dell’annessione alla Francia.

L’approvazione dei venticinque membri che formavano il Governo era stata unanime ma laboriosa; a loro era affidato il compito di stilare un documento che riassumesse i motivi della scelta politica. In buona sostanza si chiedeva di affermare la naturale parentela con la gente del Piemonte, ora fratelli d’oltralpe. Era palese la volontà di muoversi anche sulla questione linguistica.

Il dibattito politico che aveva fatto seguito alla questione filo-francese e antifrancese era stato ampio e complesso ma produttivo; infatti, usciva dal ristretto ambito letterario per acquisire a tutto tondo una dimensione civile.

Per chiarire l’intricatissima situazione verificatasi in Piemonte e per introdurre l’argomento linguistico, bisogna risalire all’armistizio di Cherasco del 28 aprile 1796, le cui clausole gravavano pesantemente sul Piemonte e sulla monarchia con l’estromissione del re nel 1798, al quale succedeva il Governo provvisorio composto dal partito antimonarchico e quello definito “giacobino”, diviso da tendenze profondamente diverse; dal radicalismo anarchico più retrivo ai moderati che, in definitiva, appoggiavano la politica del Direttorio di Parigi.

Le peripezie letterario-linguistiche del Denina lo avevano portato definitivamente a Berlino  (non ritornerà mai più in Italia) ma, osservatore attento, era ben consapevole del nuovo clima politico a lui favorevole avvenuto in Piemonte con l’allontanamento del re e l’annessione alla Francia (la réunion). Siamo nel 1803 e si prende una sorta di rivincita ripubblicando il libro, curato a Torino da suo nipote Arnaud, Dall’impiego delle persone.

Questo libro, che era stato scritto molto tempo prima del periodo francese; nel 1777, scavalcando la censura, era fatto stampare a Firenze, poiché non gli era stata concessa la pubblicazione in Piemonte. Il fatto che ignorasse la legge, era stato considerato un grave crimine, in particolare dall’ottuso ma potente ambiente ecclesiastico che non vedeva di buon occhio la proposta di alcune riforme, una delle quali, molto dura, prevedeva che gli ecclesiastici dovevano lavorare per vivere per non costituire una piaga sociale. Era stato un ottimo pretesto per fargli togliere la cattedra universitaria e condannarlo al confino.

La nuova edizione aveva un’appendice in aggiunta: Dell’uso della lingua francese, in cui l’autore si dichiarava contro la lingua italiana (già scritto in precedenza), illustrando compiutamente i motivi della sua scelta. Inoltre scriveva una lettera al Prefetto del Dipartimento del Po dando preziosi consigli sulla francesizzazione nella scuola e nell’educazione religiosa, con l’intento che il dialetto diventasse una sorta di ponte per insegnare il francese anche al ceto popolare.

Quest’azione diretta a un funzionario pubblico, gli costerà la perenne inimicizia degli italianisti piemontesi più accaniti, ossia il conte Galeani Napione, Prospero Balbo, il conte Carlo Vidua e pochi altri componenti di un’élite culturale che manterrà intatti i suoi poteri anche dopo la Restaurazione.

L’aggiunta della lettera Dell’uso della lingua francese, inesistente nella vecchia edizione, merita un approfondimento.

Questa sorta di discorso scritto, si discosta nettamente dai vari trattatelli tesi a perorare l’uso della lingua italiana; scritti ridondanti e superficiali per la scarsa conoscenza della materia linguistica, mirati più che altro a compiacere la monarchia sabauda piuttosto che dare valida ragione sulla scelta della lingua italiana. Al contrario, il Denina dava un saggio della sua raggiunta maturità di glottologo illustrando, con riscontri minuziosi, le ragioni e i vantaggi della scelta francese.

