Categoria: Storia

La pulce e gli elefanti

Marzo 2022

Macron e Joe Biden (ricordi il ’62 a Cuba?), usate sagge parole, non armi e morte.

E lei Papa, esca dal suo castello e in nome del suo Dio mostri il petto alla guerra.

Fermate Draghi, in nome di Dio! Con quest’uomo avremo solo lutti e miseria.

E lei signor Draghi, se è un uomo responsabile,

Lusisti satis, edisti atque bibisti: / tempus abire tibi est

Orazio, Epistole, II, 2, 214-15

Menzione; Emmanuel Macron è stato votato, Joe Biden è stato votato, Boris Johnson è stato votato. Mario Draghi non è stato votato e il parlamento italiano è abusivo, esiste per un colpo di mano d Mattarella, il quale ha ribaltato l’esito delle votazioni del 2018. Questo significa che dopo circa un secolo, al popolo è estorta la “sovranità popolare”.

Ieri (a casa nostra)

Notte del 13 luglio 1943. È stato il più devastante dei bombardamenti a tappeto su Torino. Il suono assordante e tetro delle sirene che risuonava minaccioso nella notte accompagnava la fuga della gente per raggiungere di corsa i rifugi (che erano semplici cantine di stabili civili ancora indenni dalle bombe). Ritornano e rivivono oggi i ricordi agghiaccianti un uomo di 84 anni che sente sulla pelle il brivido freddo della paura nel pericolo assurdo di una nuova guerra assurda.

Torino C.so Giulio Cesare angolo Corso Brescia – Bombardamento del 13 luglio 1943

Gli ultraottantenni rammentano bene che a Torino, la Barriera di Milano era (si, era, perché oggi non esiste più) il cosiddetto “Borgo operaio”, per il poderoso concentramento di industrie, officine, fabbriche, laboratori e stabilimenti FIAT. Era l’area tatticamente presa di mira dai bombardamenti aerei degli alleati, per cui, causa la stretta vicinanza con le abitazioni civili, le bombe, che cadevano a grappolo, non facevano alcuna distinzione e la distruzione era quasi totale (vedasi le due immagini). Ebbene, incuranti del pericolo i cittadini della barriera non fuggirono e non abbandonarono mai le loro abitazioni. Cessato il “coprifuoco” rientravano nelle loro abitazioni, a volte ridotte quasi a ruderi, evitando, in buona parte, le scorribande dei facinorosi, lo sciacallaggio e i ladri. Era gente dura, coraggiosa e proteggeva a tutti i costi la propria casa. C’erano inoltre anche le milizie Repubblichine e le Camice nere del Fascio che presidiavano le strade, per cui bisognava muoversi con molta circospezione, poiché costoro sparavano a vista, senza indugio.

Foto di impiccati a Torino nel ’43, vittime di rastrellamenti e rappresaglie

Foto di impiccati a Torino nel ’43, vittime di rastrellamenti e rappresaglie

A fine guerra, lentamente, la vita riprese con fatica, riparando i danni alle abitazioni, aiutandosi, a volte anche nell’azienda devastata in cui era impellente riprendere il lavoro. Sono stati anni difficili e faticosi; poi la lenta ricostruzione con gli aiuti del Piano Marshall e decenni di pace e lavoro. Ma il passato non si dimentica e non si cancella.

 

Torino Via Aosta – Bombardamento del 13 luglio 1943

A proposito del Piano Marshall mi vien bene accennare a un fatto importante, ossia «Quando Epicarmo Corbino nel 1945/46 “in stretta e fattiva collaborazione” con Luigi Einaudi varò l’adesione dell’Italia agli accordi di Brettonwoods, denunciò la nuova parità della lira con il dollaro a 230 lire e conseguentemente con l’oro, proseguì la politica di liberalizzazione del commercio.  Nel maggio del 1947, dopo l’allontanamento delle sinistre dal governo e quando la situazione precipitò, con il dollaro a 430 lire e poi a 600, Einaudi divenne ministro del Bilancio, con funzione di vicepresidente del consiglio dei ministri del quarto governo di Alcide De Gasperi. Nell’agosto del 1947 il “sistema delle riserve minime obbligatorie”, già applicato all’estero con successo, doveva rivelarsi un valido argine all’espansione inflazionistica. Fu la proposta di Einaudi, che trovò forte opposizione con rilevantissimi interessi e rischiò l’impopolarità “assegnando alla stabilità della moneta la priorità sull’espansione economica e riuscì in un anno ad arginare l’inflazione e a stabilizzare la lira”. L’indice generale dei prezzi all’ingrosso che, nel luglio del 1947, era di circa 58 volte quello del 1938, nel dicembre del 1947 era caduto a 47 volte, Il disavanzo del bilancio dello Stato, che nel 1945/46 aveva raggiunto i 1.130 miliardi di lire (a potere 1951) era ridotto a 363 miliardi. Dopo quattro anni, tutti questi risultati importanti furono acquisiti ancora prima che venisse messo in atto il Piamo Marshall». (Tratto da “Luigi Einaudi di Gianni Marongiu, Editore ECIG”).

 

Oggi

Le guerre? Esisteranno sempre e sempre per lo stesso motivo: l’inscrutabile stupidità e inattendibilità dell’uomo. Egli stesso è poi l’artefice dei propri errori che paga troppe volte con il sangue di altri uomini, ovvero di coloro che non hanno colpe: la gente comune. Essa ha vissuto e vive ogni ora, ogni giorno, impotente gli eventi passati e il dramma di quelli presenti, quindi il suo severo giudizio di condanna è obiettivo, veritiero e insindacabile, semplicemente perché è esperienza di vita vissuta, voluta e subita sulla propria pelle, per volontà di altri.

La situazione di oggi ci pone in gravissimo allarme. Un rapido, quanto inaspettato ribaltamento della politica europea e americana verso la Russia, avventato e poco chiaro, è tale da non giustificare una guerra non dichiarata ma con migliaia di morti.

Avevamo ascoltato parole come diplomazia, mediazione, prestamente cancellate dai capi di Stato europei, per una tardiva coscienza della realtà, da improvvisazione e da una manifesta inesperienza che genera l’incapacità di trovare a tutti i costi vie diplomatiche. Una verità vergognosamente palese ma nascosta e taciuta da tutti i mezzi d’informazione e da fiumi di bla bla bla delle TV.

È molto facile, anzi troppo facile far leva sui sostantivi PACE e SOLIDARIETÀ secondo la bellicosa faciloneria europea. Tutti contro Putin ma costui non è uno sprovveduto, tutt’altro. Ne vedremo ben donde.

Non dimentichiamo che se i paesi dell’Europa, in generale, sono pressoché autosufficienti per il fabbisogno energetico di gas, petrolio, carbone, centrali nucleari e quant’altro, l’Italia importa quasi tutto, per non dire tutto. Questa costumanza, che si trascina da sempre per calcoli imprevidenti, data anche la pochezza di generazioni di uomini politici del passato, ribalta, com’è solito, il costo sui cittadini italiani che pagheranno un prezzo spaventosamente alto. Sono già arrivate le prime bollette con costi ben oltre il raddoppio. Cosa ci aspetta in futuro? Vedremo cosa farà l’acume del nostro Presidente del Consiglio.

Questo stato di cose, trova il nostro paese, già da anni in profonda crisi economica, coinvolto in queste assurde ritorsioni che ci costeranno l’inimicizia della Russia, la quale provvederà, o a già provveduto a sua volta, al taglio delle forniture energetiche all’Italia, che sono pari al 75/80% circa, per cui siamo allo smarrimento totale.

Pesa inoltre sugli italiani, questa forma imposta di falso pietismo solidale che accoglie, oltre alle frotte di extracomunitari che seguitano ad arrivare, migliaia di profughi in fuga dalla guerra Ucraina; il tutto con costi spaventosi. Ormai l’Italia è stata trasformata in un centro di accoglienza permanente privo di regole; c’è, inoltre, lo sfruttamento insistente, ossessivo di richiesta fondi al cittadino e ancora più vergognoso è l’abuso mediatico delle TV nel mostrare bambini gravemente malati, storpi e distrofici mediante decine di postulanti televisivi ambigui e posticci che agiscono in nome di dubbie associazioni umanitarie, sulle quali un’inchiesta sarebbe, alla buon’ora, indispensabile.

Purtroppo la nostra economia allo sfascio ci mostra un paese completamente abulico, passatista, imbelle, mentre il governo, formato dagli stessi componenti della sinistra responsabile del fallimento trentennale della loro politica, che è concausa della crisi, fa il paio con una pletora di politici europei impreparati ad affrontare questa terribile situazione. Ebbene, costoro ci stanno rapidamente portando allo stato di guerra trasformando Russia e Europa, in uno sconfinato scacchiere in conflitto; una vera follia.

Immediata viene alla mente la crisi dei missili di Cuba in cui, in quel tragico ottobre del ’62, fummo sull’orlo di una guerra nucleare fra Stati Uniti e Russia, i cui attori principali furono Castro, Kennedy e Kruscev e le loro rispettive compagini di governo. Questi uomini si mostrarono saggi, malgrado le differenti ideologie politiche e la crisi si concluse in tredici giorni di intense, frenetiche trattative condotte sul filo del rasoio ma senza uso delle armi e fu l’inizio dell’invisibile guerra fredda.

Ritornando all’oggi, si dice che è finita da tempo “la guerra fredda” ma le mire espansionistiche (nascoste in malo modo) da quelle che “sembra” siano le due o tre parti sono parse evidenti agli occhi increduli dei soli sciocchi. La prima ad aprire il fuoco è stata la Russia. C’è tuttavia un interrogativo: perché? La domanda merita una pur breve spiegazione.

 

L’Ucraina oggi.

L’Ucraina è un o Stato indipendente dal 1991, confina con la Bielorussia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Moldavia e la Federazione Russa che è il più vasto stato del mondo.

È un’enorme territorio da sempre in continuo fermento a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica. L’instabilità è dovuta da coloro che parteggiano per la vicina Unione Europea e la controparte è quella fedele al legame storico con la Russia.

Nel 2013 il presidente ucraino Viktor Yanukovych rifiuta di firmare l’accordo di libero scambio con l’Unione Europea. Il paese è in rivolta; immediate e violente le proteste di piazza dei filo-occidentali e gli antirussi, Dopo tre mesi e un centinaio di morti, la rivolta si conclude con la fuga di Yanukovych.

Non passa un mese che l’Ucraina perde un altro pezzo del proprio territorio: Nel marzo 2014 la Russia annuncia la secessione della Crimea dall’Ucraina e la sua annessione alla Russia.

La regione del Donbass, nell’Est dell’Ucraina, segue a ruota l’esempio della Crimea, scatenando una guerra civile nelle province di Donetsk e Lugansk, che si autoproclamano repubbliche indipendenti (si tratta delle due repubbliche riconosciute da Putin nel discorso di pochi giorni fa). Nel febbraio 2015, con l’accordo detto Minsk II, si giunge a un cessate il fuoco ma gli impegni assunti in quel momento non vengono del tutto rispettati dalle parti, con la conseguenza che il conflitto prosegue di fatto ininterrottamente fino a oggi.

Su tutta questa situazione incandescente si innesta il progressivo allargamento a Est della Nato (a eccezione degli Stati dell’ex Jugoslavia, tutti i paesi entrati nell’Alleanza Atlantica dal 1990 a oggi erano parte dell’Unione Sovietica o legati a essa dal Patto di Varsavia: parliamo di Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Romania, Bulgaria, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria). È il timore da parte della Russia che l’Ucraina possa entrare a far parte del Patto atlantico: una prospettiva inaccettabile per Putin che avrebbe così gli americani sul portone di casa.

(Tratto da un articolo di Ingrid Colanicchia del 24 febbraio 2022).

«Tuttavia, per chiarezza, a tutt’oggi non vi sono ancora certezze riguardo alle relazioni tra Ucraina e UE nel prossimo futuro. Nel marzo 2016, il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato che ci vorranno almeno 20-25 anni perché l’Ucraina aderisca all’UE e alla NATO. Attualmente, la nazione è solamente membro della Politica di Vicinanza Europea».

 

Una valutazione personale.

Putin è Presidente della Federazione Russa al suo quarto mandato. È un uomo intelligente e un politico di grande esperienza anche per il suo passato al kgb, dove era definito “affidabile e disciplinato”. Una possibile debolezza militare dell’Europa e il problema ucraino possono averlo spinto a un’azione decisa per far capire alla stessa Europa e alle Nazioni Unite di non “sconfinare” con azioni di propaganda inappropriata; la risposta intimidatoria dell’occidente può averlo sorpreso. Chissà, forse qualche migliaio di morti gli servivano per far capire le sue intenzioni all’Occidente.

 

Storia pregressa.

In geografia il continente europeo comprende anche la Russia europea e più precisamente: la Russia (ufficialmente Federazione Russa) è uno Stato transcontinentale che si estende per un quarto in Europa e per tutto il resto in Asia ed è il più vasto Stato del mondo. La Russia europea occupa circa il 30% dell’Europa.

Nella storia politica non è così e nel nostro caso, bisogna risalire al Congresso di Vienna del 1814 – 1815, nel quale si discussero i nuovi confini politici degli Stati dopo il “terremoto” Napoleone Bonaparte e dove si mise in discussione “il principio di legittimità” del Vecchio Regime sancito nel tempo dalle monarchie. In sostanza il Congresso formulava proposte per ricomporre in qualche modo il potere dei vecchi regnanti. Chi tentò di mettere ordine nel vuoto istituzionale europeo e non solo, creatosi dopo il “terremoto”, fu Charles Maurice Talleyrand de Périgod, principe di Benevento. Lo storico e scrittore politico Guglielmo Ferrero (1871 – 1942 autore del libro, “Il Congresso di Vienna 1814-1815 Talleyrand e la ricostruzione d’Europa”) sostiene che l’Europa “fu ricostruita dalla saggezza e dall’intuizione di tre grandi personaggi: Alessandro I, Zar di Russia, Luigi XVII, re di Francia, e soprattutto da Talleyrand. Questi uomini salvarono un intero continente minacciato dal rischio di un’interminabile guerra e la loro non fu una semplice “restaurazione” ma la ricostruzione, con materiali vecchi e concetti nuovi, dell’edificio politico europeo. Il percorso fu arduo e complesso.

[1]«Nei diversi stati europei la “restaurazione” avvenne con modalità differenti. In Spagna fu abolita la costituzione, in un regime di ferrea restaurazione monarchica; in Prussia si tornò a un rigido assolutismo ma con l’intervento di importanti riforme, tra cui quella dell’esercito; l’Austria di Metternich respinse ogni idea di riforma, instaurando un regime di controllo poliziesco; nel Granducato di Toscana fu ripristinato il Codice leopoldino, mentre nel Regno di Sardegna venne restaurato l’assolutismo, con l’appoggio del potere ecclesiastico; la repressione caratterizzò il Regno delle Due Sicilie; il papato riaffermò il suo potere,  venne ricostruita  la Compagnia di Gesù e vennero presi provvedimenti contro gli ebrei, accompagnati tuttavia da un programma di riforme; in Francia Luigi XVIII concesse la Carta che riconosceva l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, garantiva la libertà individuale e l’inviolabilità della proprietà privata. La Carta attribuiva al re tutti i poteri, erano istituite due camere con modeste facoltà di effettivo intervento, in cui però iniziarono a prendere forma i partiti politici, a seconda del proprio orientamento ideologico. Tuttavia risulta evidente che la restaurazione in Francia non causò un declino dell’attività civica, il dispotismo di Napoleone era ora soppiantato da libertà e diritti. Il concetto di restaurazione veniva quindi introdotto al fine di troncare ogni velleità rivoluzionaria, nel segno della ricostruzione dei poteri monarchici per la salvaguardia delle nazioni, una spinta controrivoluzionaria vista come necessaria per ridurre il disordine sociale e la sovversione.

La stabilità politica tra gli stati europei instaurata con il Congresso di Vienna durò effettivamente fino al 1914 ma il limite di questo accordo internazionale fu quello di cercare di riproporre un modello precedente, senza tenere in debita considerazione alcuni aspetti fondamentali. Innanzitutto con l’affermazione del principio secondo cui lo stato era di proprietà del sovrano si esplicava la sostanziale negazione del concetto di nazione, fatto che andava inevitabilmente a scontrarsi con le istanze nazionaliste e indipendentiste presenti sul territorio, si pensi ad esempio la dominazione austriaca nel Lombardo-Veneto. Secondariamente il tentativo di ritorno alla vecchia normalità non teneva conto degli inevitabili mutamenti culturali che nel frattempo avevano preso forma nelle coscienze europee, proprio in conseguenza della molteplicità degli accadimenti e della loro portata. Inoltre tra gli stati non consideravano le spinte sempre crescenti in ambito commerciale, che in qualche maniera necessitavano di interferire con le scelte politiche. L’Europa e l’Italia dunque si trovavano in un momento cruciale. Crescevano le istanze liberiste ma l’economia era ancora prevalentemente agricola. Il successivo formarsi di una borghesia industriale e commerciale, consapevole del proprio ruolo all’interno della società, favorì l’affermarsi di posizioni liberali, quale l’idea di sovranità popolare e l’esigenza di governi di stampo repubblicano che garantissero la certezza del diritto e l’eguaglianza formale tra i cittadini.

