Categoria: Istruzione

L’Italia è ancora uno Stato? Quale?

1) Stato del Vaticano

Monarchia miliardaria catto/comunista, governata da un re-prete, capo della chiesa cattolica, detto “papa”, il quale dall’alto dell’Empireo in cui risiede invia a piene mani benedizioni gratuite alla plebe terrena in preghiera. Costui, non sborsa un euro, non paga le tasse, lancia anatemi agli italiani ingenerosi e razzisti, fa proclami a favore degli extra-comunitari, che la sua chiesa accetta ma non in Vaticano, bensì in altri luoghi e a spese degli italiani. Viaggia gratis non su aerei di linea ma a servizio solo suo e del suo seguito, come si addice a un re, ed è risaputo che (il suo Stato) è luogo delle peggiori nefandezze che l’essere umano possa immaginare. Eppure costui è venerato da eserciti di credenti. Esiste una succursale in terra che applichi la giustizia divina? No; per cui sarebbe tempo che il suo Dio ne creasse una, anche piccolina e si preoccupasse, alla buon’ora, in nome dell’anzidetta giustizia, di portare la chiesa cattolica a fare ammenda dei suoi peccati mortali e prendere finalmente la via della penitenza e avviarsi verso sentenze di tribunali terreni bisognosi di verità e giustizia (non divina).

Firma dei patti lateranensi
Immagine tratta da http://www.artspecialday.com

Il 7 giugno 1929, entrarono in vigore i Patti Lateranensi, firmati l’11 febbraio dello stesso anno da Mussolini, in nome dello stato fascista e la Santa Sede, retta da Papa Pio XI e negoziati dal cardinale Pietro Gasparri . Nasceva così lo Stato di Città del Vaticano.
Non è più rinviabile la decisione di rivedere in toto questi Patti, ormai desueti e il punto terzo del Concordato, che ancora nel “nuovo” Concordato del 1984, su patti scritti e non scritti, persiste come un male incurabile, il “potere temporale” della Santa Sede. Sarebbe da ripresentare il programma di Cavour, salvo lievissimi aggiustamenti sulla divisione fra Stato e chiesa, ovvero ”più Stato e meno chiesa”. La proposta di Cavour prevedeva una politica ecclesiastica rivoluzionaria per l’Europa del suo tempo. Egli poneva al centro della questione la fine dell’interferenza della chiesa negli affari di Stato (il celebre motto: libera chiesa in libero Stato), libertà religiosa e un insegnamento scolastico più aperto, più “liberale”, con meno vincoli religiosi. Com’è ancora ai giorni nostri: che la Santa Sede tolga finalmente le mani dallo Stato italiano.
Per quanto riguarda il catto-comunismo papista d’Italia, il connubio politico fra comunismo e chiesa ha una lunga storia. In un luogo segreto della Svizzera, c’era stato già nel 1938, un incontro fra due esuli del partito comunista con un monsignore della Curia. Costoro rassicuravano il religioso che i Patti non erano da rivedere; solo il Concordato era in discussione. A parte i successivi accadimenti, nel 1938 i comunisti e la chiesa già mestavano per i propri interessi; loro concordavano tutto, ecco il motivo per cui sapevano già tutto “prima”… degli altri ingenui. (Leggere il Concilio di Verona).

 

1184 – Il Concilio di Verona istituisce L’INQUISIZIONE per gli eretici.

Di tutte le invenzioni della chiesa cattolica, questa è quella più immensamente lontana sia dallo spirito e dalla lettera del vangelo sia da ogni minimo spirito umanitario. Si tratta di una bolla pontificia promulgata da papa Lucio III in occasione del Sinodo o Concilio di Verona appunto nel 1184, nel quale, in un apposito decreto, si prevedeva di combattere senza alcuna pietà l’eresia. Il decreto venne poi ripresentato nel 1215, nel Concilio Lateranense IV. Era sufficiente un semplice sospetto o una spiata per essere messi sotto processo; chi era a conoscenza di un’eresia, anche solo presunta e non la denunciasse, era considerato responsabile e posto anch’egli sotto processo come l’eretico.

Il Concilio di Verona
Immagine tratta da http://cristianesimo.it

Da questa data, per oltre 5 secoli, la storia della chiesa cattolica sarà una storia criminale, fatta di ossessiva ricerca del potere, di intrighi politici ed economici, di stermini, di torture, di roghi, di repressione di ogni atteggiamento di sia pur vaga opposizione, ma soprattutto la religione sarà usata per sfruttare le istintive paure dell’uomo e per sottomettere la gente semplice ed umile.

 

 

 

Qualche ragguaglio sull’accoglienza dei migranti da parte del mecenate mercante di schiavi: il “ Santo Padre Francesco”. Segue un articolo scritto quasi due anni fa ma ancora attuale e in peggioramento.

Migranti, la Cei predica accoglienza (ma la fa a spese dello Stato italiano)

di Giuseppe De Lorenzo , articolo del 07 agosto 2017 uscito su Il Giornale

Oltre 23mila migranti ospitati dalla chiesa, ma solo 4mila sono pagati con fondi ecclesiastici, il 79% lo paga il governo italiano.
Il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, lo ha detto in tutte le salse: bisogna accogliere i migranti. Posizione legittima, per carità. Ma a spese di chi? Già, perché a conti fatti lo slancio caritatevole della Chiesa non lo sostengono le casse del Vaticano, Ma gli italiani.
A documentarlo sono i dati dell’ultimo rapporto della Caritas sulla “Protezione internazionale in Italia”: a giugno 2016, il 17% degli stranieri accolti nel Belpaese erano presi in carico dalla Cei. Mica male. Anche perché di questi 23.201 immigrati che risultano nelle strutture religiose, solo 4.929 mangiano grazie a fondi ecclesiastici o donazioni. I restanti 18.272 (il 79%) la Chiesa li accoglie sì, ma usando i soldi dello Stato.
Difficile fornire una somma precisa. Galantino ad aprile li quantificava in 150 milioni di euro all’anno. Il Def (Documento di economia e finanza) parla invece di 1,8 miliardi dati alle confessioni religiose, principalmente la Chiesa, alla voce “Missione 27”. Capitolo che l’Ufficio bilancio del Senato cita in cima alle spese per l’accoglienza.
A far man bassa di appalti sono le diocesi e la Caritas. L’ente della Cei compare come aggiudicatario in almeno 26 diverse prefetture attraverso le sue diramazioni locali o le fondazioni direttamente controllate. Sondrio, Latina, Pavia, Terni e via dicendo per un importo ben oltre i 30 milioni di euro l’anno. I dati risalgono a tutto il 2016: tra le più ricche la Caritas di Udine, con i suoi 2,7 milioni di euro. Poi la Mondo Nuovo Caritas di La Spezia (1,7 milioni) e infine quella di Firenze (664mila euro). Un capitolo a parte lo merita Cremona, città che ha dato i natali a Monsignor Gian Carlo Perego, direttore Generale di Migrantes (l’ufficio per le migrazioni della Cei). Qui la Chiesa ha fatto bottino pieno: oltre 3 milioni di euro alla diocesi cittadina e 1,6 milioni assegnati alla gemella di Crema. L’attuale vescovo di Ferrara, soprannominato “il prelato dei profughi”, quando guidava la Caritas cremonese lasciò in eredità la cooperativa “Servizi per l’accoglienza” degli immigrati. Coop che ovviamente non si è fatta sfuggire 1,2 milioni di euro di finanziamento nel circuito Cas e altri 2,4 milioni per la rete Sprar 2014/2016 da spartire con altre due associazioni.