Scrive il Denina[2]:…cotesto cangiamento di lingua sarà molto più vantaggioso che nocevole. Passato che sia quel turbamento, quel disturbo che arrecar deve nel primo arrivo, io tengo per cosa certissima che i nostri nipoti scriveranno in francese più facilmente assai che i nostri antenati e contemporanei abbiano potuto fare scrivendo in italiano. Il nostro linguaggio piemontese è uno de’ dialetti d’Italia, non già un italiano o sia toscano corrotto, ma bensì un latino corrotto, misto di voci celtiche, gottiche o tedesche, come tutte le più colte, più pulite lingue d’Europa; si è formato ne’ medesimi secoli in cui si formarono la lingua italiana comune, la francese, la spagnola e la portoghese. Diverse cagioni concorsero a formare il dialetto piemontese più somigliante all’idioma francese che il toscano. Nota è l’identità dell’antica origine, o almeno l’affinità delle due Gallie, Cisalpina e Transalpina, o per dir meglio de’ i Subalpini orientali e occidentali; perciocché Subalpini sono egualmente gli abitanti delle rive della Duranza e del Rodano, che quelli delle rive della Stura e del Po; essendo gli uni e gli altri posti a piè dell’Alpi sub Alpibus. Perciò sì gli uni che gli altri dovettero conservare molte voci della lingua celtica certamente comune ai Subalpini orientali che sono in Piemonte, e ai Delfinesi e Provenzali che sono sulla faccia occidentale dell’Alpi Cozie e Marittime…

…Il linguaggio dei nostri Subalpini non solamente si ravvicinò al francese più che all’italiano o toscano; ma si può anche dire che fosse un linguaggio intermedio fra le due gran lingue…

La pronuncia o vogliam dire l’accento nostro è assai più simile al francese che al toscano o al romano; e se in alcuni casi i nostri vocaboli ritennero le vocali e le consonanti toscane, in molte altre hanno preso il  suono e la forma francese. Probabilmente prima che nella Gallia Transalpina si dicesse père, mère, frère, soeur, chaud, faux, saut, invece di padre, madre, frate, fratello e sorella, caldo, falso, salto e simili, i Cisalpini e più particolarmente i Subalpini, cioè i Piemontesi, dicevano pare, mare, ovvero paire, maire, fraire, soeur, caud, fauss, saut, senza serrare il dittongo per dare allai il suono di è, e al au il suono dello aperto.

Una sua considerazione acquisita attraverso lo studio e l’esperienza lo induce a costatare che: “Le lingue seguono sempre la sorte delle nazioni che le parlano”.

Nello studio della storia linguistica piemontese, l’attenzione del Denina si era rivolta alle varietà dialettali delle varianti locali, in cui lo stesso nome di oggetti di uso comune, ad esempio: accessori da cucina; attrezzi del lavoro; l’abbigliamento femminile; cambia rispetto alle varie località coesistenti all’interno dello stesso territorio (geosinonimi) come una forma di codice, l’etimo è incerto, poiché di antichissima origine. Questo fattore importante non isolerà la storia del dialetto ma, anzi, lo intreccerà strettamente con la storia della lingua.

Da un’attenta lettura, le affinità che emergono dalle analisi delle particolarità fonetiche fra le varianti locali, evidenziano sia l’uso del francese, sia l’uso dell’italiano; ad esempio la ë, detta muta, nel piemontese è simile al francese, mentre italiana è la conservazione della s in scòla e studi ove il francese ha école ed étude, è una sorta di bivalenza.

Le caratteristiche, le osservazioni sulle stratificazioni storiche, le analisi sugli esiti fonetici e le tecniche del tutto nuove impiegate dal Denina, mostrano un linguista che rispetto ai suoi colleghi ha superato i confini del suo tempo vedendo ben oltre.

Ancora nell’appendice Dell’uso della lingua francese, esprimeva la difficoltà di scrivere l’italiano, che rifiutava per i troppi sinonimi e non ancora spogliato da toscanismi e latinismi che rendevano difficile la corretta scrittura in prosa. Egli riteneva che il francese fosse più adatto e vantaggioso per il Piemonte, per il quale, nella migliore delle ipotesi, egli sognava un destino simile a quello dell’Alsazia, con Torino analoga a Strasburgo in quanto a bilinguismo e capacità di mediazione fra due culture (là con la tedesca, qui tra l’italiana e la francese).[3]In sostanza, vedeva la Nazione e la sua capitale proiettati in un contesto più europeista.