Nel 1815 fu siglata anche la Quadruplice Alleanza tra Russia, Prussia, Austria e Gran Bretagna al fine di vigilare contro i possibili tentativi di rivincita francesi e contro sommovimenti rivoluzionari che potessero minacciare l’equilibrio europeo. La Russia, da par suo, era una potenza demografica e militare ma sostanzialmente ancora arretrata economicamente ma non stava di certo, solo a guardare. Tutti questi avvenimenti e sforzi non riuscirono comunque a fermare i moti rivoluzionari che dopo pochi anni agitarono nuovamente l’Europa e che, in Italia, portarono al Risorgimento».

Sergio Romano, nella nota introduttiva del libro di Ferrero fa un’attenta riflessione sui tempi attuali: «Ferrero morì nell’agosto del 1942, otto mesi dopo l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, se fosse vissuto più a lungo avrebbe certamente salutato nella politica di Harri Truman e nel piano Marshall una “ricostruzione” non meno importante di quella a cui Talleyrand e Alessandro avevano lavorato fra il 1814 e il 1815. Per contenere l’espansione dell’Unione Sovietica e impedire che l’ideologia comunista contagiasse le società dell’Europa occidentale i vincitori rinunciarono ai sentimenti di rivalsa e si impegnarono nella ricostruzione dell’ordine europeo. Il “principio di legittimità” in questo caso fu una accorta combinazione di fattori diversi: l’integrità degli Stati (la Germania fu dimezzata per ragioni indipendenti dalla volontà dell’America), la democrazia, la promessa di una crescente prosperità e la prospettiva di una federazione europea. Per fortuna “i Talleyrand” del secondo dopoguerra furono molti: Truman, il generale Marshall, Jean Monnet, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Carlo Sforza. Quando Ricostruzione apparve per la prima volta in italiano, il 10 aprile del 1948, l’Italia erta alla vigilia delle elezioni che avrebbero permesso di partecipare, di pieno diritto, a tale processo».

È stata una lunghissima battaglia iniziata con fatica con il Trattato di Pace del 30 maggio 1814 e infine con la deposizione definitiva e l’esilio di Napoleone Bonaparte a Sant’Elena. Eventi che segnarono la fine dei continui conflitti fra le monarchie; dispute che per secoli hanno provocato solo morte e distrutto monumenti e paesi.  Ma fu solo una breve pausa, altri conflitti erano dietro la porta.

[1] Brani tratti da uno scritto di Monica Monici.

 

Eventi di guerra passati: “La guerra di Crimea 1853 – 1856”.

Per ricordare la storia ma in un contesto molto diverso, c’è un fatto relativo a “La guerra di Crimea” che riguarda l’intervento Sardo Piemontese. Nel 1854 la Francia e l’Inghilterra propongono al Regno Sardo Piemontese di aderire alla Coalizione contro la Russia. Vittorio Emanuele II e Cavour vedono un’opportunità in una futura guerra contro l’Austria che domina il Lombardo Veneto. Cavour è appoggiato dal Re, la proposta viene ampiamente discussa e il 26 gennaio 1855 viene firmata la Convenzione con Francia e Inghilterra, Cavour fa il suo intervento con foga e il 10 febbraio la Camera approva il Trattato di Alleanza. Il 14 aprile parte da Genova per l’imbarco un Corpo di Spedizione forte di 17 mila uomini. Dopo circa due anni di guerra, Il 16 marzo 1856 si firma in Crimea l’armistizio per la cessazione delle ostilità.

Il 6 maggio 1856, Cavour, alla Camera dei Deputati, rende conto dell’opera svolta al tavolo della pace. Il vero successo di Cavour fu che, da quel momento, il Piemonte diviene lo stato guida dei movimenti patriottici italiani nella lotta contro l’Austria per ottenere l’indipendenza; si assicura inoltre definitivamente l’aiuto di Francia e Inghilterra nella politica antiaustriaca.

La guerra di Crimea pose basi per un’altra guerra; quella del 1914-1918 contro l’Austria.

L’ultima guerra, in ordine di date, è quella del 1939-1945 (Ma pare non sia ancora finita).

 

Ancora l’Ucraina oggi. 

In Ucraina gli eventi si sono succeduti rapidissimi e nella fretta si son fatti troppi errori nelle scelte politiche verso la Russia per mancanza di volontà e esperienza in diplomazia estera. Il pacifismo non basta per coprire gli errori con la “solidarietà alla Ucraina” da un lato e un viatico dall’altro a fornire armi; un palese controsenso. Gli italiani, pacifisti stolti e immaturi aiutano tutti ma con denari prestati, quindi un debito che “deve” essere pagato, perdendo per strada la drammatica realtà del loro paese.

I rapporti Italia / Russia sono stati ottimi per decenni, anzi noi compriamo (oggi “compravamo”) da Putin circa il 75/80% del nostro fabbisogno energetico (il gas soprattutto), con la politica delle ritorsioni alla Russia, messa in atto dagli Stati Uniti e dall’Europa, Italia compresa, si denomina e concretizza questa politica in un’Unione Europea, che non è, nei fatti, neppure Nazione. Tuttavia agisce con governo franco/tedesco (e Regno Unito?) che parla tardivamente e impropriamente di diplomazia dopo le provocazioni al russo Putin il quale, da politico navigato ha risposto da par suo con le bombe, in fin dei conti la Russia è casa sua. Situazione che spiegata in modo semplice e comprensibile, è una guerra in cui; prima si spara e poi si bussa alla porta.

Orbene, riporto in toto un articolo su ITALIA OGGI di Tino Oldani del 22 febbraio 2022.

Lo scoop è apparso in larga misura su molti quotidiani e su Internet, quindi è di dominio pubblico ma il mondo politico italiano e europeo lo hanno completamente ignorato.

 

Lo scoop di Der Spiegel sull’impegno Nato di non espandersi a Est si basa su un verbale desecretato, che dà ragione a Putin.

« I lettori di Italia Oggi sono stati i primi, in Italia, e essere informati circa le vere origini delle tensioni politiche e militari tra la Russia di Vladimir Putin e la NATO sulla questione Ucraina. Con editoriali e articoli scritti in base ai fatti e non con la propaganda, il direttore Pierluigi Magnaschi e firme autorevoli come Roberto Giardina e Pino Nicotri hanno ricordato, unici in Italia, che dopo la caduta del Muro di Berlino (1989) i leader dei maggiori paesi della Nato avevano promesso a Mosca che l’Alleanza atlantica non sarebbe avanzata verso Est «neppure di un centimetro». Una promessa smentita dai fatti, visto che da allora ben 14 paesi sono passati dall’ex impero sovietico all’alleanza militare atlantica. Da qui le contromosse di Putin: la guerra in Georgia, l’occupazione della Crimea, l’appoggio ai separatisti del Donbass, lo schieramento di oltre centomila soldati al confine con l’Ucraina, infine la dura linea diplomatica con cui ha ribattuto alle minacce di sanzioni da parte di Usa ed Ue: «Mosca è stata imbrogliata e palesemente ingannata».

Per tutta risposta, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha ripetuto quella che per anni è stata la linea difensiva di Washington sull’allargamento a Est della Nato: «Nessuno, mai, in nessuna data e in nessun luogo, ha fatto tali promesse all’Unione sovietica». Una dichiarazione smentita dal settimanale tedesco Der Spiegel con uno scoop clamoroso, destinato a lasciare il segno. L’inchiesta, intitolata «Vladimir Putin ha ragione?» e ripresa integralmente negli Usa da Zerohedge, si basa su un’ampia ricostruzione storica dei negoziati tra Nato e Mosca che hanno accompagnato la fine della guerra fredda.

Tra i documenti citati, spicca per importanza quello scovato nei British National Archives di Londra dal politolo americano Joshua Shifrinson, che ha collaborato all’inchiesta del settimanale tedesco e se ne dichiara «onorato» in un tweet. Si tratta di un verbale desecretato nel 2017, in cui si dà conto in modo dettagliato dei colloqui avvenuti tra il 1990 e il 1991 tra i direttori politici dei ministeri degli Esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania sull’unificazione delle due Germanie, dopo il crollo di quella dell’Est. Il colloquio decisivo, riporta Der Spiegel, si è svolto il 6 marzo 1991 ed era centrato sui temi della sicurezza nell’Europa centrale e orientale, oltre che sui rapporti con la Russia, guidata allora da Michail Gorbaciov. Di fronte alla richiesta di alcuni paesi dell’Est Europa di entrare nella Nato, Polonia in testa, i rappresentanti dei quattro paesi occidentali (Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania Ovest), impegnati con Russia e Germania Est nei colloqui del gruppo «4+2», concordarono nel definire «inaccettabili» tali richieste. Il diplomatico tedesco occidentale Juergen Hrobog, stando alla minuta della riunione, disse: «Abbiamo chiarito durante il negoziato 2+4 che non intendiamo fare avanzare l’Alleanza atlantica oltre l’Oder. Pertanto, non possiamo concedere alla Polonia o ad altre nazioni dell’Europa centrale e orientale di aderirvi». Tale posizione, precisò, era stata concordata con il cancelliere tedesco Helmuth Khol e con il ministro degli Esteri, Hans-Dietrich Genscher.

Nella stessa riunione, rivela Der Spiegel, il rappresentante degli Stati Uniti, Raymond Seitz dichiarò: «Abbiamo promesso ufficialmente all’Unione Sovietica nei colloqui 2+4, così come in altri contatti bilaterali fra Washington e Mosca, che non intendiamo sfruttare sul piano strategico il ritiro delle truppe sovietiche dall’Europa centro –orientale e che la NATO non dovrà espandersi al di là dei confini della nuova Germania né formalmente né informalmente».

È innegabile che questo documento scritto conferma alcun i ricordi di Gorbaciov circa le promesse da lui ricevute, ma soltanto orali, sulla non espansione a est della NATO. I un’intervista sul Daily Telegraph (7 maggio 2008), Gorbaciov, ultimo leader dell’Unione Sovietica, disse che Helmuth Khol gli aveva assicurato che la NATO «non si muoverà più di un centimetro a EST». Identica promessa aggiunse un‘altra occasione, gli era stata fatta dall’ex segretario di Stato Usa James Baker, il quale però smentì, negando di averlo mai fatto. Eppure, ricorda Der Spiegel, anche Baker fu smentito a sua volta da diversi diplomatici, compreso l’ex ambasciatore USA a Mosca, Jack Matlock, il quale precisò che erano state date «garanzie categoriche» all’Unione Sovietica sulla non espansione a EST della NATO. L’inchiesta del settimanale aggiunge che promesse dello stesso tenore erano state fatte a Mosca anche dai rappresentanti britannico e francese.

La storia degli ultimi trenta anni racconta però altro: Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, ricorda Der Spiegel, sono entrate nella NATO nel 1999, poco prima della guerra contro la Jugoslavia, Lettonia, Lituania ed Estonia, confinanti con la Russia, lo hanno fatto nel 2004. Ora anche l’Ucraina vorrebbe fare altrettanto. Il che ha scatenato la reazione di Putin: «La NATO rinunci pubblicamente all’espansione nelle ex repubbliche sovietiche di Georgia e Ucraina, richiamando le forze statunitensi ai confini del blocco del 1997». La prima apertura è giunta dal cancelliere tedesco, Olaf Scholz; «L’ingresso dell’Ucraina nella NATO non è in agenda». Parole che confermano la prudenza della Germania verso Putin e l’importanza strategica del Nord Stream 2 per la sua economia. Se alla fine sarà pace o guerra, dipenderà dal vertice Biden-Putin, agevolato da Macron. Un vertice dove Biden, nonostante la martellante propaganda anti-Putin delle ultime settimane, entra indebolito da uno scoop che riscrive la storia. Un’inchiesta così ricca di documenti finora inediti da far pensare all’aiuto di una manina politica, in sintonia con la Spd di Scholz, partito da sempre filorusso».

Conclusione

L’Europa ha vissuto in pace gli ultimi ottant’anni e ora tutto si ripropone pericolosamente, causa la mancanza di uomini d’esperienza, vissuti e ricchi d quei valori che rendano l’uomo degno di essere tale. La situazione ci mostra, purtroppo, individui potenti, con alte cariche di responsabilità ma immaturi e incapaci di muoversi nella misura più consona, atta a trattare e risolvere con senno e senza violenza l’insieme degli attuali, gravi, accadimenti. Il percorso attale non ha sbocchi e denota una vaga e distorta visione di un futuro che sta causando solo danni irreparabili, distruzione e morte.

 

Carlo Ellena

 

 

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Il CAOS perfetto, l’alibi per una pessima politica
QUARTA PUNTATA – LA SCUOLA

La storia del sistema scolastico italiano parte dal 1861 con l’Unità d’Italia. Era stato riformato e uniformato in tutta Italia a quello piemontese, come previsto dalla legge Casati entrata in vigore appunto nel 1861, in risposta all’alto tasso di analfabetismo (circa il 75%dalla popolazione). La legge prevedeva la coscrizione obbligatoria, sostituendo la Chiesa Cattolica, l’unica, da secoli, a occuparsi dell’istruzione.

Nel primo dopoguerra, la scuola, per oltre sessant’anni è stata terreno di conquista politica dei partiti della sinistra, ovvero; il  P.C.I., simbolo storico dei comunisti, quindi P.D.S. poi D.S., costola del P.D.S. e altri marchi “mascherati” sotto diverse forme “vegetali”, la “Quercia e “l’Ulivo. Sono nomee di comodo, acquisite per mescolare le carte ma sono sempre gli stessi comunisti. L’occupazione di questo partito, durata molti decenni (particolarmente in Piemonte), ha operato secondo la loro dottrina di rigido livellamento dei programmi e pianificazione culturale.

Difficile da credere ma nella realtà è stata bellamente inserita in un modo soffuso nei programmi e a volte nei libri, una scuola di partito, applicando il suo sistema arcaico un po’ annacquato: il marxismo. Si è lavorato soprattutto a ritroso, con poca istruzione, il minimo necessario, abbassando la qualità dei programmi portandoli ai livelli dei primi anni ottanta, già in previsione di un allargamento delle maglie dell’accoglienza, permettendo un massiccio arrivo di extracomunitari illegali, in nome di un sostantivo tanto amato dai piemontesi: la “solidarietà”.

La sventatezza e l’incapacità di ministri e assessori crearono grande confusione nei programmi scolastici, causa l’inserimento di questi bambini stranieri, a volte analfabeti, stravolgendo programmi costituiti, rallentando e complicando il normale corso degli studi. Questo malessere era subito bollato dall’ottusità dei politici, quale “razzismo”, niente di più sbagliato.

Questa “istituzione” ha una storia. Perché tale è la Scuola;l’Istituzione più” per l’importanza che essa riveste in uno Stato che si autodefinisce “civile”. Istituzioni come la Giustizia, la Magistratura, il Parlamento, l’Università e molte altre, ognuna nella propria forma specifica.

Possiamo dividerla in due distinti sistemi sociali: “primitiva” e “complessa”.

Primitiva, se è una società governata da pochi eletti, con un capo che, in genere, è l’anziano della tribù o del villaggio. Non esiste nessuna tutela della salute, la quale è affidata a stregoni, maghi o sciamani; non vi sono scuole e i bambini assimilano i costumi e le credenze religiose vivendo in famiglia.

Quando gli agglomerati crescono, le comunità si amplificano e via, via con aree abitate sempre più ampie; le società d’individui diventano “complesse”, poiché s’incrementano aumentando di popolazione; il villaggio diventa un paese, il paese si trasforma in città, è tutto un fervore. La crescita stimola le idee, le iniziative creano lavoro e si aprono negozi, officine, laboratori di artigiani nei loro mestieri, e altre svariate attività. A questo punto cresce un’esigenza diversa. Si rivelano indispensabili i servizi essenziali, quali; l’ordine pubblico, il medico, un piccolo ospedale, la chiesa, e una scuola, perché i bambini imparino e s’istruiscano. È un continuo, intenso fermento operoso: è il progresso che avanza. S’incrementa l’agricoltura, il commercio. Poi arrivano le industrie, la ferrovia, i trasporti, gli operai specializzati, i tecnici, indi gli ingegneri, gli architetti, persone istruite, di cultura e la scuola deve rispondere a tutti questi figli, adeguarsi prontamente con insegnanti e professori più preparati; studiare richiede tempo e gli orari scolastici aumentano progressivamente.

Ecco che la scuola assume un ruolo fondamentale nella società come istituzione pubblica con la coscrizione obbligatoria imposta dalla legge Casati. Non bastano più le elementari, si aggiungono le medie, i licei, le università. Il suo ruolo prende corpo e si amplifica.

È il momento dell’assunzione di grandi impegni e responsabilità, il suo compito è di formare in modo adeguato gli allievi, prepararli a “entrare” in questa società complessa con le opportune conoscenze per rispondere alle nuove esigenze culturali e sociali in tutto il paese, non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli comuni, nelle frazioni e per questo abbisogna di un’organizzazione capillare adeguata.

Si tratta di un compito irto di difficoltà, poiché il sistema era stato il medesimo che il Piemonte aveva adottato per l’unificazione della penisola, ovvero sul modello del Regno di Sardegna di stampo“Sabaudo”. Modello che aveva incontrato subito notevoli problemi d’applicazione per lo scontro con culture e consuetudini molto diverse nella penisola, perché la rigida disciplina d’insegnamento di derivazione militare, non trovava proseliti al Centro, soprattutto al Sud del paese.