Emergenza migranti: stato e chiesa
Immagine tratta da https://www.freeskipper.it

“La Chiesa accolga gratis i migranti”, ha chiesto più volte Matteo Salvini invitando i vescovi a dichiararsi pure ospitali, ma senza pesare sui contribuenti. Parole al vento. E così per capire il variegato mondo cristiano nella gestione dell’immigrazione, bisogna pensare al sistema solare: al centro la Caritas (che di solito si occupa solo di coordinare) e tutt’intorno un’immensa galassia di organizzazioni più o meno collegate. Vicine al sole ruotano decine di cooperative nate in seno alle diocesi e operative su suo mandato. Spiccano tra le altre la Diakonia onlus di Bergamo, che ha incassato 8,1 milioni. Oppure la Intrecci Coop di Milano, con i suoi 1,2 milioni di euro per l’accoglienza straordinaria a Varese. Dove non arriva la curia ci pensano i seminari, le parrocchie, gli ordini religiosi e le fondazioni. Come la “Madonna dei bambini del villaggio del ragazzo”, che l’anno scorso ha festeggiato l’assegnazione di 1,5 milioni di euro.
A poca distanza dal cuore del sistema si posizionano invece centinaia di associazioni che si richiamano a vario titolo alla dottrina sociale della Chiesa. Qualche esempio? Tra un coro dello Zecchino d’Oro e l’altro, la Antoniano onlus di Bologna ha accolto pure un piccolo gruppo di migranti. E con il sottofondo del “Piccolo coro” si è vista liquidare 129mila euro in un anno. Alla faccia di Topo Gigio. E ancora la cooperativa Edu-Care di Torino (2,6 milioni assegnati), la San Benedetto al Porto di Genova (fondata dal prete “rosso” Don Gallo), le Acli e via dicendo. L’elenco è sconfinato.
Papa Francesco l’ha detto chiaramente: “Chi non accoglie non è cristiano e non entrerà nel regno dei cieli”. Molti fedeli si sono adeguati, facendo il possibile per non perdere un posticino in Paradiso. E così si sono attivate pure una lunga serie di grandi cooperative bianche, gli ultimi tasselli che completato il puzzle. Al banchetto caritatevole partecipano tutte, dalle coop citate nelle carte di Mafia Capitale fino ad arrivare alla diffusa rete delle Misericordie d’Italia. La sezione più famosa è quella che gestisce il Cara di Isola di Capo Rizzuto, finito nella bufera con l’accusa di collegamenti con la mafia e trattamenti inumani verso i migranti. Ma le maglie della Venerabile Confraternita sono fitte e le sue affiliate non si fermano in Calabria. Alcune sezioni controllano diversi Cas tra Arezzo, Firenze, Ascoli, Pisa (e non solo). In Toscana l’introito complessivo per il 2016 è succulento: 6,2 milioni di euro. E pensare che nel vademecum dei vescovi c’è scritto che l’ospitalità può essere anche “un gesto gratuito”. Alcuni non devono essersene accorti.
Oggi, i vescovi con il Papa in testa, chiedono pubblicamente perdono per le loro nefandezze come se avessero rubato la cioccolata. Quest’esercito di togati in vesti multicolori, una mascherata propiziatoria giusto in tempo di carnevale, è uno spettacolo pietoso, Costoro, immersi nel loro illimitato potere temporale, terreno, non si rendono nemmeno lontanamente conto di cosa sono colpevoli; colpe quali l’idolatria, le menzogne, le ruberie, le violenze, i tradimenti, il tutto collusi con lo Stato e consumate per millenni.
No! Nessun perdono, non basterà mai la cenere di tutto il mondo per coprire le loro teste.

 

2) Lo Stato della Mafia e la Mafia di o dello Stato

Potentissime (concorrono con la chiesa), non si sa la data della loro nascita, tanto è millenaria, è insita nel DNA italiano, prospera in particolare negli Stati del SUD d’Italia ed è indistruttibile, immortale.

Mafia – Stato
Immagine tratta da https://irmaloredanagalgano.it

Vive anche e soprattutto di finanziamenti pubblici. È come un partito politico, un parassita che si nutre attraverso i diversi governi al potere, di qualsiasi colore essi siano. Sulle Mafie, in superficie, sappiamo tutto o quasi, ma nei secoli non è cambiato nulla, anzi è in continuo sviluppo. La TV esulta e incalza; è stata sgominata un’importante cosca mafiosa! Solo parole vuote, l’uomo non cambia, è corrotto fino al midollo. Si tratta solo di una questione di prezzo, l’abominio a questo punto neppure lo sfiora, purché abbia le tasche ben gonfie, inoltre si sente sicuro perché il “sistema” lo protegge.
Dobbiamo concludere che il sistema mafioso si rigenera in modo autonomo con la filo-genesi??

3) Uno Stato nello Stato: La Magistratura e l’In-giustizia

L’incultura, la disistruzione scolastica sistematica, la censura e il silenzio-strampa sempre più attento a chiudere le porte all’informazione, mantengono, per sistema, buona parte di questo paese allo stato feudale. L’esempio di Trieste è unico per il criminale silenzio su questa bella città ridotta a una discarica di rifiuti dalla politica italiana corrotta che la governa. Due banche venete sono fallite, fine dei prestiti, dei mutui dei fidi, si parla di mille disoccupati. Come si è arrivati e questo?
Ladrocinio, banditismo e delinquenza comune dilagante in un clima di palese impunità, segnano il fallimento della Giustizia e della Magistratura; una Casta ebbra di potere, oramai soggetta a una sorta di arretratezza, come dire, professionale. Un connubio con il partito comunista (PD) che ha condotto per mano l’Italia verso un’irreversibile arretratezza.

L’architrave del potere
Immagine tratta da Il Corriere.it

La Magistratura ha esteso il suo dominio in qualsiasi settore del pubblico e del privato: economia e finanza, enti pubblici amministrativi e politici, istruzione, imprese, banche. Persino la corte costituzionale ne è in qualche modo interessata, essa interagisce con il sistema giudiziario, aspetto di cui ogni giorno ne subiamo le conseguenze. Ora è il turno della cultura e dell’università. Qualche anno fa, in un convegno a Bologna, Sabino Cassese commentava la deriva che stava prendendo il sistema universitario affermando che: «Qui rischiamo che i prossimi professori universitari li decideranno i giudici». La nefasta profezia si è rivelata vera, ma addirittura per difetto. Cassese si riferiva infatti al più che probabile fiume di ricorsi che sarebbero seguiti alla procedura di abilitazione. (cosa che si è puntualmente verificata; della serie: se non si possono più bocciare gli allievi, perché mai si dovrebbero bocciare i professori?). Da alcune considerazioni di Francesco Di Donato, prof. Ord. a Napoli- Fondazione Luigi Einaudi.

Vale la pena un breve commento sulla sporca faccenda Diciotti. Molti buoni italiani si sono chiesti (un po’ in ritardo): allora chi comanda (non governa) in Italia è la Magistratura non il Parlamento. L’anarchia domina il nostro paese; prima il procuratore di Catania, oggi i giudici, poi ci saranno altri, con i comunisti in prima fila: abbattere questo governo a tutti i costi.

Sono decenni che questo accade proprio in Italia; oramai un malato terminale che resiste con false speranze in attesa della fine.

Sulla scuola

Sulla scuola in generale, a partire dal 1962, con il sistema di pianificazione e l’avvento della scuola di massa, venivano emanati nel 1973/74 i “decreti delegati”, con l’esclusione delle università e in pratica lasciati nelle mani di CGIL, CISL, UIL che nel 1972 avevano stretto il patto federativo.
I propositi erano ambiziosi per la scuola ma in breve tempo la sinistra comunista se ne appropriava diventando uno strumento politico lasciato e gestito dai sindacati, che, ben presto, trasformarono le strutture scolastiche in sedi di partito. A tutt’oggi il metodo d’insegnamento è ancora peggiorato e lo costatiamo ogni qualvolta entriamo in una scuola. Il risultato è invero disastroso per l’inconsistenza dell’educazione civica, dell’istruzione e preparazione culturale (via gli esami, nessun bocciato, tutti promossi), che, con l’abolizione della meritocrazia e dello spirito di competizione, ci troviamo di fronte a giovani immaturi, inadatti ad affrontare il mondo del lavoro d’oggi duro, che pretende, che seleziona attentamente capacità e intelligenza, ancor più all’estero.