Purtroppo le idee del Denina, ormai lontano dal Piemonte, non avranno seguito e con la Restaurazione (1815) e la cancellazione di ogni traccia francese, comprese le idee d’avanguardia, tutto ritornava come prima.

In seguito, si rafforzava nella ricerca d’affermazione la proposta linguistica toscano-italianista, quale vivida espressione di uno spirito nazionale. Questa corrente letteraria si era formata sulle tracce del Napione, del Balbo, e del Vidua (un unitario e acerrimo antidialettale) e portata avanti da una schiera di letterati, alcuni preparati altri meno, i quali più che altro parteggiavano per il partito politico-nazionalista d’ispirazione monarchica.

Intanto qualcuno si muoveva abilmente nell’ambito scolastico.

Nella prima metà dell’ottocento un insegnante, Michele Ponza, si dimostrava un prolifico, quanto prezioso mediatore fra la lingua italiana e il “dialetto” piemontese attraverso una cospicua produzione popolare di opere scolastiche con grammatiche, vocabolari, dizionari, libri di esercizi, opuscoli, riviste e quant’altro utile ai giovani allievi dialettofoni a imparare il difficile italiano.

Una produzione letteraria considerata, nei decenni successivi, di “tono minore” da una schiera di sedicenti letterati che guardava con disprezzo il ceto popolare che parlava, a sentir loro,  un linguaggio rozzo e monco.

L’insegnante Michele Ponza, uomo concreto, con i piedi ben piantati per terra, era di tutt’altra opinione; egli giovandosi della grande esperienza acquisita nella scuola pubblica, considerava il dialetto come una sorta di ponte verso l’italiano e molte volte si era trovato in difficoltà con gli irriducibili toscanisti nel correggere parole piemontesi tradotte erroneamente in italiano. L’esercito degli italianisti a tutti i costi era composto da puristi, letterati mediocri, scrittori, editori di opuscoli, libretti e pubblicazioni di ogni genere; tutti si erano votati al poderoso impegno dell’italianizzazione dei piemontesi e degli italiani non ancora italiani, ne cito alcuni: Napione, Balbo, Vidua; in seguito Ferdinando dal Pozzo; Bartolomeo Bona; A. Pagliese, il giacobino Ranza; Francia di Cella; il lessicografo Giacinto Carena; M. Cargnino; Oreste Raggi e Giuseppe Antonio Cerutti che adottava ancora il metodo di Michele Ponza.

Ma i metodi del Ponza erano oramai superati, a fronte della volontà generalizzata di cancellare i dialetti; si presentava impellente la “questione della lingua”. In questo senso c’era chi aveva precorso i tempi: Ferdinando dal Pozzo nel 1833 pubblicava a Parigi un libro piuttosto discusso, nel quale aveva anche inserito il Piano di un’associazione per tutta l’Italia avente per oggetto la diffusione della pura lingua italiana e la contemporanea soppressione de’ i dialetti che si parlano ne’ i vari paesi della penisola. «In un momento storico in cui l’unità politica dell’Italia sembrava impossibile da realizzare, gli pareva assolutamente irrinunciabile almeno una rigida unità linguistica ottenuta mediante la distruzione dei dialetti considerati «linguaggio rozzo e monco», «triviali parlari», «immondi steli».[4]

«La crociata antidialettale in nome di aspirazioni politiche era nata quindi ancor prima che il sogno dell’unità avesse concretezza. Attorno al 1848 la battaglia assunse più vigore. All’incirca in quegli anni un tipografo di Alessandria raccoglieva in un libretto i Cenni intorno alla soppressione dei dialetti di Ignazio Pansoya (o Pansoja come scrive Bersezio), pubblicati poco prima dall’autore in soli cinquanta esemplari e li univa al già citato Piano del Dal Pozzo, facendo seguire gli appunti di lingua toscano-piemontesi di Alfieri».