Tuttavia questo modello, se confrontato all’oggi, aveva grosse lacune. « La scuola materna non esisteva, era affidata all’iniziativa privata; mentre la scuola elementare, destinata alle sole classi popolari, era poi stata gradualmente prolungata a  tre, a sei e finalmente a otto anni ma non dava accesso ad altri studi; il ginnasio-liceo di otto anni, cioè la scuola media secondaria, destinata alle classi dirigenti, iniziava a undici anni, con un esame d’ammissione e accoglieva ragazzi istruiti in famiglia e anche alunni della quinta classe della scuola elementare che, attraverso l’esame, avessero dimostrato di poter affrontare studi ulteriori. Il ginnasio-liceo dava accesso all’università. Soltanto nell’ultimo mezzo secolo il nostro sistema scolastico, attraverso una lunga serie di trasformazioni era diventato unitario, addirittura unico da sei a dodici anni e si era poi articolato in modo da soddisfare tutte le esigenze moderne d’istruzione ». (Tratto da l’introduzione di Raffaele Laporta, dal volume  la “Storia della scuola” di Saverio Santamaita, ediz. Bruno Mondadori).  

Ma le società “complesse” costano, perché i servizi costano e occorre investire molto denaro nella scuola, perché essa possa guardare lontano e lo Stato deve essere pronto per operare insieme a politici intelligenti e ben preparati. Non dimentichiamo che nella storia istituzionale della scuola si riflette uno spaccato della storia italiana, che con fatica cercava di acquisire la coscienza di essere uno Stato.

Tuttavia, col tempo, lo sviluppo crea benessere ma nascono anche differenze che creano attriti fra le classi sociali. Inizia un periodo storico di conflitti in nome di un antipatico sostantivo: il “classismo”. Esso genera divisioni nella politica, subito la sinistra coglie il clima di tensione e interviene attraverso il sindacalismo che fa suo lo slogan: “lotte sociali”. Per le scuole italiane inizia un lungo periodo in cui l’istruzione, intesa come “sapere” cede il passo al grigiore della mediocrità.

Una data importante è il 31 maggio 1974, quando il Presidente della Repubblica Mariano Rumor emana i “decreti delegati”, che prevedevano l’entrata dei genitori nella gestione dell’organizzazione scolastica, anche nei programmi di studio. Il dibattito politico, aveva segnalato la necessità, nella scuola, di una più ampia gestione, democratica e condivisa. Sono stati questi decreti la causa del tracollo della scuola, intesa quale fonte d’istruzione seria. Subito i cambiamenti arrivarono; in ogni scuola si predisponeva un’aula atta alla bisogna. In realtà la funzione di questo locale era di una sede decentrata del P.C. che affiancava le Circoscrizioni della città.

Dopo una lunga battaglia, i comunisti avevano vinto ancora una volta.

Causa il virus Covid 19, la scuola ha viaggiato a ritroso ritornando nel pieno degli anni ’70, quando gli insegnanti regalavano il sei (6) di Stato; tutti promossi. Inoltre, tenendo conto delle attuali, precarie condizioni di salute, da quegli anni a oggi la scuola è ancora peggiorata. All’uscita dalla guerra i programmi scolastici del regime sono stati cambiati ma gli insegnanti sono rimasti, come sono rimaste le tracce lasciate dalle immagini del Duce e del Re sui muri. Tuttavia, contava docenti non di primo pelo, usciti da una dittatura ma culturalmente preparati all’insegnamento. Il sottoscritto nel’44 aveva sei anni e frequentavo la 1° elementare; rammento ancora i loro insegnamenti e quando li rivedo nelle foto provo un po’ di nostalgia.

Ricordo ai corti di memoria, che da circa sessant’anni, con la “nuova” Repubblica, i comunisti hanno fatto molta strada, per cui, nelle scuole di ogni ordine e grado, si è insegnato con docenti preparati con un modello d’istruzione prodotto da una sinistra di stampo “comunista” mirato a un livellamento; ossia di pianificazione verso il basso, (istruzione ma non troppo, insegna il partito), quindi abbiamo almeno due generazioni nutrite con questi principi e in costoro vige la cultura di gruppo. Niente competizione nella scuola, nella vita, nel lavoro, nello sport e il calcio è l’optimum, quindi, niente meritocrazia, la promozione è garantita, accesso alla vita senza ostacoli, problemi vari discussi in gruppo; sembra tutto facile, come fosse un gioco, lo è stato per anni; ma la realtà che si presenta oggi non è così, occorre volgere lo sguardo altrove e per i giovani capaci è meglio la fuga.

Intanto un altro dramma colpisce la scuola: lo “jus soli”, subito accolto dalle sinistre italiane.

(Ius soli (in latino «diritto del suolo») è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori). (Da Wikipedia).

Giuseppe De Lorenzo ci informa, con un vecchio, ma sempre attuale articolo del 28/09/2017 dal titolo; Lo spot allo ius nel libro di scuola:“Immigrati sono indispensabili”, da un libro dell’Editore Loescher di Torino, che è stato adottato da alcuni istituti italiani di scuole medie. Scrive De Lorenzo nella sua indagine:

«In questi anni infatti pare vada di moda sponsorizzare l’immigrazione sin dalla pubertà. Volete un esempio? Eccovi serviti. Prendete la collana “Zoom. Geografia da vicino” edito dalla Loescher Editore di Torino. I tomi scritti a tre mani da Luca Brandi, Guido Corradi e Monica Morazzoni vengono proposti per le scuole secondarie di primo grado (tradotto dal burocratichese: le medie). In prima si studia “Dall’Italia all’Europa”, in seconda “L’Europa: Stati e istituzioni” e in terza “I continenti extraeuropei”. Nulla da dire sulla qualità del prodotto. Sembra tutto nella norma, eppure sfogliandolo pagina dopo pagina si arriva a scoprire che presenta gli stranieri come una “indispensabile” risorsa per il Belpaese e che sponsorizza, velatamente, l’approvazione dello ius soli.

Vi chiederete: perché un testo scolastico dovrebbe spiegare ad un bambino di 11 anni che l’immigrazione è cosa buona e giusta? Risposta logica: non c’è motivo. Eppure succede. Acquistando “Zoom. Geografia da vicino” per la prima media, infatti, i genitori ricevono a casa anche un piccolo tomo intitolato “In prima!”, una sorta d’introduzione allo studio della materia. Alle pagine 31 e 32 gli autori hanno inserito alcuni esercizi in cui l’ignaro studente può provare a mettere in pratica i consigli su “come leggere i testi non continui” (tradotto: le tabelle). Il brano proposto è stato estratto dalla pagina 182 del “tuo libro di geografia” e non elenca le province dell’Umbria o i confini della Lombardia, ma parla di migranti (perché? Mistero). “Oggi l’Italia è il quinto Paese europeo per numero di residenti stranieri”, si legge. E ancora: “Secondo i dati dell’ultimo censimento 2011 (…) gli stranieri residenti in Italia sono circa 4,5 milioni, il triplo di dieci anni prima”. Ma il meglio arriva alla pagina successiva. La tabella viene divisa in due: da una parte la foto di un barcone carico di disperati “al largo delle coste italiane” (incredibilmente chiamati col loro vero nome: “Immigrati clandestini”); dall’altra il paragrafo intitolato Una presenza indispensabile. Il contenuto è un inno al pensiero unico: “Ormai quindi l’Italia è terra d’immigrazione e gli immigrati sono una presenza indispensabile, soprattutto in alcuni settori lavorativi come l’edilizia, il lavoro domestico, l’assistenza a bambini e anziani”. Manca solo il classico ritornello del “ci pagano le pensioni” per chiudere il cerchio. Ma per ora meglio puntare sullo ius soli: “La convivenza tra italiani e stranieri – si legge infatti – non è sempre facile e non sempre la legge italiana favorisce l’integrazione”. Che brutta cosa, penseranno gli studenti. E come mai la coabitazione è così complessa? Per via dei reati commessi dagli stranieri? Macché. Tutta colpa dell’assenza dello ius soli. “Ad esempio – spiegano gli autori agli ignari pargoletti – i figli di stranieri nati in Italia continuano a non aver diritto alla cittadinanza italiana, anche se vivono nel nostro Paese da sempre”. Molto commovente e di certo convincente per alunni che ancora non hanno sviluppato senso critico».

Se questi sono gli editori che producono “cultura”, ebbene, preferiamo le lezioni di un anziano capo tribù africano…

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Il CAOS perfetto, l’alibi per una pessima politica
TERZA PUNTATA – IL FEDERALISMO DI ASSAGO

In questo articolo viene presentato il progetto del Federalismo di Assago. Il tema del Federalismo è già stato trattato in questo blog con altri due articoli di approfondimento: Italia, timida voglia di autonomia e Italia, timida voglia di autonomia – APPROFONDIMENTO

Un progetto serio dimenticato: Il Federalismo di Assago. (tratto da Wikipedia).

Il decalogo di Assago è un documento redatto da Gianfranco Miglio con il contributo dei collaboratori della Fondazione Salvatori, presentato al secondo congresso della Lega Nord il 12 dicembre 1993 (che si svolse, appunto, ad Assago). Esso è costituito da una serie di punti atti al superamento della Repubblica italiana e la sua rifondazione su basi federali.

Il testo

Art. 1 – L’Unione Italiana è la libera associazione della Repubblica Federale del Nord, della Repubblica Federale dell’Etruria e della Repubblica Federale del Sud. All’Unione aderiscono le attuali Regioni autonome di Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e del Friuli-Venezia Giulia.

Art. 2 – Nessun vincolo è posto alla circolazione ed all’attività dei cittadini delle Repubbliche Federali sul territorio dell’Unione. Tale libertà può essere limitata soltanto per motivi di giustizia penale.

Art. 3 – Le Repubbliche Federali sono costituite dalle attuali Regioni, sia a Statuto ordinario che speciale; le Regioni a Statuto ordinario gestiscono le stesse competenze attualmente attribuite alle Regioni a Statuto speciale. Plebisciti definiranno l’area rispettiva delle tre Repubbliche Federali.

Art. 4 – Ogni Repubblica Federale conserva il diritto di stabilire e modificare il proprio ordinamento interno; ma in ogni caso la funzione esecutiva è svolta da un Governo presieduto da un Governatore eletto direttamente dai cittadini della Repubblica stessa.

Art. 5 – La Dieta provvisoria di ogni Repubblica Federale è composta da cento membri, tratti a sorte fra i consiglieri regionali eletti nell’ambito della Repubblica medesima. Secondo la Costituzione definitiva la Dieta sarà eletta direttamente dai cittadini. Le Diete riunite formano l’Assemblea Politica dell’Unione. La funzione legislativa spetta esclusivamente ad un altro Collegio rappresentativo, formato da 200 membri, eletti da tutti i cittadini dell’Unione e articolato in una pluralità di corpi e competenze speciale.

Art. 6 – Il governo dell’Unione spetta ad un Primo Ministro, eletto direttamente dai cittadini dell’Unione stessa. Egli esercita le sue funzioni coadiuvato e controllato da un Direttorio da lui presieduto e composto dai Governatori delle tre Repubbliche Federali e dal responsabile del Governo di una delle cinque Regioni che per prime hanno sperimentato un’autonomia avanzata, cioè quelle indicate come Regioni a Statuto Speciale, che ruotano in tale funzione. Le decisioni relative al settore economico e finanziario, e altre materie indicate tassativamente dalla Costituzione definitiva, devono essere prese dal Direttorio all’unanimità.

Art. 7 – Il Governo dell’Unione è competente per la politica estera e le relazioni internazionali, per 1a difesa estrema dell’Unione, per l’ordinamento superiore della Giustizia, per la moneta e il credito, per i programmi economici generali e le azioni di riequilibrio. Tutte le altre materie spettano alle Repubbliche Federali ed alle loro articolazioni. Il Primo Ministro nomina e dimette i Ministri i quali agiscono come suoi diretti collaboratori; la loro collegialità non riveste alcun rilievo istituzionale. Il primo Ministro può essere deposto dal voto qualificato dell’Assemblea Politica dell’Unione.

Art. 8 – Il sistema fiscale finanzia con tributi municipali le spese dei Municipi medesimi. Il gettito degli altri tributi viene ripartito fra le Repubbliche Federali in funzione del luogo dove la ricchezza è stata prodotta o scambiata, fatte salve la quota necessaria per il finanziamento dell’Unione e la quota destinata a finalità di redistribuzione territoriale della ricchezza.

Art. 9 – Nei bilanci annuali e pluriennali dell’Unione delle Repubbliche Federali deve essere stabilito il limite massimo raggiungibile dalla pressione tributaria e dal ricorso al credito sotto qualsiasi forma. Le spese dell’Unione, delle Repubbliche Federali, delle Regioni e degli Enti territoriali minori e di altri soggetti pubblici, non possono in alcun momento eccedere il 50% del prodotto interno lordo annuale dell’Unione. La Sezione economica della Corte Costituzionale è incaricata di vegliare sul rispetto di questa norma e di prendere provvedimenti anche di carattere sostitutivo.

Art. 10 – Le Istituzioni e le norme previste dalla Costituzione promulgata il 27 dicembre 1947, che non siano incompatibili con la presente Costituzione Federale provvisoria, continuano ad avere vigore, fino all’approvazione, con Referendum Popolare, della Costituzione Federale definitiva.

Conseguenze politiche

Il progetto venne fatto proprio dalla Lega Nord solo marginalmente: il segretario federale, Umberto Bossi, preferì infatti seguire una politica di contrattazione con lo stato centrale che mirasse al rafforzamento delle autonomie regionali.

Nel 1994 il professore lasciò il partito, non condividendone le scelte politiche. Nonostante ciò, moltissimi militanti e sostenitori leghisti continuarono a provare grande simpatia e ammirazione per il professore e per le sue teorie.

Il 12 dicembre 1993, il sottoscritto era presente alla presentazione del “Modello di Costituzione Federale per gli Italiani”. Un progetto per una nuova Italia non voluto da forze con radici oscure.

Modello di Costituzione Federale per gli Italiani

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SECONDA PUNTATA – LE AZIENDE E IL COMUNISMO IN ITALIA

Il tutto “italiano” improvvisamente. Una grossolana falsità in sole tre righe.

Il prodotto “tutto italiano”, come si affanna a comunicare la solita TV nei suoi spot pubblicitari, non esiste, non c’è; è sufficiente entrare in un supermercato o in una ferramenta per rendersene conto. Un’antica massima dice che la “menzogna ripetuta all’infinito si trasforma in realtà”.

Le aziende italiane un tempo prime nel mondo, oggi schiacciate o vendute.

Dopo oltre un trentennio di sistematica persecuzione sindacale alle imprese e l’incontrollato trapasso di molti nostri gioielli industriali a gruppi stranieri, i quali, attraverso le frequenti “ristrutturazioni”(che in genere prevedevano il taglio degli occupati) e ridotto le commesse al settore delle piccole, medie imprese e artigianato, hanno avuto, quale unico risultato finale un forte calo occupazionale (sempre contenuto dalla C.I.G.) e in molti casi, con la svendita dell’azienda da parte dei nuovi proprietari che, talvolta, prima di fuggire, tentano di appropriarsi del prezioso marchio.

Storia del partito comunista bolscevico

Tuttavia vanno riconosciute le colpe anche ai figli eredi di grandi industrie e a manager incapaci, senza una visione del futuro che, in definitiva, con la complicità della politica, hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale. Dobbiamo inoltre ammettere che alcuni grandi vecchi dell’industria non hanno trovato degni eredi e tantomeno manager capaci di gestire saggiamente le loro aziende. Due generazioni cresciute comodamente sotto l’ombrello dei padri fondatori, che alla loro scomparsa, in breve tempo, hanno preferito vendere a stranieri ingordi i gioielli di famiglia creati con enormi fatiche. E i sindacati? Costatando i risultati è meglio stendere un nero manto pietoso su costoro. “Nel nostro secolo, un paese che non possegga una grande industria manifatturiera, l’industria in senso stretto, rischia di diventare una sorta di colonia, subordinata alle esigenze economiche, sociali e politiche di altri paesi che tali industrie posseggono”. (Luciano Gallino). Ed è proprio quello che è accaduto.

La politica nei miti del comunismo italiano. Il Piemonte: ma com’è potuto accadere tutto questo? Lo vediamo in un breve excursus.

Nel 1946, il libro (di ben 500 pagine) di cui vedete la copertina, circolava in tutte le sedi del P.C. torinese, negli stabilimenti FIAT e in tutte le fabbriche e officine metal/meccaniche. Per gli operai era la bibbia che in quegli anni imperava.

 Il simbolo storico del Partito Comunista Italiano.

Soprattutto il primo dopoguerra è stato un’importante scuola di vita per quella generazione che la guerra l’ha vissuta. La molla che ha fatto scattare questa voglia di rinascita è stata la fine della dittatura e la riacquistata libertà. Il denaro del piano Marshall ha dato un notevole aiuto ma ha fare il salto di qualità sono state le idee, capacità di realizzarle e la grande voglia di riscatto del popolo italiano. Sino alla metà degli anni sessanta la macchina piemontese produceva lavoro a pieno ritmo e il “doppio lavoro” aveva creato benessere diffuso. Ricordo come fosse ieri il 6 maggio 1961, all’inaugurazione dell’esposizione internazionale per il centenario dell’unità d’Italia, quando noi alpini sciatori del “Battaglione Aosta”, in tuta bianca, sfilavamo orgogliosi in “ordine chiuso” di fronte al presidente Gronchi e ai vari ospiti europei e americani, allibiti e ammirati dal “miracolo economico italiano” operato in appena un decennio. Oggi ricordiamo quel giorno con in bocca l’amaro fiele della delusione nel vedere com’è ridotta l’Italia, senza nemmeno un esercito di leva da mostrare al paese i suoi giovani pronti alla difesa della patria. Oggi abbiamo si un esercito ma di disoccupati nullafacenti.