Qualche tempo fa Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale del Corriere della Sera scriveva:  «Dagli anni ottanta i poteri dei ministri sono passati agli esperti, cancellando nei programmi ogni valenza formativa, così che per gli alunni l’insegnamento è stato insignificante… La classe politica del tempo è responsabile di questa “abdicazione”, che ha fatto venir meno l’apporto della scuola pubblica che le forze liberali avevano creato, al tempo dell’unità d’Italia, per sottrarre la formazione dei giovani dall’egemonia fin lì esercitata dalla religione, in particolare dalla “chiesa cattolica”. In mancanza di forti ideali dei partiti, questi stessi, hanno poi finito per lasciare spazio al sindacato, il solo potere che di lì in poi avrebbe dominato la scuola italiana. E dunque, nella grande crisi della politica, che, a partire dagli anni ottanta, ha annunciato e poi accompagnato massicciamente la globalizzazione – con la conseguente ritirata della politica stessa e dello Stato dalla società – l’istruzione è stata la prima trincea ad essere abbandonata».

Vignetta sulla situazione della scuola oggi
Immagine tratta dal Blog del Prof. MASSIMO ROSSI

Legge 4 agosto 1977, n. 517. La legge che ha sancito la fine dell’istruzione scolastica.

“Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica dell’ordinamento scolastico”

(Pubblicata nella G.U. 18 agosto 1977, n. 224)

Restando sull’argomento “scuola” in senso lato; se in quegli anni aveva perso ogni importanza la vera “istruzione”, aveva, al contrario preso forza, un altro tipo d’istruzione; quella alla quale mirava la sinistra politica, che “istruiva”, all’inizio, gli studenti con i principi pseudo-rivoluzionari del PC. Tuttavia molti fattori contribuirono a cambiare il corso degli avvenimenti, già nel giugno del 1975 erano emanati i cosiddetti “Decreti delegati” nelle scuole, una macchina ben oliata dal PC e studiata con astuta preveggenza. Nel giugno del 1976, in prossimità delle elezioni, la situazione sociale era drammatica: il terrorismo nero alimentava la strategia della tensione con sparatorie e stragi (Nel 74’ c’erano state Brescia e l’Italcus, dall’altra seminavano terrore le “Brigate Rosse” con sequestri, assassini e processi sommari). Nelle elezioni del giugno 1976 vinceva ancora la DC ma il PC, con un forte incremento di voti, dovuto al grande apporto dei diciottenni (con la legge del 7 marzo 1975 che abbassava a 18 anni la maggiore età), era sicuro di vincere e la delusione dei suoi militanti era stata cocente, rabbiosa. In breve tempo il suo potente apparato organizzativo si rimetteva in moto; crescevano e proliferavano gruppi e circoli politici di sinistra che si muovevano ben oltre la scuola, che era comunque, la preda più ambita, ossia, coltivare i ragazzi nel seme del comunismo (iniziazione in realtà attiva nelle scuole già nel ’68). Tuttavia alcuni di questi circoli erano in contrasto fra loro; a Torino i “Circoli del Proletariato Giovanile”, in contrasto con “Lotta Continua”, che era incline allo scontro e alla violenza, la “FGCI” ( Federazione Giovanile Comunista Italiana) che era entrata nei Licei. Alcuni di questi circoli, con militanti dalle teste calde che miravano allo scontro e alla violenza, erano in aperto contrasto con la forza governativa che frenava; il PC. La rottura definitiva di alcuni movimenti studenteschi con il PC era avvenuta il 17 febbraio 1977 con la contestazione in un comizio al sindacalista Lama protetto dalla polizia di Stato.

Intanto a fine gennaio 1977, a Torino il movimento studentesco si era già mobilitato contro la circolare Malfatti, che per gli studenti è un progetto che tende ad annullare una serie di conquiste ottenute nel ’69…” Il gruppo coordinatore era il Comitato di Agitazione; un “contenitore” di molti studenti che convivevano pur avendo idee politiche diverse. Secondo i ben informati il movimento universitario, era una sorta “tripartito” politico composto da Lotta Continua, Circoli del Proletariato Giovanile, e Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI).

17/02/1977- Lama contestato dagli studenti a Roma
Immagine tratta da https://www.lametasociale.it

La componente Lotta Continua torinese era ben organizzata, con una politica chiara, determinata, aggressiva e contava un numero notevole di militanti attivi. Accusata da La Stampa e da Rinascita di non avere idee chiare se non essere ben determinati a distruggere l’Università, Lotta Continua rispondeva con un articolo sul suo giornale il 17 gennaio 1977. Lo scritto usciva per puro caso il giorno stesso della contestazione a Lama da parte degli studenti e studentesse de La Sapienza di Roma che manifestavano contro la riforma Malfatti, ma intendevano inoltre spiegare che il movimento aveva altre prospettive ben più motivate sul diffuso disagio sociale. Ecco che il cerchio si allargava, abbracciando ampi contenuti politici, dichiarando la propria autonomia ben oltre la scuola, “…nel senso che gli studenti partecipano alla lotta, a partire dalla propria situazione all’interno e fuori dall’Università e questo costituisce la base irrinunciabile di ogni confronto politico…”

Il 18 marzo 1977 il movimento dei Circoli del Proletariato Giovanile di Torino distribuiva un volantino in cui erano scritti gli obiettivi che il movimento intendeva perseguire e dai quali erano chiare le intenzioni di cosa ci si doveva aspettare:

                 «Noi abbiamo fatto le autoriduzioni nei cinema pagando solo ciò che potevamo e abbiamo deciso di occupare dei locali per trovarci, per discutere, per divertirci, perché non abbiamo ville al mare o in montagna […] I giornali borghesi ci accusano di essere provocatori e violenti per dividerci dagli operai delle fabbriche […] usano i carri armati per fermare i nostri cortei, quando sparano nella schiena del compagno Lorusso, quando si preparano con la complicità astensionistica del PCI a togliere le libertà costituzionali, quando parlano delle nostre sedi come covi pericolosi…»

La lotta per un’università che fosse effettivamente accessibile a tutti e strumento di crescita sociale, politica e culturale dei giovani, doveva necessariamente collegarsi a quella del lavoro.

Il comitato di Agitazione di Palazzo Nuovo di Torino specificava i punti del progetto di riforma dell’università con il quale tutti i partiti avrebbero dovuto confrontarsi. Era tutta una serie di richieste ben documentate in 8 punti, in cui l’ottavo chiedeva: l’elettività di tutti componenti degli organi di governo accademici in un corpo elettorale e presenza maggioritaria degli studenti e del corpo non docente.

 

Nelle proposte del movimento era chiara l’intenzione di unirsi ad altre forme di lotta operaie.