«In uno scritto di Oreste Raggi la lingua era considerata soprattutto vincolo essenziale di nazionalità e a giudizio dell’autore, la sua mancanza comportava la perdita dello spirito nazionale; egli portava l’esempio significativo del «popolo minuto degli operai e dei contadini» (Raggi) che si esprimevano solo in dialetto ed erano privi di ogni spirito patriottico. Il dialetto cominciava ad essere considerato sempre più spesso un potenziale nemico, non tanto perché era un ostacolo all’avanzare dei lumi (così si sarebbe pensato piuttosto tra Sette e Ottocento), ma perché fattore di disgregazione politica. Stranamente l’odio per il dialetto si alimentava proprio nel momento che molti problemi venivano considerati come risolti od in via di risoluzione»[5].

Nell’accanita furia unitaria della cultura filo-monarchica dei piemontesi e solo loro, c’era la folle illusione di calpestare nei dialetti l’antica storia delle parole. Dal grido a un suono appena articolato, alla stentorea parola che cerca comunanza; dal primo vagito del nascituro, alle madri che parlano insegnando le mille lingue del cuore, sono la progenie delle lingue naturali: i dialetti.

Ѐ falso e pericoloso il tentativo di voler pianificare o distinguere una cultura, una lingua, con differenze di nobiltà, casta o censo.

Forse costoro per ignoranza o per un’assurda volontà di parte, non volevano sapere o capire che quelle antiche parole lasciano nei secoli una traccia indelebile, incancellabile nell’oralità dell’uomo; Carlo Denina lo aveva capito da molto tempo. È una potente forza unificante non disgregatrice; infatti, la lingua cosiddetta del volgo (il volgare), pur in un contesto moderno che ne limita l’uso e superando nel tempo le infinite traversie, ancora oggi è viva e fiorente, mentre la lingua nazionale, l’italiano, travolta dell’incultura e dalla stupidità vive un drammatico declino.

Carlo Denina, l’Abate di Revello, piemontese, italiano, europeo; ben ritrovato in Piemonte e in Italia. Forse la sua scelta francese non era priva di giustezza; nelle parentele transalpine e subalpine, non solo linguistiche aveva visto, un secolo e mezzo prima, un diverso destino per il Piemonte.

Luglio 2019

Carlo Ellena

 

[1] Dal “Dizionario Biografico degli italiani”- Volume 38 (1990), di Guido Fagioli Vercellone

[2] Brani dell’appendice “Dell’uso della lingua francese”, tratti dal volume “Storia delle lingue e polemiche linguistiche” di Carlo Denina (Dai saggi berlinesi 1783-1804) Edizioni dell’Orso – A cura di Claudio Marazzini.

[3] Da “Piemonte e Italia” – Storia di un confronto linguistico – Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi –  Ca dë studi piemontèis – Torino 1984.

[4] Da “Piemonte e Italia” – Storia di un confronto linguistico – Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi –  Ca dë studi piemontèis – Torino 1984.

[5] Da “Piemonte e Italia” – Storia di un confronto linguistico – Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi –  Ca dë studi piemontèis – Torino 1984.

 

 

BIBLIOGRAFIA

“ Dizionario Biografico degli italiani”- Volume 38 (1990) di Guido Fagioli Vercellone

“Piemonte e Italia” Storia di un confronto linguistico –Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi – Ca dё studi piemontèis – Torino – 1984

“Storia delle lingue e polemiche linguistiche”- Carlo Denina – Dai saggi berlinesi 1783-1804 – A cura di Claudio Marazzini – Edizioni Dell’Orso – 1985

“Autobiografia berlinese” – 1731-1792 – Carlo Denina – A cura di Fabrizio Cicoria – Editore Pierluigi Lubrina – Bergamo 1990

“Considerazioni di un italiano sull’Italia” – Calo Denina – Introduzione e note a cura di Vincenzo Sorella – Traduzione a cura di Roberto Rossi Testa – 2005 Nino Aragno Editore

“Enciclopedia Europea” – Garzanti – Volume IV – Prima edizione 1977

Carlo Denina in un ritratto dell’epoca
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

 

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