 

Simbolo del P.C.I

Dopo questo flash nostalgico riprendo la parabola “italiana” sul “lavoro” (ricordo che questo sostantivo va inteso quale attività produttiva in cambio di un compenso), soprattutto piemontese e torinese, luogo in cui si sono svolte le più cruente battaglie politiche, con morti e feriti.

Dopo quel periodo di grande fermento lavorativo arrivano gli “anni di piombo”, del 1967/68/69; in cui le battaglie sindacali e il partito comunista raggiungono il parossismo e la pura violenza con l’occupazione delle fabbriche, in particolare negli stabilimenti FIAT, dove il P.C. spadroneggia con i suoi sindacalisti,inneggiando allo sciopero.

Simbolo delle Brigate Rosse

Intanto nel 1969 nasce “Lotta continua” da una scissione all’interno del Movimento operai-studenti di Torino. L.C. è un movimento di orientamento comunista che trasforma la lotta in una sorta di guerriglia urbana, a volte in contrasto con il P.C.. Il movimento conta due giovani militanti morti; Walter Rossi, caduto durante scontri a Roma con dei neofascisti e il 1° ottobre 1977, durante una manifestazione antifascista, organizzata a Torino per denunciare l’assassinio di Roma, un gruppo di militanti incendia un bar ritenuto ritrovo di militanti di destra; nel rogo resta ferito Roberto Crescenzio, che morirà due giorni dopo per le gravi ustioni riportate.

Il braccio con pugno, simbolo di Lotta Continua.

Poi arrivano gli anni 1975/76/77, periodo che s’incrocia con il terrorismo assassino delle “Brigate Rosse”. In questi anni Torino era diventata un caposaldo comunista e il centro operativo della guerriglia più spietata da parte dei brigatisti. Costoro colpivano a morte avvocati coinvolti nei loro processi e poliziotti del N.a.t.(Nucleo antiterrorismo).

Il 28 aprile 1977 un nucleo armato di tre uomini e una donna uccidono il presidente dell’ordine degli avvocati Fulvio Croce;  il 16 novembre del 1977 colpiscono ancora con l’attentato mortale al   vice-direttore della STAMPA Carlo Casalegno, gambizzato e morto dopo 13 giorni di agonia. Continua la catena di uccisioni a Torino; il 10 marzo 1978, alla fermata del tram di Corso Belgio, a pochi passi da casa sua è ucciso a colpi di mitra e pistola il maresciallo Rosario Berardi. Il Berardi, in precedenza, aveva fatto parte del N.a.t., nucleo antiterrorismo torinese e impegnato nelle inchieste contro gruppi eversivi neofascisti quali Ordine Nero e Ordine Nuovo; era stato ucciso per vendetta o era per colpire lo Stato?

Ancora “Le Brigate Rosse” rapiscono Aldo Moro a Roma, poi ritrovato ucciso nella bagagliera di un’auto il 9 maggio 1978 dopo 55 giorni di prigionia.

Qualche opportuna informazione sul Piemonte rosso.

È stata la Regione che ha costituito da casa a una miriade di movimenti (circa un centinaio), quasi tutti con ideologie di estrema sinistra, comunismo, marxismo, operaismo, altri con queste dottrine un po’ altalenanti. Ne mostro alcuni, i più conosciuti. (Tratti da Wikipedia e Feedback).

Simbolo Terza Posizione

Terza Posizione
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

Partito Marxista, Leninista Italiano

Partito Marxista, Leninista Italiano
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

P.C. Internazionalista

P.C. Internazionalista
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

Partiti di sinistra comunista

Partiti di sinistra comunista
Immagine tratta da ilpartitocomunista.it

 

Uno slogan di Potere Operaio
Immagine tratta da www.starwalls.it

Questa “mostra” è all’insegna dei simboli politici di una Torino “comunista”.

L’enorme base operaia di Torino, in quegli anni poderosa città industriale unica in Italia, era stato il facile obiettivo su cui  mirare tutte le proteste e le cruente lotte sindacali/politiche del P.C e dei gruppi della sinistra estrema (periodo che va circa dalla metà degli anni ’60, ai primi anni ’80).

Il “lavoro operaio” si era trasformato in un’interpretazione filosofico/politica dei comunisti, del P.C. e dei movimenti di estrema sinistra italiani.

Costoro non vengono mai sconfitti, sono come un dolce veleno che uccide. La battaglia è quasi impossibile, perché devono essere annientati, ma anche così, qualche virus letale resta.

Serve un’opposizione durissima, aspetto che non si coglie nell’attuale, parolaia e inconcludente.

Il basso livello di scolarità imposto in quegli anni e una divulgazione capillare nelle fabbriche delle ideologie marxiste, sono i motivi che hanno prodotto i peggiori guasti nel sistema economico e nel mondo del lavoro in generale. Celebre una frase di Karl Marx I comunisti possono riassumere le loro teorie in questa proposta: abolizione della proprietà privata.” — Karl Marx.

Marx mostra con  agghiacciante chiarezza l’idea catastrofica del suo concetto politico.

La monarchia in Italia nata torinese/piemontese, ha prodotto, per logica condizione, disposizioni e leggi monarchiche relative al lavoro, d’altra parte era l’assolutismo di quel tempo, quale le altre monarchie europee. Monarchia e soprattutto il fascismo hanno variato questa “condizione”.

In periodo fascista la prima “Carta del Lavoro” è varata nel 1927. Si tratta di una derivazione della “Carta di Carnaro” del 1920, creata dall’interventismo dei “Fasci rivoluzionari di sinistra” e dalla quale furono escluse tutte le istanze democratiche/libertarie, poi riprese successivamente dalla Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.). Si rivelavano già i primi palpiti di una sinistra latente, viva.

Dopo laboriose trattative, anche da parte dell’antifascismo i Patti erano accettati e l’11 febbraio 1929 si firmavano gli accordi fra Stato e Chiesa detti “Patti Lateranensi”. Si compongono di due parti: la prima è il Trattato Internazionale con Roma capitale e riconosciuta la sovranità dello Stato della Città del Vaticano. La seconda parte è costituita dal “Concordato” che regola i rapporti fra Chiesa e Regno d’Italia.

“Nell’agosto del 1938, c’era stato un incontro in Svizzera tra un monsignore della Curia e due esponenti del Partito comunista in esilio; questi ultimi rassicuravano l’interlocutore che non avrebbero messo in discussione il trattato ma solo il concordato. Posizione, che nel 1943, sarebbe stata riconfermata dal comunista Giorgio Amendola al direttore dell’Osservatore Romano”.

La destra storica, trasformatasi nel 1882 nel Partito Liberale Costituzionale (P.L.C) è stato uno schieramento politico che ha governato ininterrottamente l’Italia dal 1849 al 1876.

La destra storica aveva dato alla neonata Italia, un’economia basata sul libero scambio. Un altro grave problema che affliggeva il paese, la difformità legislativa lungo la penisola, era stato risolto mediante l’accentramento dei poteri (accantonando i progetti di autonomie locali proposti da Marco Minghetti), estendendo la legislazione piemontese a tutta la penisola e dislocandovi in modo capillare le prefetture come strumento di governo.

Un aspetto politico da tener conto ma che dal dopoguerra non desta più stupore; con la nuova Repubblica, la Chiesa con il Partito comunista ha avuto costantemente uno stretto rapporto per la formula che li accomunava; per la Chiesa si usa la terminologia “potere temporale”, per il P.C. “potere indiscriminato”. Sono e rimangono due rovine per l’Italia.

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Il CAOS perfetto, l’alibi per una pessima politica
PRIMA PUNTATA – LA PANDEMIA

Edward Lorenz, matematico-metereologo, a seguito dei suoi studi, aveva coniato una metafora, diventata poi un’espressione di uso comune: “l’effetto farfalla”. In parole semplici spiega come un avvenimento di piccole dimensioni può diventare causa scatenante di un evento di enorme portata, esempio: “il battito delle ali di una farfalla a Parigi può scatenare un uragano in Messico o a Pechino”, è il senso della rivoluzionaria teoria del caos di Lorenz.

Spiega Lorenz: «L’effetto farfalla aveva un nome tecnico: dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali…essa aveva un posto nel folklore:

Per colpa di un chiodo si perse lo zoccolo;

per colpa di uno zoccolo si perse il cavallo;

per colpa di un cavallo si perse il cavaliere;

per colpa di un cavaliere si perse la battaglia;

per colpa di una battaglia si perse il regno!

«Nella scienza, come nella vita, è ben noto che una catena di eventi può avere un punto di crisi in cui piccoli mutamenti sono suscettibili di ingrandirsi a dismisura. Ma il caos significava che tali punti erano dappertutto. Erano onnipresenti».

Prendo a prestito la metafora, quale termine di confronto, per dare un senso causale agli accadimenti che stiamo tragicamente vivendo, infatti, c’è una sorta di analogia con il “caso” Italia, ovvero; da un invisibile virus, alla pandemia.

Orbene, l’uragano di Lorenz può arrivare, ad esempio in Messico e colpire indifferentemente la baraccopoli messicana, costituita da abitazioni fatiscenti, senza servizi e assistenza sanitaria e fare disastri con distruzioni e morte, o una città ben costruita, organizzata e in grado di sopportare la violenza dell’uragano, quindi fare danni minori.

Il parallelo è sintomatico. Il nostro virus Covid 19 è oramai pandemia, semplicemente perché sono mancati o mancano i servizi essenziali e le strutture della Sanità pubblica attuale sono fatiscenti; tutto è affidato al caso e al volontariato, non siamo in grado di affrontare con decenza neppure la minima urgenza. La Sanità (come la scuola) è da decenni preda esclusiva delle sinistre, impegnate solo ad assegnare stipendi ai loro militanti e non posti di lavoro seri. Operazione che definisco: semina indisturbata della clientela politica. Questo sostantivo, pandemia, che sommata al mòlok dei disastri italiani perpetrati in tutti i settori della vita civile, nella politica, nel lavoro, nella TV pubblica, nel cinema, nello sport, ovvero il calcio, l’unico gioco concepito erroneamente sport; sono oramai endemici per il paese.

Manca un controllo efficiente del sistema geologico del paese, delle strade, dei ponti, ogni opera pubblica supporta le mafie o è opera di sfruttamento clientelare, tutto in funzione alle politiche della sinistra che non ha, ripeto non ha neppure una traccia d’idea costruttiva sulle politiche del lavoro d’iniziativa privata, non pubblica.

Il “sistema paese” è crollato di fronte a un assolutismo di Stato che, alla buonora, non è più possibile chiamarlo Stato; un potere “padrone di ogni cosa, delle risorse economiche, delle istituzioni, degli uomini e persino delle idee”. La democrazia, ormai defunta, è sostituita da una sorta di, totalitarismo all’italiana indefinibile che non è neppure bolscevismo. Non è possibile  formulare, un’ipotesi, tracciare una linea definibile nei folli comportamenti di questo governo.

Siamo quasi alla pari con la baraccopoli messicana: ci troviamo nel bel mezzo di un uragano che sta facendo terra bruciata dietro di sé. Imputabili sono i governi precedenti ma è quest’ultimo, del corrivo signor Conte che, amministratore della “bella” Italia, impone, con la sua maggioranza, una sorta di regime atipico che legifera senza controlli, divorando ogni risorsa materiale, finanziaria, scolastico/educativa, umana, disprezzando in modo offensivo la stessa identità storica degli italiani negando al popolo stesso persino la sua sovranità costituzionale. Tutto è svanito, perso, semplicemente perché non c’è stata, volutamente o meno, la capacità ma soprattutto un progetto per costruire uomini colti, intelligenti, politici d’esperienza, capaci e volonterosi. Manca il senso patrio, il voler bene al proprio paese, persa la sacralità del senso di appartenenza che, da oltre sessant’anni, la scuola e tanto meno in famiglia, nessuno ha più insegnato.

 

La R.A.I. ( circa 1700 dipendenti) degli italiani del Sud.  

Altro tema; la TV (nazionale?) spende miliardi di parole nel tentativo di coprire, mascherare il fallimento italiano. I commentatori RAI costretti a leggere bollettini precompilati, mentre mediocri cantanti, comici e attori, un vero esercito di comparse asservite e pagate dalla TV di Stato, ciarlano instancabili nel loro linguaggio italo/romanesco di una volgarità tale che mostra a quale grado di decadenza si è giunti.

L’uso e l’abuso senza ritegno della televisione politica nel condurre tutta l’operazione COVID 19, evidenzia in primis, un’azione mirata a far propaganda pro domo sua e di seguito per impartire a ritmo serrato una miriade di “melliflui” consigli bonari, trattando i cittadini quali semianalfabeti e imbecilli. Lo stile è elementare ma diretto, sottilmente insinuante, che crea panico, fatto con tale glaciale premeditazione da escludere ogni dubbio agli ingenui benpensanti.

Inoltre rivolgo l’attenzione a una questione di equa parità; tenendo conto di quanto il governo predica l’italianità, si ricordi che la R.A.I. è una struttura nazionale, ovvero italiana e non a solo uso e consumo del Sud e Napoli non è la capitale d’Italia.

Comunque, come ben si sa, tutte le reti RAI sono monocolore (vecchio termine adottato da Fanfani), vale a dire, rosse, del P.D. Una conquista di quel partito acquisita col tempo senza il minino ostacolo, mentre le opposizioni, forse, erano in altre faccende affaccendate.

Gli italiani devono svegliarsi dal torpore che li avvolge; aprite gli occhi; canti, balli, giochi dai balconi, sono cose di altri tempi, oggi non servono. Cerchiamo di essere adulti maturi.

Sono oramai tre mesi che dal piccolo schermo continua l’implacabile, assordante richiesta di denaro rivolta ai cittadini per “aiutare” centinaia di fantomatici enti, associazioni, fondazioni create all’uopo, persino la protezione civile e la storica Croce Rossa. Crescono in media di due o tre la settimana e su questo fatto sarebbe urgente fare un’indagine governativa. L’arrogante millanteria dei governanti ha oramai raggiunto livelli indecenti, dimostrando, alla parte onesta del paese, chi sono costoro ai quali il signor Mattarella, ribaltando con un colpo gobbo il risultato delle votazioni politiche, ha ridato il potere. I cospicui prestiti europei in miliardi, arrivati o da arrivare servirebbero alla nostra disastrata Sanità. Non abbiamo più nessuna fiducia in questa Europa, tuttavia speriamo che sia almeno attenta alla strada che prenderanno i fondi, poiché abbiamo sentore che verranno bruciati in un battito di ciglia per finanziare mafie ingorde, associazioni, e pagare stipendi a personale mal gestito e già in esubero. Ricordo par pari, l’esecrabile “diritto di cittadinanza” una legge ignobile per lo sperpero insensato di denaro distribuito a piene mani e senza opportuni controlli nel “mucchio” e non a chi lo merita veramente e ne abbisogna.

Intanto la TV insiste; non uscite, state in casa, è la filastrocca scritta e parlata che continua martellante. Abbiamo persino letto e sentito una dichiarazione in TV di questo Papa comunista. Nelle sue omelie ha aggiunto una preghiera per il governo. A questo punto, dovrebbe spiegare ai suoi credenti se quest’atto ha un significato “politico” o religioso. Lo spieghi pubblicamente a tutti.

 

Virus Covid 19

Questa epidemia, codificata Covid 19 e iniziata con il 1° caso il 21 febbraio 2020, è stata affrontata dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con l’autorità di cui si è proditoriamente impossessato, in modo disorganico, caotico; ordina, comanda a parole e azioni, delibera severe direttive, decreti, protocolli, leggi e chissà cos’altro sta preparando. Tuttavia, con arguzia ha prontamente capito che il virus è un’occasione unica per consolidare il suo potere in modo indefinito e con qualsiasi mezzo, può farlo, perché nessuno lo contrasta.

Qual è la costante preoccupazione di costui per gli italiani? Le ferie, le vacanze, il turismo.  Settori di tutto riguardo ma occupano il campo dei “servizi”, che significa “non produttivi”. Il cittadino deve spendere per usufruirne, poca attenzione invece a chi produce e crea profitti ossia: alle aziende, alle imprese, all’artigianato, alle fabbriche superstiti. Gli aiuti in denaro, in questo triste periodo, sono indispensabili, ogni giorno si parla di soldi, piogge di miliardi; vedremo dove andranno a finire, se arrivano. Tuttavia per il futuro serve ben altro; il governo deve tutelare le aziende ma non ha la capacità, tanto meno l’esperienza di farlo, perché servono persone di idee liberali, che mancano.

L’insufficiente conoscenza della realtà presuppone a un processo cognitivo di tutte le attività produttive del lavoro; un ribaltamento dei rapporti tra Stato e aziende; un’equa tassazione, finalmente una riforma seria del sindacato, non politico ma rivolto a una vera tutela dei lavoratori. In fin dei conti il “settore servizi”; turismo, servizi alla persona ecc. sono di grande importanza fintanto che c’è un cliente che guadagna e spende. Oggi abbiamo un esempio; con la crisi, concausa il virus, si produce poco o nulla e si spende poco o nulla. I numeri non mentono; “La matematica non è un’opinione”, è sempre una “costante matematica”. Urge ritornare al “libero arbitrio”.