                « Questo movimento esploso così inaspettatamente nelle università, ha legami sotterranei profondi con i nuovi bisogni maturati all’interno della crisi. Quei giornali che parlano tanto del ’68, più che al vecchio movimento studentesco, dovrebbero forse guardare al femminismo e al movimento dei giovani; capirebbero meglio alcune tematiche rispetto al modo di fare politica e di esprimersi di questo movimento. Su questo terreno è  possibile ricercare un rapporto con tutti quei movimenti di massa che si oppongono all’attuale gestione politica e ideologica della crisi capitalistica; dai lavoratori precari, ai giovani che si organizzano contro la miseria, agli operai in lotta per una migliore condizione…»

Nelle università, nei licei e nelle scuole in generale, i movimenti politici si muovevano oramai con un’autonomia sorprendentemente spregiudicata. A Torino, il 4 febbraio 1977, all’Istituto Regina Margherita, gli studenti lavoratori attuavano il blocco delle lezioni per 3 giorni. Il 7 febbraio il preside chiedeva l’intervento della polizia per far entrare i “crumiri”. Per il 14 e il 15 febbraio era indetta una mobilitazione nazionale e il 16 un corteo di 15.000 studenti percorreva il centro della città. Un migliaio di giovani dei Circoli Proletari Giovanili bloccavano le strade intorno la stazione ferroviaria. Si era perso il senso della misura; i manifestanti volevano arrivare alla sede di Comunione e Liberazione e il Comune, che erano presidiati dalla FGCI la quale, con una sorta di servizio d’ordine, intendeva evitare violenze. In quest’occasione si consumava la frattura della FGCI con i Circoli Proletari e i movimenti di massa. Un’assemblea all’università chiudeva la giornata.

Immagine tratta da http://www.oggiscuola.com

Verso fine febbraio e i primi di marzo erano occupati il liceo Einstein, il VII Istituto, il magistrale Gramsci e altri istituti superiori.

La protesta entrava anche nelle fabbriche; cortei e violenze, contraddistinsero il 1977.

Il 19 febbraio gli studenti attuavano il blocco della didattica nelle scuole contro la circolare Malfatti, proseguivano in un confronto con il consiglio di fabbrica della Singer. Il 12 marzo, dopo l’assassinio di Francesco Lorusso a Bologna, in tutta Italia si svolgevano manifestazioni studentesche con scontri violentissimi. A Torino sfilavano in migliaia, anche a Ivrea più di mille studenti marciavano in centro città, portandosi minacciosi davanti ai cancelli della Montefibre e dell’Olivetti: per rompere immediatamente con i fatti l’isolamento in cui il governo delle astensioni (il PC), cerca di chiudere la lotta degli studenti e dei giovani.

Il 1° marzo era convocato un coordinamento degli studenti medi e universitari per dare una risposta alla sparatoria fascista contro gli studenti del liceo Mamiani di Roma e il giorno successivo si formava un corteo di 5000 studenti, fra i quali gruppi dei circoli proletari giovanili. Si dava alle fiamme la sede di Democrazia Nazionale ed era assaltato l’hotel “Suisse”, che sovente aveva ospitato convegni del MSI; nel frattempo c’erano stati altri tentativi di incendiare la sede di Comunione e Liberazione. Duri scontri erano successi fra gruppi della FGCI, Autonomi e giovani dei Circoli, durante i quali era stata ferita gravemente una studentessa dell’ala radicale dei Circoli.

Il 3 marzo era convocato di nuovo il coordinamento operai-studenti per organizzare la manifestazione prevista per il 5 marzo contro il “governo delle astensioni” e il Comitato di agitazione aveva deciso di formare un servizio d’ordine per impedire provocazioni.

Nella realtà dei fatti, il PC si sostituiva alla polizia, con il muto assenso della stessa e a questo punto, scattava l’azione violenta organizzata di circa 250 funzionari del PC, tra i quali, erano stati riconosciuti Giuliano Ferrara, Piero Fassino e parecchi altri. Una vera battaglia seguiva con un nutrito lancio di pietre, intanto, Bruno Mantelli, presente con altri due studenti, vedeva Giuliano Ferrara, proprio lui, che stava scaricando da un’auto manici di piccone mentre gli studenti si  avviavano in corteo verso l’Istituto Tecnico Avogadro per protestare contro l’aggressione. C’erano stati altri tafferugli con una decina di studenti feriti; ancora Bruno Mantelli ricorda che la polizia aveva lasciato «libera una via di deflusso verso l’uscita secondaria di Palazzo Nuovo su via Rossini, lasciando però mano libera a Ferrara di intervenire». Il giornale di “Lotta Continua” dell’8 marzo 1977 pubblicava, come prova, 4 foto in cui si vedeva chiaramente le “mazze” che venivano scaricate da un’auto FIAT in sosta  nei pressi di Palazzo Nuovo, le stesse impugnate dai funzionari del PC governativo nel tentativo di dividere lo schieramento degli studenti. 

I mesi di giugno e luglio furono caratterizzati da altre iniziative dure e provocatorie dei giovani e da studenti vicini all’Autonomia e ai circoli del Proletariato Giovanile che occuparono la mensa universitaria di via Principe Amedeo 47, adiacente a Palazzo Nuovo, chiedendo l’estensione del prezzo politico anche ai precari e ai disoccupati, mentre era riservato solo agli iscritti all’università.

Piero Fassino, parlamentare ex sindaco di Torino che a tutt’oggi pascola nei greggi del PD (exPC); un ex funzionario del PC, ovvero un incapace nullafacente che vive nel partito e di partito.

Giuliano Ferrara, un comunista intelligente che da anni dirige un giornale finanziato dal PC.

Due personaggi oscuri che hanno sempre preso e mai dato.

Nel 1983 (mio figlio frequentava il primo anno all’Einstein a Torino) i vari movimenti studenteschi si erano, in pratica, sgonfiati. Il PC, primo fomentatore di cortei e violenze, li aveva attaccati; abbandonati dai sindacati e dai capi e dirigenti di queste organizzazioni giovanili e movimenti di protesta oramai allo sbando, si erano dileguati. Questi loschi individui erano stati pronti a estraniarsi e darsi alla fuga per altri lidi; gente che aveva vigliaccamente creato un terreno colmo di rovine e poi lasciato ai soli militanti, studenti e altri che avevano, peraltro in buona fede, creduto in una nuova società, in una nuova scuola forse più giusta, più equa.

Il decennio violento 1969/79, dove il PC e la triplice sindacale (che ancora oggi imperversano) ne sono i maggiori responsabili, hanno portato in Italia disastri tali che ancora oggi e in futuro ne pagheremo gli altissimi costi materiali, morali, civili, educativi e la fuga della imprese, che con il tragico e ancora poco chiaro, assassinio di Aldo Moro, hanno aperto una ferita non rimarginabile a questo paese arretrato e illiberale.

a) Fonte per le informazioni e scritti in corsivo tratti dalla tesi di Alberto Pantaloni: “La dissoluzione di Lotta Continua nella Torino della seconda metà degli anni ‘70”. Univerità degli Studi di Firenze. Facoltà di lettere e Filosofia a.a. 2010-2011.

b) “IL PUZZLE MORO” di Giovanni Fasanella – Edizione Chiare Lettere di marzo 2018.

c) “Per una storia della scuola a Torino” a cura di Walter Pucci – Editore SEI Torino.

d) “Storia della scuola” -Dalla scuola al sistema formativo. Di Saverio Santamaita- Edit. Bruno Mondadori 1999.

Inserisco la prima pagina de LA STAMPA di Torino del 05/03/2019 che pubblica, all’interno, un lungo articolo sul programma PD del nuovo segretario signor Zingaretti. In sostanza si tratta di propositi di seconda mano; un rimestare vecchi principi e progetti mai applicati e che oggi “il partito” ripropone attraverso un uomo del PD per i suoi tesserati, non per tutti gli italiani. Un “piatto” riscaldato con il sentore di sola propaganda elettorale.

LA STAMPA, un giornale liberale con una grande storia, precipitato a far da stampella ad altri quotidiani sostenuti dalla facoltosa famiglia della sinistra italiana.

Prima pagina LA STAMPA del 05 marzo 2019

4) Il 4° Stato- La RAI del PD, azienda di sperperi del denaro pubblico

RAI – PD
Immagine tratta da http://www.finanzaonline.com

Potrebbe essere una potentissima macchina produttrice di cultura, arte, musica, canto, ad esempio riproporre seriamente l’operetta, il teatro e un importante supporto di conoscenze per studenti, giovani, ancora una scuola (purtroppo trascurata e negletta) d’artigianato d’arte e di tradizioni locali. Insomma, uno specchio per le bellezze non solo panoramiche del nostro paese ma un viaggio attraverso lo straordinario mosaico di lingue e tradizioni che l’Europa intera ci invidia. Ma per fare bene tutto questo servono uomini e donne con idee, non mercanti di parole vuote, gente che un’ottusa “casta” al comando da oltre un quarantennio ha collocato nei posti giusti solo per obbedire a “manager” allevati nei pollai dell’attuale generazione politica. Finanziamenti e sovvenzioni a pioggia a Enti fantasma, organismi pubblici creati su misura e partecipate che sfuggono dalle maglie degli ancor blandi controlli, se avvengono. Il tutto mirato a ben altro che all’oculatezza e all’efficienza ma un’allegra finanza a spese dei cittadini contribuenti. La RAI conta oltre 1500 “giornalisti” e un vero esercito di parassiti, presentatori mediocri senza il “mestiere”, volgari e parlanti non un buon italiano ma una sottolingua italo-romanesca.
Abbiamo visto (per fortuna nostra), solo a tratti lo scandaloso baccanale sanremese (con vecchie glorie che dovrebbero stare in salamoia), indegno a essere chiamato “festival”. Forse divertente per i soli attori urlanti sul palco e i vari intrattenitori ciarlieri, prodighi di una comicità banale, rumorosa, boccaccesca e volgare. Compartecipi della “festa” presentatori e presentatrici paludate ma dai comportamenti esacerbanti, mancanti di stile, ben lontani da quel savoir faire , accattivante degli indimenticabili Enzo Tortora, Corrado, l’inimitabile uomo dei quiz Buongiorno e l’abilità e il mestiere di Pippo Baudo. Tutti campioni di eleganza, buona educazione e veri padroni della magia del piccolo schermo.

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Nel totale caos elettorale, la palude Italia affonda nel mar Mediterraneo

Sono pensieri di un semplice cittadino, tralasciando dati statistici, false inchieste, menzogne vergognose, sondaggi truccati, grafici e percentuali gonfiate, che il cosiddetto uomo della strada non comprende ma non ne ha necessità, poiché egli  vive sulla sua pelle l’immane fatica quotidiana per la sopravvivenza.

Qual è in classifica l’attuale Repubblica Italiana? La 2°, la 3° o la 4°, abbiamo perso il conto. Sono ben 103 (centotre, incredibile, ma sarà finita? Ma 5 anni fa erano 219) i simboli presentati dai vari capi di partito. Pseudo politici che fingeranno di accapigliarsi per la scalata ai lauti stipendi, ai privilegi e la preziosa immunità. Quante facce nuove? Quasi nessuna, anche se molte di quelle nuove sono peggiori delle vecchie; e i programmi? Sono un comodo pretesto, un motivo per affrontare nelle piazze (come fanno i battitori da mercato) gli italiani. Sfrontatezza, impreparazione, nessuna visione politica della realtà e arroganza da intoccabili contraddistingue queste ultime generazioni di uomini politici. Costoro presentano programmi elettorali impossibili o copiati quasi di sana pianta da altri di triste memoria, mai realizzati dal punto più importante: il lavoro, quello vero, fatto con mani e cervello e non con parole, calcio, canzonette e banalità simili che da qualche decennio sono la cultura imperante del nostro paese.

 

Il difficile e disagiato rapporto con gli extracomunitari e la fuga da Torino

Prendiamo un esempio che fa testo per il percorso storico che ha seguito: il Piemonte, con Torino Capitale d’Italia, poi capitale industriale, capoluogo della Regione e fabbrica del lavoro per oltre un secolo a tutti gli italiani. La vecchia capitale ha subito, per volontà politiche di ultra-sinistra e in un tempo relativamente breve, la distruzione del suo apparato industriale. La bella Torino è ridotta, oggi, a una malfamata e puzzolente suburra composta da povera gente proveniente dai vari paesi africani e frotte di disoccupati-sfaccendati che non hanno patria. La decadenza della città non è casuale, è stata perseguita con manifesta volontà, sino a essere ridotta a Ente Regionale di carità e ricovero per disperati, mantenuti e coccolati, a scapito dei torinesi e piemontesi che, esasperati di essere, loro malgrado, i pagatori di questo “obbligo d’imposta”, o fuggono, o attendono che chissà, forse qualcosa cambi con le prossime votazioni politiche. Si tratta di una vera e propria fuga, che con questi ritmi, fra pochi anni Torino sarà un sottoprodotto africano; a questo punto ecco risuonare l’eco del fatidico “razzisti!”, dai falsi buonisti ma lo è esattamente al contrario e con cotanta arroganza per cui i piemontesi e torinesi emigrano. In buona parte sono pensionati, mentre molti giovani scelgono il Nord-Nord Est europeo ma anche oltre, per lavorare e trovata un’occupazione se ne vanno con la famiglia.

Alcuni giorni or sono, un amico settantacinquenne, recatosi in visita al Museo Egizio con alcuni parenti, mi ha raccontato un fatto inaudito cui è stato testimone. In coda alla biglietteria, li precedeva una coppia di africani, la quale, fra lo stupore dei presenti, pagava non due ma un solo biglietto, alla domanda dell’amico del perché di tale trattamento la laconica risposta sottotono era: “Disposizioni superiori”, ma non era finita, poiché l’amico chiedeva lo sconto applicato agli ultrasessantacinquenni la risposta era stata: “ Non c’è più, lo sconto è stato abolito”.

Lasciando a parte lo sconto, nella città di Torino il trattamento di favore riservato a questi stranieri è allargato anche nella Sanità e in molte altre strutture comunali di assistenza gratuite.

Il sistema ha un chiaro significato politico: che il cittadino è stato retrocesso in seconda, o terza classe nelle priorità rispetto agli extracomunitari. Non c’è stata mai una direttiva mirata a un sistema di regolamentazione all’entrata in Italia; tutti ma proprio tutti sono passati senza alcun controllo del flusso, tantomeno sanitario. Queste persone usufruiscono di vergognosi, quanto costosi privilegi che la città riserva loro, per cui il cittadino, che da vari anni subisce tali trattamenti e che nonostante il cambio di governo cittadino persistono, lo ripeto, se ne va per non più tornare.

 

La pessima scuola statale e i progetti della Regione Piemonte per le nuove famiglie piemontesi

Cambiare la scuola ritornando al passato.

L’Educazione civica – una materia troppo importante che deve essere ripresa in una legge e inserita com’era un tempo nei programmi scolastici. Materia che il benemerito On. Moro aveva reintrodotto nella scuola ma che dopo la sua morte è ben presto sparita.

La Costituzione italiana deve essere inclusa nell’Educazione Civica. È da seguire l’iniziativa adottata per gli studenti diciottenni nelle scuole di Cuneo d’introdurla nei programmi.

L’educazione sportiva è altrettanto fondamentale per insegnare ai giovani che non esiste solo il “calcio”; oggi non è più sport ma ricettacolo di violenza, volgarità, partite truccate e altri brogli. Lo sport agonistico autentico si può trovare nell’atletica leggera; inoltre fare sport non significa solo divertimento, poiché in questo attributo è insito lo sport stesso, esso è già, di per sé, divertimento e socialità. Mentre nelle scuole elementari torinesi, in modo astutamente perverso s’invitano i ragazzi alla solidarietà e all’accoglienza, non si fa scuola e non s’insegna affatto, si fa già politica dalla prima infanzia, a ragazzi di primo pelo, sfruttando la loro  ingenuità e capacità d’apprendimento. Ben altro trattamento è riservato agli stranieri; con il progetto Petrarca si sono avviati 300 (trecento) corsi di lingua italiana. Notizia tratta dal bollettino regionale d’informazione “Piemonte Newsletter”  n° 2 del 19 gennaio 2018.