Questo governo di pericolosi apprendisti, barricati dietro uno statalismo accentratore, poi  tradotto in un assolutismo sovrastatale dei poteri finanziari europei che dominano quelli nazionali oramai inerti. Deve cambiare totalmente politica nei comportamenti, oppure andarsene, altrimenti sparire velocemente, prima che succeda l’irrimediabile disastro.

 

Sulla normativa delle vituperate “seconde case”, dove il caos è perfetto.

Ma il signor Conte, forse, non conosce nulla della variegata compagine italiana con la quale ha a che fare, ed ecco che arrivano le prime “cantonate” a partire dall’encomiabile coraggio della presidente della Regione Calabria Jole Santelli; una donna eccezionale. Un’iniziativa che l’Italia delle Regioni dovrebbe imitare fin da subito ma non credo lo farà. La signora Jole pare rischi l’incriminazione, perché la disobbedienza è reato (un reato per sopravvivere?) e magari incarcerata in una delle celle svuotate dai capi mafia liberati dal pietoso e solidale governo.

Le “seconde case”, (oggi è un tipo mercato immobiliare a deficere) sono l’indicatore del benessere, quando l’utilizzo è rifugio vacanziero. Tuttavia molte di esse (cascine con orti e terreni) sono frutto di eredità di famiglia, la quale deve operare una costante, costosa manutenzione, fatta, in genere dagli anziani, perché i giovani preferiscono impegni meno gravosi e faticosi, per cui, questo tipo di “seconde case” si trasforma in un peso. L’abbandono forzato, anche parziale imposto dall’imperversare del virus, è dannoso e purtroppo, con i casi di razzie dei ladri costituiscono un doppio danno. Questa proibizione obbligatoria, fatta con buona intenzione ma imposta “nel mucchio”, come usa fare questo governo, ha provocato diseguaglianze, notevoli costi e disagi; oltre all’abbandono delle coltivazioni si aggiunge il ladrocinio perpetrato da ignoti.

Che fine ha fatto il mercato immobiliare? Non ha più mercato, un altro settore allo sbando perché non ha più regole, sogghignano gli speculatori e sono molte le agenzie (quelle superstiti) che sopravvivono grazie alla gestione degli affitti.

 

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Il soldato Giovanni Poggio

Voglio ricordare un piemontese che non è un re, un principe, un duca di antiche nobiltà, un comandante o un generale con il petto coperto da decine di medaglie e mostrine dorate, che non sempre significano valore in battaglia; è un semplice soldato, un vero eroe dimenticato: il “Soldato Giovanni Poggio”.

 

Il soldato Giovanni Poggio

… onest popol!

sousten l’unità d’Italia

sempre guidà

da chi l’ha savula fè.

« Casa Savoia »…

Giovanni Poggio

Masio è uno di quei straordinari luoghi piemontesi unici per la generosa, fertile terra; colline da vino robusto e genuino al pari della sua gente. Tuttavia questo piccolo paese è anche altro.

Nella piazzetta del Municipio c’é un monumento che alla prima occhiata può apparire strano, mutilato. La lunga l’epigrafe scolpita sul piedestallo chiarisce l’equivoco e rivela che il mezzo busto sul quale appoggia è effettivamente mutilato delle braccia.

Si tratta del soldato Giovanni Poggio, artigliere medaglia d’oro della campagna del 1860, conosciuto come “l’uomo senza braccia”.

Il monumento è opera dello scultore Attilio Gartman, l’epigrafe, dettata da Paolo Boselli ci racconta:

 

Giovanni Poggio

eroico artigliere

nelle guerre per l’Italia, in Crimea nel 1859 nel 1860

compiendo prodigi di valore, prode fra i prodi del Re e di Garibaldi,

nell’espugnazione di Capua, propugnacolo borbonico, perdette ambo le braccia.

Onorato della medaglia d’oro mostrò la serenità dei forti

e militare decoro nelle angustie della vita nobilmente povera

allietata e sorretta dalla consorte Camilla Fossati con vigile devota opera d’amore

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Nacque in Masio il 4 agosto 1830, morì in Torino il 5 dicembre 1910

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Questo ricordo a segno di gloria ad esempio di meravigliose gesta

vollero il popolo di Masio, amici, ammiratori.

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Sono frasi e parole che hanno un sentore epico e oggi possono apparire un po’ retoriche, esse evocano un Piemonte storicamente oramai lontanissimo, ma nel quale gli alti valori morali e il forte senso dello Stato dei suoi uomini educati al rigido codice del dovere e dell’onore, hanno contribuito in modo determinante alla formazione dell’Unità d’Italia. Al fianco di Pietro Micca, Enrico Toti, Salvo D’Acquisto e molti altri, anche Giovanni Poggio è uno di questi uomini e la sua vita avventurosa testimonia le gesta di questo valoroso soldato. E’ nostro dovere ricordarlo come militare e come uomo, cresciuto e formato in quell’ambiente particolare qual era la sua straordinaria famiglia.

Giovanni Poggio nasce il 4 agosto 1830, in quel di Masio, piccolo paese sulla sponda destra del Tanaro, è l’ultimo di quattro figli: Paolo, Carlo, Giuseppe e Giovanni appunto. Il padre Francesco è anch’egli nativo di Masio, che presiederà per un certo tempo come Sindaco (Masio è stata anche la residenza estiva preferita di Urbano Rattazzi). La madre, Francesca Maria Guasco, è nativa di Solero ed apparteneva ad una famiglia di antichi patrioti. Dotata anche lei di profondi sentimenti patriottici, durante i tremendi anni delle cospirazioni risorgimentali fu attivissima e non esitò a ospitare in casa sua il cospiratore e martire alessandrino Andrea Vochieri. Maria Guasco è la sorella di Carlo Guasco, magistrato e giovane liberale, convinto assertore di un’Italia libera, amico di Silvio Pellico, Breme, Borsieri, Giovanni Plana e anche di Stendhal, il quale era ammirato dal patriottismo e dal coraggio di questa straordinaria famiglia.

I figli di Francesco e Francesca non erano da meno, tre erano davvero teste calde: Paolo, Giuseppe e Giovanni. Carlo, pare fosse il più tranquillo, era un ottimo funzionario delle ferrovie dello stato. Paolo, professore, si fece prete, ma questo non gli impedì nel 1870 di issare, primo fra tutti e in abito talare, la bandiera italiana sull’edificio dell’Università di Torino incitando gli studenti con parole di fuoco. Giuseppe, nel 1848 fuggì con Giovanni, il fratello minore, per arruolarsi insieme e combattere, ma a causa della loro giovane età furono rispediti a casa. Giuseppe, che era geometra, in seguito lasciò il suo lavoro e partì per l’America in cerca d’avventura. Fece diversi mestieri, fra i quali l’armatore. Ritornò nel 1870 per ripartire dopo poco tempo per la Francia verso nuove avventure, ma non fece mai più ritorno e non se ne seppe più nulla. Giovanni, militò un breve periodo come volontario nelle file di Garibaldi e nel 1851, al suo turno di leva, entrò nell’esercito regolare e assegnato al reggimento artiglieri come cannoniere di seconda classe con il numero di matricola 2304. Già nello stesso anno si distinse meritandosi la promozione a cannoniere di prima classe, giusto in tempo per partire per la guerra di Crimea con il Corpo di spedizione comandato dal Generale Alfonso Ferrero La Marmora.

Soldato valoroso e spericolato scampò alle pallottole per rischiare di morire affetto da colera in un letto d’ospedale. Guarì miracolosamente e il 30 maggio 1856 fu collocato in congedo.

In quel periodo turbolento le campagne di guerra infuriano e il 26 marzo 1859 è richiamato come artigliere combattendo sino all’11 dicembre dello stesso anno. Rimane a casa per poco tempo; il 12 marzo 1860 è richiamato nuovamente sotto le armi per la terza volta è assegnato alla 4° batteria del 3° Reggimento Artiglieria da piazza. Partecipa alle campagne di guerra che nel 1860 hanno teatro di operazioni prima nelle Marche e nell’Umbria e poi nell’Italia meridionale, quando, dopo la caduta della piazzaforte di Ancona e la totale disfatta dell’Esercito franco-pontificio, l’Esercito piemontese al comando di Vittorio Emanuele II accorre in aiuto ai “Mille” Garibaldini impegnati contro le truppe del Borbone Francesco II. Tali truppe, travolte dai piemontesi, sono scacciate da Marsala a Calatafimi, poi a Palermo, Milazzo e Messina, la Calabria sino a Napoli, sulle rive del Volturno. Qui Giovanni Poggio dimostra in più occasioni la sua tempra di valoroso soldato, sino al compimento del suo tragico destino.

Ѐ il 1° Ottobre 1860, il Poggio si trova come capo-pezzo del cannone posto sulla strada che porta verso la fortezza di Capua, in un sito molto esposto alla fucileria borbonica. La provvidenziale placca della cintura lo salva da una palla nemica che altrimenti gli sarebbe penetrata nel ventre, restando comunque leggermente ferito. Rimane tenacemente al suo posto, rifiutando all’ordine di fare fuoco con le sue artiglierie puntate verso le truppe borboniche che avrebbero sicuramente colpito una colonna garibaldina impegnata nel combattimento a corta distanza. Il 25 Ottobre si trova sotto Sant’Angelo e non riuscendo il tiro efficace insiste con forza per lo spostamento delle artiglierie su un’altura vicina.

Questa azione, che permette un valido aggiustamento del tiro, costringe i borboni a una disastrosa ritirata. Nel frattempo gli è assegnata la medaglia d’argento al valor militare. In un altro frangente, contravvenendo a un ordine del suo Capitano Emilio Savio, attraversa a nuoto il Volturno per spiare le batterie nemiche; le informazioni date al suo ritorno inducono i nostri ad abbandonare precipitosamente il posto rivelatosi troppo pericoloso.

Il fatto culminante, tragico, avviene il 2 Novembre 1860, quando al mattino ha inizio il bombardamento di Capua. Il Poggio ha l’incarico del puntamento, la distribuzione della polvere e delle cariche. Il nemico investe la postazione dei nostri con un fuoco infernale. Ripetutamente il Poggio si reca volontariamente, sotto il fuoco incrociato dell’artiglieria nemica, a verificare il tiro sul terrazzo sovrastante la sua batteria e il tenente Persi, che ha permesso con riluttanza queste pericolose verifiche, nell’ulteriore intensificarsi del fuoco, gli proibisce altre uscite. Il Poggio vedendo il precipitare della situazione e i compagni titubanti, disobbedendo all’ordine si precipita per le scale verso il terrazzo urlando: «Dove gli altri non vanno Poggio va». Poco dopo una granata gli asporta il braccio destro e quasi subito un altro colpo gli tronca il sinistro, con le ultime forze si trascina in fondo alla scala stramazzando sfinito. Rapidamente soccorso, gli vengono amputate entrambe le braccia sopra il gomito. Gli sorregge il capo la signora Jesse White Mario (vedova di Alberto Mario), infermiera garibaldina e ardente sostenitrice dell’Unità d’Italia. Lo assiste giorno e notte all’ospedale di Napoli la Marchesa Anna Pallavicino Trivulzio, moglie del martire dello Spielberg Giorgio Pallavicino Trivulzio. Gli fa anche visita Re Vittorio Emanuele II, il quale con parole di encomio gli conferisce la medaglia d’oro al valor militare.

Ritornato finalmente a Masio, dopo qualche tempo il Poggio sposa Camilla Fossati, che conosceva fin da bambina e da questo felice matrimonio nascono ben dieci figli. In seguito trasferitosi a Torino, conosce e frequenta in questa città Edmondo De Amicis, il quale gli dedica un bozzetto sulla sua vita. A Torino, Giovanni Poggio muore all’età di 80 anni, il giorno di Santa Barbara e i funerali vengono fatti a spese dello stesso Comune.

 

Il berretto e il panciotto di Giovanni Poggio sono conservati al Museo di Artiglieria di Torino.

Le città di Torino e Alessandria gli intitolarono due Vie.

Pinerolo gli dedicò la sezione degli Artiglieri.

Un interessante libro del 1963 della “Collection Stendhalienne” di Albert Maquet dal titolo “Deux amis italiens de Stendhal – Giovanni Plana et Carlo Guasco”, ci racconta appunto di Carlo Guasco, Avv. Sost. Procuratore Generale del Re a Torino irriducibile potriota e carbonaro, fratello di Francesca Maria Guasco, madre del nostro Giovanni Poggio, le cui imprese sono ricordate nel libro.

 

Luglio 2019

Carlo Ellena

 

Bibliografia:

-“Il soldato Poggio” di Edmondo De Amicis.

-Traduzione in italiano su “Epoche”n° 1 e n° 2 dell’anno 1963 del libro”Deux – amis italiens de Stendhal – Giovanni Plana et Carlo Guasco”.

-“IL Popolo d’Italia” del 1 Gennaio 1923.

-Estratto dalla ”Rivista di Storia, Arte, Archeologia della Provincia di Alessandria” del 1930 di Lorenzo Mina su “Poggio Cav. Giovanni 1830 – 1910



 

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Antonio Rosmini Serbati (1797 – 1855)

Dedico ai piemontesi italiani smemorati e anonimi, una sintesi storica di due colti religiosi in guerra con la monarchia savoiarda ma soprattutto contro la chiesa romana corrotta, intrigante e tronfia di potere temporale; aspetto che costatiamo, purtroppo, ancora oggi in chiave degenerativa con l’attuale Papa:

Sono: Carlo Denina e Antonio Rosmini Serbati. 

 

Antonio Rosmini Serbati (1797 – 1855)

Da oltre un anno ricevo mensilmente, in omaggio, un giornale cattolico che periodicamente contiene articoli sul tema: “Alla scuola del beato Rosmini” – UNA FEDE PENSATA-

Gli scritti illustrano con dovizia l’amore del beato verso Dio in situazioni diverse e un magistrale insegnamento alla preghiera.

In un incontro in biblioteca, discutendo con alcuni miei allievi proprio del Rosmini, era parso evidente che oltre l’aspetto religioso, peraltro notevole e molto profondo, ben poco sapevano (e si sa) del pensiero filosofico-storico-politico del Rosmini nella cultura del Risorgimento.

Una lacuna che non sorprende se teniamo conto dello scarso interesse alla lettura degli italiani e dell’inconsistenza e inadeguatezza dei programmi scolastici, colpevoli dell’attuale sotto-livello culturale, in particolare nel Piemonte.

Tuttavia c’é una pur labile scusante; Rosmini, bandito dalla chiesa nel lontano 1850, solo da qualche decennio il suo immenso, prezioso patrimonio di scritti ha rivisto la luce, dando a tutti libera lettura.

[1]La riabilitazione del pensiero di Rosmini inizia nel secondo dopoguerra e soprattutto nel nuovo clima del Concilio Vaticano. Nel 1965 Paolo VI concede la riedizione delle Cinque piaghe. Nel 1998, nell’enciclica Fides et ratio, Giovanni Paolo II avvia la causa di beatificazione, ponendolo tra i grandi padri di quella ricerca della “parola di Dio” di cui “l’umanità e la chiesa hanno oggi un grande bisogno”. Il 1° luglio 2001 il Cardinale Ratzinger “dichiara superati i motivi di preoccupazione” che hanno a suo tempo determinato la promulgazione del decreto Post obitum. La riabilitazione si conclude il 18 novembre 2007 a Novara con la solenne cerimonia di beatificazione.

Oggi i suoi scritti sulla chiesa, sulla religione, sulla politica, il diritto, la filosofia, sul sociale e molto altro, sono oggetto di studi profondi e complessi. Rimane a noi una scuola di cultura e conoscenze inimitabili, alle quali dobbiamo avvicinarsi riconoscenti e con rispetto.

Antonio Rosmini, un uomo di chiesa, dalla cultura e intelligenza fuori dal comune, fondatore dell’Istituto della Carità, molto attivo negli anni del Risorgimento italiano, è quasi contemporaneo di Carlo Denina ma il suo percorso intellettuale e umano è stato molto diverso, come vedremo in questo breve viaggio esplorativo.

Il suo nome completo è già una storia: Antonio, Francesco, Davide, Ambrogio Rosmini Serbati (Rovereto il 24 marzo 1797 – Stresa 1 luglio 1855).

Era il figlio secondogenito di Pier Modesto, patrizio del Sacro Romano Impero e di Giovanna dei Conti Formenti di Biacesa in Val di Ledro, che a quel tempo faceva parte dell’Impero Asburgico.

I Rosmini vivevano a Rovereto fin dalle origini, ossia da quando si era installato, nella seconda metà del quattrocento, il capostipite Aresmino; è stata una delle famiglie più importanti della città, interessata in diverse attività amministrative, anche ecclesiastiche ma soprattutto dando notevole impulso alla vita culturale cittadina.

Antonio nasce in questa famiglia d’intellettuali, ricca, aristocratica, religiosissima, di grande cultura ma legata alle tradizioni asburgiche, austere e conservatrici.

Un bambino precoce, dotato e riflessivo che mette impegno e serietà in ogni attività che intraprende, avido di conoscere; egli s’immerge completamente nella lettura, passando lunghe giornate nella ricca biblioteca di famiglia, dimostrando da subito interesse nei testi filosofici.

È seguito dalla madre colta e amorosa che permea in lui, fin dall’infanzia, sentimenti di profonda religiosità e bontà, complementari in quest’uomo dalle qualità eccezionali, di grande apertura mentale e una fede incrollabile carica di un autentico umanesimo cristiano, doti che lo seguiranno nel corso di tutta la sua esistenza.