Un declino a questo punto irreversibile per la città, che perde la parte migliore, per incamerare miseria e altro di molto peggio ma forse vi sono oscuri motivi che a noi, vecchi piemontesi educati al lavoro, paiono incomprensibili. Cosa realmente significa “innovazione sociale?”; spese improduttive per servizi inutili? Qual è il vero significato?

Riporto parte di un lungo, articolo sulle Politiche Sociali che tutti dovrebbero leggere, apparso sul periodico della Regione Piemonte “NOTIZIE” di Dicembre 2017, dal titolo “Welfare sì, ma con l’innovazione”. Nell’articolo ci paiono invece ben comprensibili alcuni Progetti Territoriali sui quali l’Assessore Ferrero afferma: “Questa prima misura mira a concepire le politiche sociali non come risposta emergenziale ai bisogni espressi dalla collettività ma come la creazione di un processo d’innovazione che consenta di generare un cambiamento nelle relazioni sociali e risponda ai nuovi bisogni ancora non soddisfatti dal mercato o crei risposte più soddisfacenti a bisogni esistenti”. Il bando di “Sperimentazione di azioni innovative di welfare territoriale”, pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte del 2 novembre 2017, è rivolto a raggruppamenti composti da soggetti pubblici e privati costituiti e costituenti composti dai seguenti beneficiari: le Ats (Associazioni temporanee di scopo composte da soggetti pubblici), gli enti gestori delle funzioni socio-assistenziali (Distretti della Coesione sociale) e uno o più enti del terzo settore o associazioni di volontariato con sede nel territorio piemontese. La definizione dei Progetti Territoriali e delle loro finalità avviene a livello territoriale nei 30 Distretti della Coesione sociale che devono essere oggetto di una pianificazione integrata che, definendo rapporti strategici, li porti ad essere incubatori di sviluppo locale, sfruttando la ricchezza e la varietà dei settori produttivi, del lavoro, culturali, sociali e ambientali presenti sui territori. L’assessora Gianna Pentenero afferma (tra altre cose) “che attraverso i Distretti si può, ad esempio, realizzare forme innovative di welfare per il contrasto alla povertà, interventi volti a favorire l’inclusione lavorativa di persone con fragilità e misure in grado di contrastare il disagio sociale”.

Attenzione; quest’articolo abbonda di parole ampollose, fumose, che servono per concludere, alla buon’ora, con una dichiarazione d’intenti molto chiara dell’assessora Monica Cerutti: L’opportunità offerta è quella di mettere in campo innovazione nell’ambito sociale che guardi alle trasformazioni della comunità piemontese, che non sono solo il generale invecchiamento, ma anche l’evoluzione delle famiglie, non più composte secondo il modello tradizionale e con una significativa presenza di persone di origine straniera”. La chiusa è determinante: “Il bando ha rappresentato la prima tappa del piano di sperimentazioni per l’innovazioni sociale, che si articola in cinque misure diverse attuate attraverso il Fondo Sociale Europeo e il Fondo Europeo di sviluppo regionale, stanziando risorse complessive per circa 20 (Venti) milioni di Euro. Tutte le azioni dovranno avere un minimo comun denominatore: stimolare progetti sui territori, che dimostrino sostenibilità e replicabilità per promuovere coesione e inclusione sociale”.

Non un commento sulla più grave crisi di lavoro del dopoguerra, si sostiene solo la “coesione e inclusione sociale”. Un Ente Regione che sperpera somme enormi di fondi europei con l’Europa complice, che ignora i cittadini, le loro giuste proteste, le paure per il futuro, ed elargisce milioni per una causa (l’accoglienza italiana agli extracomunitari) oramai già persa e che ha diviso profondamente l’Italia e questa improbabile Grande Patria europea.

Non s’illudano i piemontesi di avere dalla Regione (e dallo Stato) trattamenti migliori, tantomeno un’attenzione particolare per le aziende e il lavoro, non per risorse in denaro, quanto per l’eliminazione dell’elefantiaco apparato burocratico che scoraggia e frena l’efficienza delle imprese supersiti, del commercio e dell’artigianato, il quale ha perso la gran parte dei maestri di mestiere; gli anziani portatori d’esperienza e dell’eccellenza artigiana. Dall’articolo è ben chiaro che la Regione Piemonte è fortemente determinata non solo nell’accoglienza agli extracomunitari (dando loro i corsi d’italiano gratuiti) ma a inserirli sempre di più nel contesto sociale e questo è l’assurdo, nelle famiglie piemontesi, considerando gli stranieri un fatto acquisito, stabile, quali nuovi piemontesi.   

Se i cittadini se ne vanno, è per mancanza di lavoro, di tutela, di buona sanità, di giustizia quale valore etico-sociale e distributiva, si sentono abbandonati, al contrario di quanto è dato gratuitamente a questa gente non per solidarietà ma per turpi interessi politici di questa sinistra, che si abbassa a tutto pur di avere il voto.

Un demagogico e costoso progetto, senza una visione futura, che non salverebbe nulla ma porterebbe il paese, le cui famiglie sopravvivono grazie a ciò che resta dei loro risparmi e delle pensioni degli anziani, al fatale fallimento.

Sotto riporto la parte finale originale dell’articolo interessato.

“Welfare sì, ma con l’innovazione” dal giornale Regione Piemonte “NOTIZIE” del Dicembre 2017

 

(Ampliando l’argomento: quando mai si è chiesto o si è pensato di chiedere, attraverso una consultazione popolare, ai cittadini italiani ed europei, se erano d’accordo di accogliere, non solo un numero adeguato, ma migliaia e migliaia di extracomunitari? Mai, la fiumana di disperati è arrivata violenta, incontrollata, irrefrenabile. Questa è democrazia partecipativa? No, ignorando la democrazia, il passo verso forme di totalitarismo è breve. E non invochiamo il primo e vero Trattato di Schengen, che non centra nulla con l’accoglienza di extracomunitari).

La situazione è gravissima; giungere a questi livelli significa abuso di potere, pura insensatezza, scollamento dalla realtà culturale regionale, depauperazione di ogni valore morale, della stessa dignità di uomini liberi e della nostra memoria storica piemontese e umana. Folle è volere una omologazione improbabile, pericolosa per gli effetti negativi scatenanti e assumendosi, inoltre, responsabilità e ruoli politici che non spettano a niuno, tantomeno a un governo temporaneo della Regione, che enormi guasti ha prodotto, poiché fin già dalle prossime consultazioni italiane del 4 Marzo, molte cose potrebbero cambiare, compreso lo Status gerarchico, certamente non inossidabile, della Regione Piemonte.

 

Ancora sull’istruzione e gli extracomunitari

Ritorno su un punto dolente che duole sempre più, ed è la gravissima mancanza d’istruzione nelle scuole italiane, argomento già trattato ampiamente nel mio BLOG (stracanen.it), che tuttavia persiste come un male pernicioso oramai inguaribile.

Giorni addietro il conduttore di RAI 1 del mattino Franco di Mare, ha mostrato e commentato, con evidente disappunto, una scena tratta dal quiz serale “l’Eredità” condotto da Fabrizio Frizzi.

In verità il quiz è da cassare, si rivela sciocco, senza capo né coda, con domande disordinate da livello 1° elementare, alle quali, troppe volte, il concorrente o la concorrente non sanno rispondere o dicono fesserie del tipo: “In che anno è morto Hitler?” Sul monitor compaiono quattro date, di cui una giusta. Il o la concorrente medita, poi risponde con una risatina: “nel 1974”. Risposte di questo tenore sono anni che le vediamo e ascoltiamo, dando un’immagine pubblica negativa dell’ignoranza italiana e di un infimo livello culturale e d’istruzione in quale che sia la materia; geografia, storia, matematica, letteratura, scienze e via così. Tuttavia, sono invece quasi tutti bene informati su cantanti di musica leggera, canzonette varie e il calcio; comunque il quiz distribuisce denaro che qualche volta premia il o la concorrente che indovina la risposta giusta. A volte capitano concorrenti anche bravi ma purtroppo, sono molto rari.

Inoltre la trasmissione dimostra di considerarsi per pochi, ovvero; i partecipanti, scelti con molta cura, sono in prevalenza studenti o giovani laureati, gli altri più maturi, svolgono professioni “nobili” o occupati in impieghi pubblici e operatori in attività artistiche, rarissimi gl’imprenditori e artigiani. Non ricordo “umili” operai metalmeccanici, o di altro genere, forse, come partecipanti, farebbero sfigurare il quiz, condotto con molto garbo dal signor Frizzi, il quale, commentando una risposta su alcune verdure, aveva usato, chissà perché, l’aggettivo “umile” per un ortaggio come la rapa.

Il quiz, come altri prodotti televisivi frutto dalla nuova RAI al servizio del potere, è uno specchio fedele di com’è malridotta l’Italia in fatto di cultura e istruzione. Tuttavia non è tutta colpa degli italiani, è anche la politica messa in campo in decenni da un modello di sinistra; quella del “tutto facile”, che premia tutti, del diritto assoluto all’eguaglianza, tutti promossi, nella consolidata, utopica pianificazione culturale di chiaro stampo marxista: ovvero, cancellare la meritocrazia, che è discriminazione.

Chiudo l’argomento rilevando che questo flusso continuo d’individui extra-comunitari deve essere fermato a tutti i costi, basta parole. Fermiamo anche questa turpe, ignobile pubblicità sui bambini gravemente ammalati che troppe associazioni pseudo umanitarie sfruttano e mercanteggiano intoccabili, libere di agire. La politica della solidarietà che si beano d’imporci è fallace, non serve; la vera solidarietà va al cuore, non passa attraverso le tasche di politici millantatori e corrotti.

Oggi le scuole sono prematuramente multirazziali, frequentate da bambini e ragazzi che nella grande maggioranza parlano poco e male l’italiano, non conoscono nulla della nostra cultura, che nessuno insegna loro e c’é l’annoso, irrisolto problema della religione. Per tutto questo non sono stati approntati programmi scolastici che normalizzino una situazione che è nella più totale disorganizzazione.

Le politiche degli attuali governanti è “improvvisazione in tutto” e tutto il paese è nel caos più totale. Costoro tappano la bocca agli italiani con gli 80 Euro, opera della monarchica magniloquenza del reuccio signor Renzi e dei suoi compagni che ne fanno un vanto, sbandierandola ovunque. Un insulto vergognoso a un popolo lavoratore che merita tutt’altro rispetto, non la carità.

Urge definire strategie contro queste sinistre e i loro complici, esse non vanno solo sconfitte ma devono essere messe a tacere.

È in ballo il nostro futuro di piemontesi, lombardi, veneti, romagnoli, abruzzesi, emiliani, napoletani, calabresi, siciliani, sardi e così tutt’insieme, ma nella salvaguardia delle nostre diversità in questo straordinario mosaico di culture che fanno unica questa penisola. Italiani, si, ma nel rispetto e la tutela delle nostre lingue, tradizioni e costumi.

 

Il bullismo

Bullismo. Immagine dal Web

 

Sinonimo oramai desueto ma ancora usato in politica per sottovalutare la delinquenza minorile che si trasforma in criminale, con giudici avvezzi a un facile buonismo nel giudicare i colpevoli; le leggi italiane sono rimaste all’epoca della “monelleria”. Usare il “pugno duro” è il minimo che si possa fare nell’attuale, grave situazione di disoccupazione che aggiunta ai migranti crea malavita. Una situazione che ha creato una diffusa sfiducia, è la totale assenza dello Stato nel salvaguardare e proteggere i cittadini, i quali, imbelli di fronte ai delinquenti, se si difendono e sparano, vanno in galera. È invero “l’Ingiustizia applicata”; una nuova laurea. Tutto il macchinoso apparato della giustizia è oramai al collasso, ed è pubblicamente riconosciuto che la troppa, inutile burocrazia blocca i processi per anni ma che nessuno vi ha posto, o non ha voluto porvi, rimedio.

Si tratta di una situazione ingarbugliata, che può avere un’origine bivalente, ovvero: l’errore catastrofico di valutazione nell’abolire il servizio militare di leva, che ha prodotto milioni di giovani, i quali, liberi da quel vincolo, hanno occupato grandi spazi vuoti nelle comunità, in un tempo relativamente breve. E la conseguenza diretta di quell’errore si è rivelata ben presto negativa e fatale per loro e per la società in cui vivono. Il troppo tempo libero senza una gran voglia di impiegarlo con dovizia, pochi controlli e soldi in tasca da spendere; il passo è breve per cedere a  tentazioni e sensazioni proibite e facilmente si arriva alla droga leggera, poi a quella pesante e per molti l’ultimo viaggio. Un’altra terribile piaga sociale che travolge le famiglie.

È imperativo occupare i giovani; si deve ritornare al Servizio militare di leva o a un periodo di Addestramento militare obbligatorio. Una rigida disciplina, conoscenza e pratica delle armi saranno salutari, preparando i giovani a essere buoni cittadini. L’Art. 52 della Costituzione Italiana recita: “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino” e prosegue; Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalle legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. Ecco perché è importante lo studio della Costituzione, che va riproposto a partire dalle scuole.

“Quando c’era una sentinella armata ai confini del paese”

 

Se finalmente apriamo gli occhi, ci ritroviamo in una società malata, che ha smarrito i valori identitari genuini, contagiando genitori, figli e nipoti, in un paese con governanti arretrati, inadeguati, impreparati a riceverli, che li rifiuta, togliendo loro il lavoro, l’istruzione, e la fiducia nel futuro. Tutto è provvisorio, non ci si sposa e non si hanno figli in questo clima d’insicurezza, ecco la scottante verità. Una situazione, di cui la stessa classe politica ne è stata la nefasta e feconda matrice, provocando disastri inimmaginabili in queste nuove generazioni, causando guasti che per porvi rimedio non basteranno molti decenni, ma occorre la ferma volontà di cambiare.

In questo terribile periodo storico di confusione d’idee e di ruoli, un’Europa per nulla “europea” langue, mentre nel resto del mondo avanzano le economie di grandi Stati liberi e meno liberi che mantengono alta l’efficienza dei loro eserciti, poiché essi garantiscono la pace. L’Italia, ardente europeista, sopravvive soltanto quale serbatoio europeo di migranti. Sottomessa senza avere alcun titolo a discutere progetti e decisioni è ancora la piccola Italia che mendica contributi in denaro e fa incauti debiti per non fallire, al prezzo di essere servile e sollecita a tenere aperti i suoi confini.

C’è un libro di poco più di cento pagine che tutti gli italiani ma soprattutto i nostri politici dovrebbero leggere: “IL PACIFISMO NON BASTA” di Lord Lothian, editore IL MULINO.

 

Federazione degli Stati Uniti d’Italia

Un’idea sempre viva e attuale che salverebbe il paese è il progetto di una Federazione di Stati liberi e indipendenti: gli Stati Uniti d’Italia; potrebbe essere una forza dirompente in questa Europa macilenta. In basso è la copertina del libro di 110 pagine di Marcello Pacini e pubblicato nell’Aprile del 1994. Uno studio attento e compiuto su un programma che esaminava a fondo le due scelte: Stato Federale o Stato Unitario.