La casa è frequentata da due letterati, Antonio Cesari e ClementinoVannetti che, con lo zio Ambrogio, saranno il punto di riferimento culturale nella maturazione del giovane Antonio. Lo zio lo inizia alla storia dell’arte, del bello, della lettura, improntandolo di una profonda spiritualità religiosa nella lettura della bibbia, dei padri della chiesa, alla teologia.

[2]Nel 1804 è iscritto al corso d’istruzione elementare di don Giovanni Marchetti, che aveva fondato a Rovereto la prima scuola modello secondo gli indirizzi della legislazione scolastica asburgica.

Dal 1808 al 1814 frequenta il ginnasio cittadino ma preferisce immergersi nei suoi studi privati, in particolare i classici latini e italiani, trascurando così lo studio della grammatica e dovendo ripetere la prima ginnasio. Fatto rilevante per la formazione personale e culturale in quegli anni ginnasiali è la collaborazione scolastica con compagni che stimolano i suoi ideali letterari e religiosi che si realizzano nella fondazione dell’“Accademia Vannetti”, così chiamata per onorare l’illustre concittadino.

Questa iniziativa è molto apprezzata nell’ambiente culturale roveretano,QQqq che riconosce le eccezionali doti intellettuali e religiose del Rosmini, al punto che l’istituzione più importante della città, l’”Accademia degli Agiati”, nel 1814 lo accoglie fra i suoi soci.

Di tale Accademia ne diverrà presidente onorario perpetuo.

(Osservazione. Nel 1813 muore Carlo Denina, aveva già 82 anni; il Rosmini nel 1814, un anno dopo la morte del Denina, è quando decide di farsi sacerdote, ha appena 17 anni.

(Un vero peccato che queste due menti eccezionali non abbiano potuto incontrarsi).

Negli anni 1815-16 frequenta i corsi liceali privati di don Pietro Orsi che gli spalancano le porte di una affascinante disciplina, la filosofia, che diverrà, da allora, la chiave di lettura di tutta la realtà e il suo personale ambito di ricerca.

Contro il volere della famiglia nel 1816 realizza la decisione di farsi sacerdote (già maturata nel 1814) e sceglie d’iscriversi alla facoltà di teologia dell’Università di Padova. Rimane a Padova tre anni e fa molte conoscenze, fra le quali la più importante e duratura è quella con Niccolò Tommaseo, giovane studente in legge proveniente dalla Dalmazia. Il Rosmini lo accoglie nel gruppo di amici più fidati e lo rende partecipe dei suoi progetti, il più importante dei quali, il quel momento, è la redazione di un’Enciclopedia cattolica italiana da contrapporre a quella illuminista francese di Diderot.

Nel 1821 è ordinato sacerdote e nel 1822 conclude gli studi universitari laureandosi in sacra teologia e diritto canonico. Si ritira alcuni anni nella quiete della sua casa di Rovereto, dove si dedica a due principali filoni di studi: la riforma della filosofia e sollecitato dai moti rivoluzionari del 1821, la politica. Qui il Rosmini analizza a fondo il rapporto tra religione e potere.

(Uno studio molto profondo fatto con l’acume abituale del Rosmini che, purtroppo, gli procurerà molti guai con la chiesa, per ragioni diverse, a guisa del Denina).

Nel 1826 si stabilisce a Milano con Nicolò Tommaseo e il segretario Maurizio Moschini. In un ambiente culturale a lui confacente s’impegna per qualche anno in studi sulla politica e grazie al cugino Carlo Rosmini stringe conoscenze importanti. L’amicizia con il conte Giacomo Mellerio e in particolare con Alessandro Manzoni che sarà fondamentale per il suo futuro. Tra il Rosmini e il Manzoni si crea un rapporto fra i più fecondi e importanti nella storia culturale italiana, in particolare nel campo della linguistica.

 Il Manzoni dona all’amico una rara edizione in tre volumi dei Promessi Sposi datata 1825 –1826, mentre il Rosmini dedica al Manzoni un’opera di filosofia della religione di grande impegno intellettuale,“Del divino nella natura”, che rivela quanto l’Autore, negli anni della maturità, conoscesse anche le religioni orientali.

Nel 1830 Rosmini pubblica le sua prima, grande opera filosofica, il”Nuovo saggio sull’origine delle idee”, è il testo fondamentale della sua spiritualità, le Massime di perfezione cristiana. Segue nel ‘31 un’altra opera basilare “I Princìpi della scienza Morale”.

Nel 1828 fonda”l’Istituto della Carità”a Domodossola, sul monte Calvario; vuole condividere l’amore universale, che è oramai divenuto l’ispirazione definitiva della sua vita. Nasce quindi la prima comunità di religiosi rosminiani e nel 1831, a Trento, la seconda casa. Poco dopo fonda il ramo femminile dell’Istituto, ossia “Le suore della Provvidenza”.

Mentre in Piemonte il suo Istituto si espande rapidamente con il favore del vescovo locale e del re Carlo Alberto di Savoia, in Trentino si moltiplicano le difficoltà poste dall’amministrazione austriaca, tanto da indurlo nel 1835 a chiudere la casa della sua comunità alla Prepositura di Trento.

Le monarchie europee sono in fermento e il Rosmini s’immerge nei suoi studi di Filosofia della politica (1837- 39), Filosofia del diritto (1841-43) e Teodicea (1845), dottrina molto profonda che tratta il problema del male nel mondo e del libero arbitrio dell’umanità.

Nel 1836 Carlo Alberto, che ammira il Rosmini per le sue opere benefiche, pensa sia l’uomo giusto per far risorgere la Sacra di San Michele, che era stata l’onore della chiesa piemontese e del suo casato ma abbandonata da ben due secoli. Offre il monumento al Rosmini, il quale accetta, trovando l’opera conforme allo spirito della sua congregazione; l’Istituto della Carità. Papa Gregorio XVI, nell’agosto del 1836, nomina i padri rosminiani amministratori della Sacra e delle superstiti rendite abbaziali.

I padri la reggono tuttora, inoltre il monumento è sostenuto da vari enti e dalla Regione, dopo che la legge speciale del 21/12/1994 ha riconosciuto “La Sacra monumento simbolo del Piemonte”.

A questo punto è utile una nota.

[3]Antono Rosmini, spirito di tendenze universali, d’ingegno vigorosissimo, aveva impostato la sua vita e il suo agire su un principio ascetico: da parte sua vorrà soltanto attendere alla purificazione dell’anima dal male e all’acquisto dell’amore o carità di Dio e del prossimo, in cui consiste la perfezione.

Quanto allo studio, attività, lavoro, condizione di vita, non sceglierà da sé – fosse questa o quella attività, anche un’opera di carità – lascerà a Dio di indicargliela attraverso le circostanze esteriori “esaminate dal lume della ragione e della fede”.

È il principio cosiddetto di “passività o d’indifferenza” che comporta una costante disposizione interiore a volere unicamente e totalmente ciò che vuole Dio. La “passività” che Rosmini s’impone è rigida disciplina, consacrazione totale, immolazione al bene nel modo che Dio avrebbe voluto per lui, senza condizioni né riserve.

Antonio Rosmini intellettuale europeo e i suoi rapporti con la Rivoluzione francese.

Il percorso umano e intellettuale di questo religioso, esploratore mirabile e instancabile  s’inserisce in un contesto storico molto ampio, quanto turbolento.

La Rivoluzione francese, il dominio napoleonico, seguiti dal Congresso di Vienna (nel 1815) e dalla lunga fase della Restaurazione, sono i periodi cruciali dei primi decenni dell’Ottocento nel quale si trova coinvolto Antonio Rosmini.

Il grande evento che aveva sconvolto le monarchie europee; la Rivoluzione Francese e il decennio 1787-1799, non poteva non essere osservato e studiato dal Rosmini, orbene; come si poneva il pensiero del nostro su quegli anni turbolenti, lui, educato sui solidi principi austro-asburgici e religiosi?

Il suo rapporto con le ideologie rivoluzionarie e la stessa Rivoluzione avevano mostrato aspetti diversi e complessi. Tuttavia quel periodo storico aveva agito in Rosmini come punto di riferimento nello sviluppo e maturazione del suo pensiero politico commisto a quello ecclesiale, sempre vivo e presente.

Nei primi anni (1826-1827) le conoscenze del Rosmini sulla Rivoluzione francese si basavano soprattutto sugli autori classici-cattolici, de Maistre, Haller, de Bonald, per cui il suo indirizzo culturale risentiva di questi influssi ideologici dominanti in quegli anni.

Nel 1835 Alexis de Tocqueville pubblicava Démocratie en Amérique, un libro che non era sfuggito al Rosmini, e ne dava ben presto lettura di tutta la prima parte. Questa nuova concezione ideologica liberaldemocratica, esposta dall’autore con chiarezza e competenza, lo aveva affascinato a tal punto da indurlo a una mutazione del suo universo filosofico-politico; meno privilegi alle aristocrazie e più giustizia, meno stato e più società civile.

Per Rosmini occorreva ridefinire un nuovo ordine politico e sociale, conformandoli in modo da dare dignità a ogni uomo secondo i valori del cristianesimo.

Questi nuovi, potenti impulsi coincidevano con un momento di profondo esame critico della Rivoluzione; essi davano inizio a una grande espansione dell’idea liberale, conquistando ben presto buona parte dell’Europa intellettuale. Si manifestava così anche nei popoli, l’avversione all’assolutismo e la voglia di democrazia.

Ma il pensiero rosminiano andava oltre la Rivoluzione, si può dire già post-rivoluzionario.

I princìpi a fondamento del 1789 erano stati in parte traditi; la scristianizzazione era pressochè sancita dal Tribunale rivoluzionario che tentava di imporre il culto alla “Dea ragione”. Rosmini studiava e analizzava, aveva capito che la Rivoluzione era stata un importante evento storico nel quale s’incrociavano, in un groviglio inestricabile, il bene e il male e la chiesa cattolica, in quegli anni, aveva accumulato molte colpe in entrambe le forme di governo, monarchico prima, rivoluzionario dopo; la colpa più grave era di non voler staccarsi dal potere temporale e rendersi storicamente autonoma.

Intanto la nuova classe dirigente rivoluzionaria aveva imposto una forma di dispotismo che riduceva di molto la libertà dell’individuo, perché, come afferma Muratore nel suo libro, “il dispotismo individuale divenne dispotismo collettivo”.

Gli enunciati del Rosmini, già espressi in vari punti nei testi Della naturale costituzione della società civile e nella parte dedicata all’analisi della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nella Filosofia del diritto, anticipano criteri e formule (per brevità ne cito due):  

 –[4]Analisi e giudizi sulla natura del dispotismo; dal dispotismo dei re al dispotismo della rivoluzione.

  – La riconsiderazione del rapporto tra religione e rivoluzione, configurata seguendo il nesso dialettico tra assolutismo, declino della religione ed evento rivoluzionario.

[5]Rosmini è osservatore e insieme interprete di quella grande crisi spirituale dell’Occidente, ne coglie le connotazioni essenziali, si propone di individuarne le linee di superamento, attraverso un grande progetto enciclopedico di rifondazione della filosofia e insieme della politica dell’Occidente (…).

Rovereto prima e Stresa poi diventano una sorta di laboratorio all’interno del quale vengono registrate, recepite e poi analizzate e ripensate le varie espressioni di quel vasto movimento di idee che agitò l’Europa nei primi decenni dell’Ottocento. Un pensatore che, ad un’osservazione superficiale, potrebbe apparire lontano e quasi distaccato dagli avvenimenti, in realtà era profondamente immerso in essi e a pieno titolo partecipava al dibattito intellettuale del suo tempo, collocandosi come autentico”intellettuale europeo”.

Una qualifica che può apparire un po’ paradossale se applicata a un pensatore che, a differenza di altri intellettuali del suo tempo, non è mai stato un “grande viaggiatore”e il cui orizzonte geografico è rimasto circoscritto all’Italia, operando, salvo brevi periodi milanesi e romani, in un ambiente che può essere considerato tipicamente “provinciale”: appunto la natia Rovereto, Domodossola e Stresa.

I silenzi ovattati e la calma della sua casa di Stresa erano l’ambiente ideale per alimentare la sua insaziabile curiosità intellettuale che superava abbondantemente la limitatezza geografica di orizzonti. La ricca biblioteca nella sua “casa monumento” di Rovereto è tuttora una testimonianza dei molti libri che il Rosmini faceva arrivare da ogni parte del mondo. Osservatore meticoloso e attento conoscitore dei primi movimenti socialisti e di estrema sinistra, il pensatore roveretano è stato un esploratore instancabile di ogni corrente culturale europea di una certa importanza, in particolare di lingua tedesca e francese.

Il Risorgimento e l’impegno politico e diplomatico del Rosmini nel 1848

L’Impero d’Austria aveva posto grandi difficoltà al Roveretano nello svolgere e realizzare le sue opere religiose. Tant’è che era stato costretto a lasciare la sua città e rifugiarsi prima a Milano per breve tempo, poi stabilmente in Piemonte, che considerava la sua patria d’elezione e dove le sue realizzazioni religiose e educative avevano un notevole sviluppo grazie all’avallo del religiosissimo Carlo Alberto di Savoia. Ma a partire dal 1848 il governo piemontese aveva imposto una severa politica anticlericale per eliminare la forte ingerenza della chiesa nelle questioni civili. In quel periodo burrascoso il Rosmini si era opposto criticando aspramente quest’anticlericalismo, tuttavia non c’era stata alcuna rottura con il governo di Sua Maestà Carlo Alberto, il quale aveva lasciato che egli continuasse a lavorare liberamente con le sue opere benefiche e religiose.

Le importanti esperienze maturate, i suoi studi, gli scritti, il lungo e fruttuoso rapporto con il Manzoni avevano spinto il Roveretano a parteggiare e partecipare, nel ’48, ai movimenti d’indipendenza nazionale che avevano nel Piemonte uno degli attori più importanti dello scacchiere europeo.

In questo clima favorevole, nel maggio del ’48 pubblicava la sua opera più celebre: “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”[6], libro scritto tra il 1832 e il 1833 ma che il Rosmini aveva ritenuto più opportuno e prudente pubblicarlo solo dopo l’elezione di Papa Pio IX avvenuta nel 1846.

Poco dopo a Milano, sempre nel ’48, scriveva e dava alle stampe la“Costituzione secondo la giustizia sociale” con un’appendice sull’Unità d’Italia. I due scritti illustrano, in sostanza, un compiuto progetto di riforma ecclesiale e politica.

Nell’agosto del 1848, mentre si era consumata a Custoza la sconfitta militare (22 e 27 luglio 1848) della prima guerra d’indipendenza con l’Austria, il governo Casati, su ordine di Carlo Alberto, affidava al Rosmini una delicata missione diplomatica a Roma, presso Pio IX, con l’obiettivo di negoziare un concordato tra lo Stato Pontificio e quelli di Sardegna e Toscana.

Egli giungeva a Roma il 15 agosto 1848 e fermo sui suoi principi di diritto e politica, stilava un documento costituzionale e la bozza di una Confederazione di Stati italiani sul modello dell’opera “La Costituzione secondo la Giustizia Sociale”[7]. Il Papa lo aveva accolto con favore, mostrandosi favorevole agli obiettivi della missione.

Il progetto indicava la visione d’insieme di uno Stato liberale; realizzare l’Unificazione italiana e un reale decentramento amministrativo e di unità nella differenza.

[8]Le speranze federaliste tra gli stati italiani con l’egida spirituale del Papa, erano il sogno risorgimentale del Rosmini e del Gioberti per evitare il secolare scontro fra Stato e Chiesa. Egli vedeva nelle trattative per una Lega degli stati italiani, solo un primo passo costituente per giungere poi a una Dieta permanente in Roma, vero e proprio governo federale, affiancata da una Camera e da un Senato rappresentativi dei diversi stati in proporzione alle loro popolazioni.

Il governo piemontese in merito alla confederazione degli Stati italiani era poco chiaro, (premeva al governo di avere dai plebisciti della Lombardia e del Veneto un punto d’appoggio per operare verso il regno dell’Alta Italia; ottenuto questo, si poteva negoziare con l’Austria da posizioni di forza) tanto che il Rosmini era a Roma senza un incarico ben definito, senza precise istruzioni.

Intanto la guerra con l’Austria era persa; il re stipulava un armistizio con Radetzski e si ritirava provvisoriamente dietro la linea del Ticino, mentre il conte Casati tentava ancora di riprendere le trattative con la Santa Sede in precedenza interrotte.

[9]Tuttavia c’è da chiarire che per Rosmini la guerra d’Austria avrebbe dovuto avere, per lo Stato pontificio, un suo senso all’interno della Confederazione e non una pura e semplice alleanza militare, come egli aveva indicato proprio nel testo del progetto di Confederazione italiana a suo tempo presentata.

Rosmini riteneva che lo Stato della Chiesa, una volta che avesse aderito alla Confederazione italiana, sarebbe stato legato alla politica comune del nuovo Stato federale, ed in particolare sarebbe stato tenuto a seguire le deliberazioni comuni in materia di politica estera e di difesa. Strumento per la gestione comune degli interessi internazionali del nostro paese avrebbe dovuto essere una Dieta, composta in parte di delegati eletti direttamente dai cittadini dei diversi Stati, o dai loro parlamentari, ed in parte designati dai principi. Il progetto della Dieta era parte integrante dell’accordo del 31 agosto 1848 sulla “lega” politica da stipularsi in vista della Confederazione italiana. Rosmini è contrario tanto all’elezione diretta di tutti i deputati della Dieta dai cittadini dei diversi Stati, quanto alla sua riduzione ad un organismo rappresentativo delle sole volontà dei sovrani. Un sistema misto rende indipendente l’operato della dieta, ma lo sottrae a spinte estreme. Rosmini coglie bene le tendenze dei movimenti più radicali che miravano a raccogliere le forze favorevoli all’idea di una costituente del popolo italiano (…).

Non ha senso per lui che l’iniziativa dell’unificazione politica nasca dal basso, da un movimento demagogico e minoritario, cioè da agitazioni popolari di piazza che non seguono alcuna procedura razionale nel gestire la cosa di tutti. Il suo pensiero sul “dispotismo” che nasce dai regimi assembleari è chiarissimo. La prudenza del nostro autore giunge a paventare addirittura una trasformazione dell’assemblearismo della costituente italiana in un movimento dai contorni comunistici (…).

Ma la guerra del Piemonte con l’Austria, l’ambiguità del governo piemontese sugli accordi con Pio IX, il cambio di governo del 15 agosto 1848, in cui il nuovo primo ministro Cesare Alfieri di Sostegno aveva sovvertito i precedenti accordi, i moti scoppiati nella capitale e la tenace opposizione del Cardinale Antonelli; il Rosmini, a fronte di questi aspri contrasti e rendendosi conto che gli eventi seguivano oramai un corso del tutto diverso dal suo progetto politico-ecclesiastico iniziale, l’11 ottobre del 1848 rassegnava definitivamente le dimissioni dall’incarico. (poi accettate il 22 ottobre).

A seguito di questi fatti, il 24 novembre del ’48 il Papa fuggiva furtivamente a Gaeta volendo con sé anche il Rosmini. Intanto la curia romana aveva accolto la linea filo-austriaca del segretario di Stato Card. Antonelli, collaboratore di Pio IX dal ’48 al ’76, strenuo difensore del potere temporale della chiesa e dichiaratamente ostile al Rosmini. Il Papa, ascoltava i consigli del Rosmini ma oramai era sotto l’influenza nefasta del Cardinale Antonelli, il quale lo aveva convinto a ritirare la Costituzione. In uno degli ultimi colloqui col Rosmini il Papa dichiarava: «Caro Abate, non siamo più costituzionali». Poco dopo il Papa, con rapido voltafaccia, attuava la revoca della Costituzione, contro le intenzioni dichiarate in precedenza e sordo ai consigli dello stesso Rosmini.

[10]L’appiattimento del papato sull’Austria significò l’apertura della “Questione romana”, che si sarebbe potuta evitare solo a patto del mantenimento di un’Italia federale. Il senso del federalismo di Rosmini è soprattutto questo: la saldatura della questione nazionale alla questione religiosa. Egli vedeva nella chiesa cattolica l’organismo in grado di salvaguardare, sotto il profilo spirituale, le peculiarità di tutti i popoli nel loro aspetto linguistico e di tradizioni particolari (Luciano Malusa).

Il Regno sabaudo era oramai avviato all’accentramento del movimento nazionale e alla rottura con la chiesa, escludendo la Costituzione e il progetto rosminiano di Stato federale che era stato concordato con lo stesso governo piemontese. Oramai il Rosmini si trovava nell’impossibilità di avere rapporti con il Papa causa gli ostacoli frapposti dagli uomini del Card. Antonelli che parteggiava per gli austriaci, inoltre si sentiva estromesso dalla curia di Gaeta. Anche la polizia borbonica lo perseguitava e minacciava, invitandolo a lasciare il Regno. Il 15 agosto 1849 gli giungeva, inattesa, la notizia della condanna all’indice dei libri Delle cinque piaghe e la Costituzione. Questo clima di velenosa persecuzione da parte della chiesa e il voltafaccia del governo piemontese convincevano il Rosmini, dell’inutilità della sua permanenza presso il Papa a Gaeta.

In silenzio, umilmente, con la serenità d’animo dell’uomo che sa di aver compiuto fino in fondo il proprio dovere, si sottometteva in silenzio e il 2 novembre 1849 rientrava nella sua casa Bolongaro di Stresa, sul lago Maggiore, nella pace e raccoglimento alla preghiera che la politica gli aveva tolto. Ritorna ai suoi studi confortato dall’amicizia del Manzoni, di Gustavo di Cavour e vari amici con i quali intrattiene costruttive conversazioni. Nei suoi scritti ripropone le sue idee sulla libertà d’insegnamento posto su basi di concetti liberali nuovi per l’ordinamento scolastico. Purtroppo la sua salute è avvelenata dallo scontro tra Stato e Chiesa da lui tanto avversato e combattuto. Si ammala in modo grave, nell’autunno del 1854 la salute peggiora e lo costringe a letto; dà le ultime disposizioni ai confratelli, abbraccia gli amici più cari e il 1° luglio 1855 spira.

[11]Ad Alessandro Manzoni, rimasto con lui sino alla fine, consegna il suo testamento spirituale in tre brevi parole: adorare, tacere, godere.

 

Luglio 2019

Carlo Ellena 

 

BIBLIOGRAFIA

-Dagli atti del Convegno nazionale “Rosmini e la cultura del Risorgimento”

Sacra di San Michele, Torino, 7-8 giugno 1996-

“ROSMINI E LA CULTURA DEL RISORGIMENTO” –

Attualità di un pensiero storico-politico

A cura di Umberto Muratore   –  Edizioni rosminiane – stresa – 1997

-Scritti su: “Antonio Rosmini – La vita, gli amici, le opere, il pensiero”- A cura di Umberto Muratore –   Centro Internazionale di Studi Rosminiani.

-“Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano” – Nello Rosselli – Piccola Biblioteca Einaudi

-“Cathopedia” – Enciclopedia cattolica

 

[1] Da scritti del Centro di Studi e Ricerche “ Antonio Rosmini” – TRENTO.

[2] Da scritti del Centro di Studi e Ricerche “Antonio Rosmini” – TRENTO.

[3] Tratto da uno scritto di Antonio Borrelli.

[4] Da un saggio di Francesco Traniello a pag.78-79-80-81 del volume “Rosmini e la cultura del Risorgimento” edizioni rosminiane – Stresa

[5] Da un saggio di Giorgio Campanini a pag. 61-62-63-64 del volume “Rosmini e la cultura del Risorgimento” edizioni rosminiane – Stresa

[6] Il libro usciva in forma anonima a Lugano nel 1848- Tipografia Veladini. L’anno successivo era stampato anche a Napoli, senza più anonimato. Un libro che in qualche modo tratta “dei mali della santa Chiesa”, proprio per questo motivo il 30 maggio 1849 il libro era stato messo all’indice dei libri proibiti dalla “Congregazione dell’indice”. L’opera era stata poi prosciolta già nel 1854 dalla stessa “Congregazione dell’indice”. Il Rosmini così descrive, nei titoli dei cinque capitoli del suo libro, le cinque piaghe: 1) Della piaga della mano sinistra della santa Chiesa che è la divisione del popolo dal clero nel pubblico culto. 2) Della piaga della mano diritta della santa Chiesa, che è la insufficiente educazione del clero. 3) Della piaga del costato della santa Chiesa, che è la disunione dei vescovi. 4) Della piaga del piede destro della santa Chiesa che è la nomina de’ vescovi abbandonata al potere laicale. 5) Della piaga del piede sinistro: la servitù dei beni ecclesiastici. (Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica).

[7] Anche quest’opera, La costituzione secondo la giustizia sociale, era posta all’indice insieme alle Cinque Piaghe. (Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica).

[8] Da uno studio di Giorgio Cavalli sulla missione del Rosmini.

[9] Dal capitolo -DAL PIEMONTE A ROMA: LA MISSIONE DEL ’48- di Luciano Malusa, pp. 163-164- 165 -Tratto dal volume; “Rosmini e la cultura  del Risorgimento”- Edizioni rosminiane –Stresa – 1997

[10] Da uno scritto di Luciano Malusa

[11] Tratto da scritti del Centro di Studi e Ricerche “Antonio Rosmini” – TRENTO.

Immagine di Rosmini
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Immagine di Rosmini (con firma)
Immagine tratta da www.rosmini.it

 

Centro Studi Rosminiani
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Carlo Denina (1731 – 1813)

Dedico ai piemontesi italiani smemorati e anonimi, una sintesi storica di due colti religiosi in guerra con la monarchia savoiarda ma soprattutto contro la chiesa romana corrotta, intrigante e tronfia di potere temporale; aspetto che costatiamo, purtroppo, ancora oggi in chiave degenerativa con l’attuale Papa:

Sono: Carlo Denina e Antonio Rosmini Serbati

 

Carlo Denina (1731 – 1813)

Dopo ben oltre un secolo e mezzo di silenzio su questo religioso piemontese inviso dal clero del suo tempo e dalla Monarchia Sabauda, si riscoprono, finalmente, le formidabili doti intellettuali di un uomo che ha spaziato in una varietà immensa di settori nel mondo della cultura.

Trattasi di Carlo Denina (Revello 18 febbraio 1731/ Parigi 5 dicembre 1813), conosciuto anche come ”l’abate di Revello”. La famiglia, originaria di Villanova di Mondovi, si era trasferita da due generazioni a Bagnolo, dove un prozio era prevosto. Alla morte di questo, la nonna, vedova, si era spostata con i figli a Revello, dove il padre del Denina era divenuto agente del feudatario locale conte F.S. Roero, sposando la damigella di compagnia della contessa madre.[1]

Carlo Denina è stato una personalità d’intellettuale fuori dal comune: laureato in teologia a Milano, presbitero, abate, letterato, storico, filologo, linguista, dialettologo, ricercatore instancabile e oltremodo pignolo; la sua opera monumentale spazia in tutti i campi della letteratura e non solo. Un uomo colto, risoluto a proporre vie nuove, scomodo ai regni di Carlo Emanuele III, Vittorio Amedeo III e Carlo Emanuele IV per le sue idee e i suoi scritti filo-francesi, mal visto dal potere ecclesiastico e da quello regio, odiato soprattutto dalla stessa chiesa per alcuni scritti concernenti il rapporto fra religione, arte e scienza. Relazione fra religione e arte; il rapporto sta nel materiale immaginario che ogni religione sa fornire (temi, soggetti, favole) ma anche nelle censure e nei divieti che condizionano lo sviluppo artistico.

Rapporto fra religione e scienza: l’eterno scontro fra la continua evoluzione attraverso lo studio e ricerca dell’una e l’immaginifico astratto pietrificato nei secoli dell’altra.

Uno studioso di rango che, estromesso dai suoi incarichi dal mondo intellettuale di quel periodo e perseguitato, era stato costretto a lasciare l’Italia e riparare a Berlino e in seguito a Parigi, trovando apprezzamento per i suoi scritti, un fermento culturale consono al suo spirito e la libertà d’espressione aderente al suo carattere schietto.

A questo punto credo sia utile un excursus cronologico della vita e del percorso culturale di questo straordinario studioso, al quale non faceva difetto esporre le proprie idee, pagandone le conseguenze di persona e a caro prezzo.

1731 – Secondo di quattro figli, nasce a Revello Carlo Denina. Di famiglia non ricca, grazie ai conti feudatari del luogo, i Roero Trotti, ottiene una borsa di studio presso il Collegio delle Province di Torino.

1748-1753 – Prima studia presso il Collegio delle Province di Torino e frequenta la facoltà di Arti liberali sempre nel medesimo Collegio. Studia al Collegio di Pinerolo, dove svolge il ruolo di insegnante di umanità e retorica, ma viene allontanato per la messa in scena in una commedia di brani satirici sui gesuiti e i secolari.

1760-63 – Trasferitosi a Torino insegna l’italiano ai convittori inglesi dell’Accademia Reale. Qui si dedica a studi letterari e manda in stampa Il discorso sopra le vicende della letteratura, cui fa seguito un Saggio sulla letteratura italiana. Fonda il periodico “Parlamento Ottaviano” ma pubblica un solo numero per polemiche con l’ambiente ecclesiastico romano.

1763-64 – Con un convittore irlandese compie il primo viaggio in Italia, visita Parma, Modena, Bologna, Firenze, Siena, Roma, Napoli, Venezia.

1769-70 – Pubblica il primo volume delle Rivoluzioni d’Italia. L’opera ha successo ed è tradotta parzialmente in inglese, in tedesco e in francese. Quest’affermazione del libro gli frutta la nomina a professore di eloquenza italiana e lingua greca nell’Ateneo torinese.

1776-77 – Studia e scrive con una fecondità straordinaria; pubblica Bibliopea, o sia dell’arte di compor libri, un trattato sui rapporti fra cultura, uomo di lettere e potere politico; è tradotta anche in tedesco.

1778 – La pubblicazione non autorizzata fuori del Piemonte del Trattato Politico Dall’impiego delle persone gli procura la perdita della cattedra dell’insegnamento accademico a Torino e il confino prima nel seminario di Vercelli poi a Revello.

1771-82 – Rientrato a Torino è nominato Direttore della classe di studi storici all’Accademia Reale, nel contempo prepara e pubblica L’istoria letteraria della Grecia in 4 volumi, tradotto anche in tedesco. Non ottenendo un nuovo incarico, accetta la proposta della prestigiosa Accademia delle Scienze di Berlino e nominato membro della classe di Belle Lettere, inizia una cospicua produzione letteraria.

1784 – Pubblica l’edizione definitiva del Discorso sopra le vicende della letteratura, tradotta in tedesco e francese. Il libro è un tentativo di storia comparata delle letterature europee.

1789 – Pubblica una biografia introduttiva alle Opere postume di Federico II, re di Prussia e dal monarca polacco Stanislao Augusto Poniatowskki. Riceve la nomina a Canonico di Varsavia.

1790 – Pubblica la Prusse littéraire dove, nella propria biografia letteraria, esprime alcuni giudizi poco benevoli su docenti dell’ateneo torinese, ed è subito punito; a Torino è proibita la distribuzione.

1791-92 – La nomina di un amico cardinale induce il Denina a tornare a Torino e scrive il XXV capitolo delle Rivoluzioni d’Italia dal titolo L’Italia moderna, ma non ricevendo alcun incarico rientra a Berlino.

1803 – Nel nuovo clima politico pubblica finalmente l’opera Dall’impiego delle persone, ma in versione diversa dalla precedente. Nella nuova edizione promuove in due lettere d’appendice l’impiego della lingua francese nel Piemonte, provincia dell’Impero. Sia nella prima, Dell’uso della lingua francese che nella seconda, contiene “la più radicale rinuncia all’italiano che sia stata scritta negli anni dell’occupazione francese dello Stato sabaudo”. Il Denina insiste sui legami storici che uniscono il Piemonte alla Francia e sull’opportunità d’appartenere a una koiné letteraria prestigiosa e di alto livello europeo.

1792-1804 – Oramai stabilitosi a Berlino, l’abate di Revello s’immerge negli studi glottologici sulla storia delle lingue creando le basi dell’opera Clef des Langues, uno dei più importanti trattati linguistici settecenteschi dove propone l’idea di un’origine comune a tutte le lingue europee. Le sue idee francofone scatenano polemiche con i filo-italiani piemontesi capeggiati dal conte Galeani Napione e Prospero Balbo che ritengono la lingua italiana più importante anche sotto l’aspetto politico. Oramai affermato in Europa quale valente letterato-linguista, il Denina è chiamato alla “corte” francese.

1805 – Carlo Denina è nominato da Talleyrand bibliotecario privato dell’imperatore Napoleone Bonaparte.

1809 – Pubblica l’Istoria dell’Italia Occidentale in sei volumi; un’opera che in definitiva è la storia della monarchia sabauda.  Il volume, che s’ispira alla cultura napoleonica, vuole dimostrare i legami tra i territori subalpini e transalpini, per cui l’annessione del 1802 è storicamente naturale. Il libro è un clamoroso insuccesso.

1811 – Manda alle stampe il Saggio istorico critico sopra le ultime vicende della letteratura. Due anni dopo moriva a Parigi all’età di 82 anni.

In Italia, le sue opere volutamente dimenticate per oltre un secolo, solo recentemente sono state riportate alla luce, scoprendo un universo di sapere d’immenso valore storico e linguistico. Apprezzato da eminenti studiosi europei, in Italia, al contrario, la sua opera era stata considerata con estremo disprezzo.

Personaggio geniale ma incompreso, i suoi studi, precorrevano i tempi, nel libro “Vicende della letteratura”, insiste su una relazione importante: che la “letteratura” e le “tradizioni” non possono essere disgiunte dalla “linguistica” che ne è invece parte integrante; un aspetto che vedeva allargato in una prospettiva europea, in particolare rispetto alle tradizioni francesi e tedesche.

Un contributo fondamentale su Carlo Denina è avvenuto grazie a un importante intervento orale del prof. G. Gasca Queirazza in un convegno sul Denina tenutosi a Revello e soprattutto al prof. Claudio Marazzini, per i suoi numerosi scritti e i vari libri ben documentati, dai quali molto ho attinto.

La Francia nemica-amica del Piemonte da secoli, con l’avvento di Napoleone, dopo anni di guerre, moti rivoluzionari, sommosse interne e violenze, sul finire del ‘700 i suoi eserciti erano determinati a occupare il Piemonte, contro si alleavano tre fazioni; indipendentisti, giacobini e repubblicani, ma tutto si rivelava inutile; il Piemonte era sconfitto definitivamente dalle truppe napoleoniche.

Pressato dal potere papale, dagli austriaci, ma soprattutto dai francesi, la sua terra dilaniata da lotte interne, re Carlo Emanuele IV abdicava, cedendo i poteri a Napoleone e il 9 dicembre 1798 si rifugiava in Sardegna con la sua corte, mentre i francesi, con la Cittadella già occupata, invadevano Torino. I vincitori, preso possesso della capitale e del Piemonte, istituivano un Governo provvisorio dipendente dal Direttorio francese che poi lo aggregava alla Francia. L’annessione era ratificata in via definitiva il 2 settembre 1802. Il Piemonte annesso era diventato: “La 27° Divisione militare del Piemonte”.

Nel frattempo un altro duro scontro, non armato, avveniva parallelamente all’occupazione. Era un’accanita battaglia culturale fra due correnti linguistiche; i filo-italiani e i filo-francesi; una questione importante, fondamentale per il futuro: si doveva decidere se essere francesi o italiani non soltanto come cittadini, ma anche come madre lingua, e non era un fattore di secondaria importanza, tutt’altro, come vedremo in seguito.

La corrente culturale creatasi a fine ‘700 e che mirava a italianizzare il Piemonte, rivendicava un’antica tradizione che risaliva al 1577 con un editto emanato da Emanuele Filiberto di Savoia che confermava l’uso dell’italiano nei tribunali del Piemonte.

Nel febbraio del 1799, il generale Joubert, comandante la piazza di Torino da appena due mesi, aveva urgenza di definire l’annessione (la réunion, così chiamata dai francesi), del Piemonte alla Francia secondo gli ordini di Napoleone, per cui riuniva il Governo provvisorio che votava a favore dell’annessione alla Francia.

L’approvazione dei venticinque membri che formavano il Governo era stata unanime ma laboriosa; a loro era affidato il compito di stilare un documento che riassumesse i motivi della scelta politica. In buona sostanza si chiedeva di affermare la naturale parentela con la gente del Piemonte, ora fratelli d’oltralpe. Era palese la volontà di muoversi anche sulla questione linguistica.

Il dibattito politico che aveva fatto seguito alla questione filo-francese e antifrancese era stato ampio e complesso ma produttivo; infatti, usciva dal ristretto ambito letterario per acquisire a tutto tondo una dimensione civile.

Per chiarire l’intricatissima situazione verificatasi in Piemonte e per introdurre l’argomento linguistico, bisogna risalire all’armistizio di Cherasco del 28 aprile 1796, le cui clausole gravavano pesantemente sul Piemonte e sulla monarchia con l’estromissione del re nel 1798, al quale succedeva il Governo provvisorio composto dal partito antimonarchico e quello definito “giacobino”, diviso da tendenze profondamente diverse; dal radicalismo anarchico più retrivo ai moderati che, in definitiva, appoggiavano la politica del Direttorio di Parigi.

Le peripezie letterario-linguistiche del Denina lo avevano portato definitivamente a Berlino  (non ritornerà mai più in Italia) ma, osservatore attento, era ben consapevole del nuovo clima politico a lui favorevole avvenuto in Piemonte con l’allontanamento del re e l’annessione alla Francia (la réunion). Siamo nel 1803 e si prende una sorta di rivincita ripubblicando il libro, curato a Torino da suo nipote Arnaud, Dall’impiego delle persone.

Questo libro, che era stato scritto molto tempo prima del periodo francese; nel 1777, scavalcando la censura, era fatto stampare a Firenze, poiché non gli era stata concessa la pubblicazione in Piemonte. Il fatto che ignorasse la legge, era stato considerato un grave crimine, in particolare dall’ottuso ma potente ambiente ecclesiastico che non vedeva di buon occhio la proposta di alcune riforme, una delle quali, molto dura, prevedeva che gli ecclesiastici dovevano lavorare per vivere per non costituire una piaga sociale. Era stato un ottimo pretesto per fargli togliere la cattedra universitaria e condannarlo al confino.

La nuova edizione aveva un’appendice in aggiunta: Dell’uso della lingua francese, in cui l’autore si dichiarava contro la lingua italiana (già scritto in precedenza), illustrando compiutamente i motivi della sua scelta. Inoltre scriveva una lettera al Prefetto del Dipartimento del Po dando preziosi consigli sulla francesizzazione nella scuola e nell’educazione religiosa, con l’intento che il dialetto diventasse una sorta di ponte per insegnare il francese anche al ceto popolare.

Quest’azione diretta a un funzionario pubblico, gli costerà la perenne inimicizia degli italianisti piemontesi più accaniti, ossia il conte Galeani Napione, Prospero Balbo, il conte Carlo Vidua e pochi altri componenti di un’élite culturale che manterrà intatti i suoi poteri anche dopo la Restaurazione.

L’aggiunta della lettera Dell’uso della lingua francese, inesistente nella vecchia edizione, merita un approfondimento.

Questa sorta di discorso scritto, si discosta nettamente dai vari trattatelli tesi a perorare l’uso della lingua italiana; scritti ridondanti e superficiali per la scarsa conoscenza della materia linguistica, mirati più che altro a compiacere la monarchia sabauda piuttosto che dare valida ragione sulla scelta della lingua italiana. Al contrario, il Denina dava un saggio della sua raggiunta maturità di glottologo illustrando, con riscontri minuziosi, le ragioni e i vantaggi della scelta francese.

Scrive il Denina[2]:…cotesto cangiamento di lingua sarà molto più vantaggioso che nocevole. Passato che sia quel turbamento, quel disturbo che arrecar deve nel primo arrivo, io tengo per cosa certissima che i nostri nipoti scriveranno in francese più facilmente assai che i nostri antenati e contemporanei abbiano potuto fare scrivendo in italiano. Il nostro linguaggio piemontese è uno de’ dialetti d’Italia, non già un italiano o sia toscano corrotto, ma bensì un latino corrotto, misto di voci celtiche, gottiche o tedesche, come tutte le più colte, più pulite lingue d’Europa; si è formato ne’ medesimi secoli in cui si formarono la lingua italiana comune, la francese, la spagnola e la portoghese. Diverse cagioni concorsero a formare il dialetto piemontese più somigliante all’idioma francese che il toscano. Nota è l’identità dell’antica origine, o almeno l’affinità delle due Gallie, Cisalpina e Transalpina, o per dir meglio de’ i Subalpini orientali e occidentali; perciocché Subalpini sono egualmente gli abitanti delle rive della Duranza e del Rodano, che quelli delle rive della Stura e del Po; essendo gli uni e gli altri posti a piè dell’Alpi sub Alpibus. Perciò sì gli uni che gli altri dovettero conservare molte voci della lingua celtica certamente comune ai Subalpini orientali che sono in Piemonte, e ai Delfinesi e Provenzali che sono sulla faccia occidentale dell’Alpi Cozie e Marittime…

…Il linguaggio dei nostri Subalpini non solamente si ravvicinò al francese più che all’italiano o toscano; ma si può anche dire che fosse un linguaggio intermedio fra le due gran lingue…

La pronuncia o vogliam dire l’accento nostro è assai più simile al francese che al toscano o al romano; e se in alcuni casi i nostri vocaboli ritennero le vocali e le consonanti toscane, in molte altre hanno preso il  suono e la forma francese. Probabilmente prima che nella Gallia Transalpina si dicesse père, mère, frère, soeur, chaud, faux, saut, invece di padre, madre, frate, fratello e sorella, caldo, falso, salto e simili, i Cisalpini e più particolarmente i Subalpini, cioè i Piemontesi, dicevano pare, mare, ovvero paire, maire, fraire, soeur, caud, fauss, saut, senza serrare il dittongo per dare allai il suono di è, e al au il suono dello aperto.

Una sua considerazione acquisita attraverso lo studio e l’esperienza lo induce a costatare che: “Le lingue seguono sempre la sorte delle nazioni che le parlano”.

Nello studio della storia linguistica piemontese, l’attenzione del Denina si era rivolta alle varietà dialettali delle varianti locali, in cui lo stesso nome di oggetti di uso comune, ad esempio: accessori da cucina; attrezzi del lavoro; l’abbigliamento femminile; cambia rispetto alle varie località coesistenti all’interno dello stesso territorio (geosinonimi) come una forma di codice, l’etimo è incerto, poiché di antichissima origine. Questo fattore importante non isolerà la storia del dialetto ma, anzi, lo intreccerà strettamente con la storia della lingua.

Da un’attenta lettura, le affinità che emergono dalle analisi delle particolarità fonetiche fra le varianti locali, evidenziano sia l’uso del francese, sia l’uso dell’italiano; ad esempio la ë, detta muta, nel piemontese è simile al francese, mentre italiana è la conservazione della s in scòla e studi ove il francese ha école ed étude, è una sorta di bivalenza.

Le caratteristiche, le osservazioni sulle stratificazioni storiche, le analisi sugli esiti fonetici e le tecniche del tutto nuove impiegate dal Denina, mostrano un linguista che rispetto ai suoi colleghi ha superato i confini del suo tempo vedendo ben oltre.

Ancora nell’appendice Dell’uso della lingua francese, esprimeva la difficoltà di scrivere l’italiano, che rifiutava per i troppi sinonimi e non ancora spogliato da toscanismi e latinismi che rendevano difficile la corretta scrittura in prosa. Egli riteneva che il francese fosse più adatto e vantaggioso per il Piemonte, per il quale, nella migliore delle ipotesi, egli sognava un destino simile a quello dell’Alsazia, con Torino analoga a Strasburgo in quanto a bilinguismo e capacità di mediazione fra due culture (là con la tedesca, qui tra l’italiana e la francese).[3]In sostanza, vedeva la Nazione e la sua capitale proiettati in un contesto più europeista.

Purtroppo le idee del Denina, ormai lontano dal Piemonte, non avranno seguito e con la Restaurazione (1815) e la cancellazione di ogni traccia francese, comprese le idee d’avanguardia, tutto ritornava come prima.

In seguito, si rafforzava nella ricerca d’affermazione la proposta linguistica toscano-italianista, quale vivida espressione di uno spirito nazionale. Questa corrente letteraria si era formata sulle tracce del Napione, del Balbo, e del Vidua (un unitario e acerrimo antidialettale) e portata avanti da una schiera di letterati, alcuni preparati altri meno, i quali più che altro parteggiavano per il partito politico-nazionalista d’ispirazione monarchica.

Intanto qualcuno si muoveva abilmente nell’ambito scolastico.

Nella prima metà dell’ottocento un insegnante, Michele Ponza, si dimostrava un prolifico, quanto prezioso mediatore fra la lingua italiana e il “dialetto” piemontese attraverso una cospicua produzione popolare di opere scolastiche con grammatiche, vocabolari, dizionari, libri di esercizi, opuscoli, riviste e quant’altro utile ai giovani allievi dialettofoni a imparare il difficile italiano.

Una produzione letteraria considerata, nei decenni successivi, di “tono minore” da una schiera di sedicenti letterati che guardava con disprezzo il ceto popolare che parlava, a sentir loro,  un linguaggio rozzo e monco.

L’insegnante Michele Ponza, uomo concreto, con i piedi ben piantati per terra, era di tutt’altra opinione; egli giovandosi della grande esperienza acquisita nella scuola pubblica, considerava il dialetto come una sorta di ponte verso l’italiano e molte volte si era trovato in difficoltà con gli irriducibili toscanisti nel correggere parole piemontesi tradotte erroneamente in italiano. L’esercito degli italianisti a tutti i costi era composto da puristi, letterati mediocri, scrittori, editori di opuscoli, libretti e pubblicazioni di ogni genere; tutti si erano votati al poderoso impegno dell’italianizzazione dei piemontesi e degli italiani non ancora italiani, ne cito alcuni: Napione, Balbo, Vidua; in seguito Ferdinando dal Pozzo; Bartolomeo Bona; A. Pagliese, il giacobino Ranza; Francia di Cella; il lessicografo Giacinto Carena; M. Cargnino; Oreste Raggi e Giuseppe Antonio Cerutti che adottava ancora il metodo di Michele Ponza.

Ma i metodi del Ponza erano oramai superati, a fronte della volontà generalizzata di cancellare i dialetti; si presentava impellente la “questione della lingua”. In questo senso c’era chi aveva precorso i tempi: Ferdinando dal Pozzo nel 1833 pubblicava a Parigi un libro piuttosto discusso, nel quale aveva anche inserito il Piano di un’associazione per tutta l’Italia avente per oggetto la diffusione della pura lingua italiana e la contemporanea soppressione de’ i dialetti che si parlano ne’ i vari paesi della penisola. «In un momento storico in cui l’unità politica dell’Italia sembrava impossibile da realizzare, gli pareva assolutamente irrinunciabile almeno una rigida unità linguistica ottenuta mediante la distruzione dei dialetti considerati «linguaggio rozzo e monco», «triviali parlari», «immondi steli».[4]

«La crociata antidialettale in nome di aspirazioni politiche era nata quindi ancor prima che il sogno dell’unità avesse concretezza. Attorno al 1848 la battaglia assunse più vigore. All’incirca in quegli anni un tipografo di Alessandria raccoglieva in un libretto i Cenni intorno alla soppressione dei dialetti di Ignazio Pansoya (o Pansoja come scrive Bersezio), pubblicati poco prima dall’autore in soli cinquanta esemplari e li univa al già citato Piano del Dal Pozzo, facendo seguire gli appunti di lingua toscano-piemontesi di Alfieri».

«In uno scritto di Oreste Raggi la lingua era considerata soprattutto vincolo essenziale di nazionalità e a giudizio dell’autore, la sua mancanza comportava la perdita dello spirito nazionale; egli portava l’esempio significativo del «popolo minuto degli operai e dei contadini» (Raggi) che si esprimevano solo in dialetto ed erano privi di ogni spirito patriottico. Il dialetto cominciava ad essere considerato sempre più spesso un potenziale nemico, non tanto perché era un ostacolo all’avanzare dei lumi (così si sarebbe pensato piuttosto tra Sette e Ottocento), ma perché fattore di disgregazione politica. Stranamente l’odio per il dialetto si alimentava proprio nel momento che molti problemi venivano considerati come risolti od in via di risoluzione»[5].

Nell’accanita furia unitaria della cultura filo-monarchica dei piemontesi e solo loro, c’era la folle illusione di calpestare nei dialetti l’antica storia delle parole. Dal grido a un suono appena articolato, alla stentorea parola che cerca comunanza; dal primo vagito del nascituro, alle madri che parlano insegnando le mille lingue del cuore, sono la progenie delle lingue naturali: i dialetti.

Ѐ falso e pericoloso il tentativo di voler pianificare o distinguere una cultura, una lingua, con differenze di nobiltà, casta o censo.

Forse costoro per ignoranza o per un’assurda volontà di parte, non volevano sapere o capire che quelle antiche parole lasciano nei secoli una traccia indelebile, incancellabile nell’oralità dell’uomo; Carlo Denina lo aveva capito da molto tempo. È una potente forza unificante non disgregatrice; infatti, la lingua cosiddetta del volgo (il volgare), pur in un contesto moderno che ne limita l’uso e superando nel tempo le infinite traversie, ancora oggi è viva e fiorente, mentre la lingua nazionale, l’italiano, travolta dell’incultura e dalla stupidità vive un drammatico declino.

Carlo Denina, l’Abate di Revello, piemontese, italiano, europeo; ben ritrovato in Piemonte e in Italia. Forse la sua scelta francese non era priva di giustezza; nelle parentele transalpine e subalpine, non solo linguistiche aveva visto, un secolo e mezzo prima, un diverso destino per il Piemonte.

Luglio 2019

Carlo Ellena

 

[1] Dal “Dizionario Biografico degli italiani”- Volume 38 (1990), di Guido Fagioli Vercellone

[2] Brani dell’appendice “Dell’uso della lingua francese”, tratti dal volume “Storia delle lingue e polemiche linguistiche” di Carlo Denina (Dai saggi berlinesi 1783-1804) Edizioni dell’Orso – A cura di Claudio Marazzini.

[3] Da “Piemonte e Italia” – Storia di un confronto linguistico – Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi –  Ca dë studi piemontèis – Torino 1984.

[4] Da “Piemonte e Italia” – Storia di un confronto linguistico – Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi –  Ca dë studi piemontèis – Torino 1984.

[5] Da “Piemonte e Italia” – Storia di un confronto linguistico – Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi –  Ca dë studi piemontèis – Torino 1984.

 

 

BIBLIOGRAFIA

“ Dizionario Biografico degli italiani”- Volume 38 (1990) di Guido Fagioli Vercellone

“Piemonte e Italia” Storia di un confronto linguistico –Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi – Ca dё studi piemontèis – Torino – 1984

“Storia delle lingue e polemiche linguistiche”- Carlo Denina – Dai saggi berlinesi 1783-1804 – A cura di Claudio Marazzini – Edizioni Dell’Orso – 1985

“Autobiografia berlinese” – 1731-1792 – Carlo Denina – A cura di Fabrizio Cicoria – Editore Pierluigi Lubrina – Bergamo 1990

“Considerazioni di un italiano sull’Italia” – Calo Denina – Introduzione e note a cura di Vincenzo Sorella – Traduzione a cura di Roberto Rossi Testa – 2005 Nino Aragno Editore

“Enciclopedia Europea” – Garzanti – Volume IV – Prima edizione 1977

Carlo Denina in un ritratto dell’epoca
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

 

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