“Scelta federale e unità nazionale” di Marcello Pacini

 

In quel  periodo storico la Lega Nord, con una strenua e incisiva battaglia politica, aveva portato lo scompiglio nel tremebondo e pietrificato mondo politico italiano. La lega di Bossi percorreva l’Italia da capo a fondo come un ciclone, ponendo le basi per la Lega Centro e la Lega Sud. Nascevano giornali e ovunque esplodeva l’idea del federalismo. La Fondazione Giovanni Agnelli, aveva preso a quattro mani quest’idea e in due anni di convegni, dibattiti e ricerche, aveva raccolto le riflessioni che hanno dato origine ha questo interessante volume. I quotidiani illustravano il progetto e i giornalisti discutevano e scrivevano. Senza dubbio era stato un passo che preludeva a un evento straordinario; una vera rivoluzione nell’assetto politico della Repubblica Italiana. Ma…; quando in Italia si parla di cambiamenti politici, c’è sempre un “ma”; una congiunzione grande come un palazzo, sempre e dovunque presente quando anche solo si sfiora l’assetto politico statuale italiano, per cui si deve rivoluzionare tutto per non cambiare nulla, come ben affermava a suo tempo, il Nobile siciliano Principe Salina. Con la Lega Nord, in seguito, purtroppo, ci si è arenati e persi nella sabbia del deserto per cause più o meno accettabili che richiederebbero uno spreco inutile di carta e parole. Oggi si possono ben vedere e costatare in ogni ambito della vita dei cittadini piemontesi e italiani i risultati delle lungimiranti politiche delle sinistre che si autodefiniscono “progressiste”, ovvero, nella più fedele applicazione del pensiero espresso dal nobile Principe Salina.

Parlare di federalismo oggi, a questa categoria di politici è come credere nella magia o nei maghi; ma è un madornale errore, poiché mai dal dopoguerra la situazione generale del paese è stata così seria, per quanto si è deteriorata. Una realtà che nessuno di costoro neppure si sogna di mettere in chiaro, tantomeno la maggioranza del nostro governo che presenta riprese impossibili, inesistenti, inventate per convenienze politiche su basi astratte e elettorali. Sono menzogne costruite con la complicità di un’Europa distratta, chiusa nelle proprie crisi politiche, in maggioranze di governo frutto di estenuanti trattative. Tuttavia la Germania sopporta gli scossoni perché ha un’economia solida, ed è soprattutto, uno Stato federale, ben organizzato e decentrato, con cittadini che lavorano e producono come ogni buon tedesco sa e deve fare.

L’Europa Unita si è fermata allorquando non ha saputo costituirsi in una vera Federazione Europea; imputabili in buona parte gli “stati nazionali”, pacifisti a oltranza come l’Italia, in quanto “società chiuse”.

«Lo stato nazionale è la forma compiutamente sviluppata della società chiusa, Si ritrova così una verità elementare: la pace comporta la negazione di uno degli aspetti fondamentali che la storia ha sinora sempre presentato: “la società chiusa”, ovvero, la divisione politica del genere umano. Questa negazione è determinata, il che significa anche storicamente accertabile. Per passare dalla situazione governata dalla guerra a quella governata dalla pace bisogna eliminare i rapporti di forza tra gli stati e sostituirli con rapporti pienamente giuridici; bisogna cioè sviluppare sulla base della negazione del nazionalismo, il federalismo». (Da “Il pacifismo non basta”). Quindi l’Italia vuole “l’uovo e la gallina”. Sempre più accentramento dei poteri, non negazione del nazionalismo e nessuna divisione dei poteri.

“Il federalismo? Dopo il Duemila” da la Repubblica del 29 Ottobre 1994

 

“Un buon federalismo con i piedi per terra” da la Repubblica dell’anno 1994

 

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La drammatica situazione dell’attuale scuola italiana

Il prof. Ratto apre il suo articolo-intervista del 15 dicembre 2017 sulla scuola italiana con una premessa tutt’altro che insolita: cosa insegna davvero ai ragazzi e di cosa dovrebbe invece insegnare.

Una frase di poche parole ma che evidenzia l’annoso problema (la scuola) che continua a persistere e peggiorare nel tempo e cosa si dovrebbe fare per risolverlo. Un condizionale che si dovrebbe estendere alle troppe promesse politiche rimaste incompiute, che hanno causato con la latitanza e l’incapacità dei governi, l’attuale fallimentare situazione italiana.

Già a partire dal 1934 viene introdotta nella scuola la pratica e la cultura militare obbligatoria dagli 8 ai 21 anni, quale “educazione allo spirito agonistico e guerriero” per allevare una gioventù sana, virile, gagliarda, mentre l’attenzione all’igiene e alla salute per perfezionare la stirpe italiana si concretizza nelle azioni della mutualità scolastica. Seguono i programmi d’istruzione militare e paramilitare che diventano materia scolastica, comprendendo lo studio della storia, geografia e delle belle lettere. Inoltre diventa obbligatorio, per piccoli e grandi il sabato fascista.

Non si tratta di un plauso alla scuola fascista, tutta impregnata di politica, deificazione e fedeltà prima al Duce, poi al re. Vivevo a Torino e negli anni 1944/45 frequentavo la 1° e 2° elementare (sono nato nel ’38). Nelle scuole le loro immagini erano state rimosse, tuttavia le tracce nitide sui muri erano rimaste, come pure, dopo oltre un ventennio, nei metodi d’insegnamento dei vari docenti. Nella nuova Italia repubblicana, spiravano venti di libertà per una scuola non più politica; nuovi programmi di studio, più istruzione, serietà e puntualità, con le attività ginniche quotidiane che erano rimaste materia obbligatoria.

Dopo le macerie c’erano: volontà di ricostruzione e rinnovamento, lavoro per gli adulti e per noi ragazzi, lo studio in un futuro di pace. Purtroppo, come in molte malattie mal curate, poco dopo sono arrivate le ricadute, sempre più gravi, dell’antico male che s’incattivisce infettando il corpo.

Sino all’inizio degli anni ’70 tutto era sembrato funzionare, scuola compresa, in quanto, seguendo nostro figlio (nato ne ’68), eravamo costantemente informati.  Nel luglio del 1973 viene emanata la legge che istituisce i Decreti Delegati sul riordinamento dell’organizzazione della scuola, legge poi entrata in vigore nel 1974. Nell’abbondante modulistica il giudizio era entusiasta: “I decreti delegati del 1974 costituiscono la risposta legislativa alle contestazioni studentesche clamorosamente culminate nel 1968 e ai nuovi atteggiamenti degli intellettuali democratici e progressisti che, assumendo la convinzione che i fermenti innovativi trovano corrispondenza nella mutata situazione sociale, economica e culturale, avvertono come non più rinviabile l’attuazione di una scuola diversa, orientativa e promozionale al posto di quella selettiva contestata a gran voce dagli studenti in tutte le piazze e le scuole d’Italia” .

Inoltre questa legge prevedeva la partecipazione dei genitori, paritaria con gli insegnanti, alla formazione dei programmi.

Il linguaggio usato nella propaganda era di chiara ispirazione marxista, meglio dire del sindacato comunista, che usava sostantivi quali; democratici, progressisti, proletariato, sottoproletariato ecc..

Partecipavo a questi incontri, che all’inizio trattavano argomenti pratici, in particolare la qualità e vivibilità degli edifici attraverso il miglioramento delle aule, ovvero: imbiancatura, pavimentazione, infissi, servizi igienici e altro. Sui programmi d’insegnamento, insieme a pochi altri genitori mancanti d’esperienza sull’argomento, si ascoltava, ritenendo un compito specifico del Preside e degli insegnanti discutere sulle materie di studio, mentre altri genitori, oramai investiti nel ruolo, intervenivano sui metodi d’insegnamento con sciocchezze e proposte impossibili, prese, ognuno, a misura del proprio figlio o figlia.

Era chiara la non pertinenza di questo ruolo dei genitori; le riunioni a volte caotiche avevano provocato delusione e disinteresse, per cui molti, me compreso, avevano deciso di non più partecipare. Inoltre gli stessi insegnanti dimostravano con palesi atteggiamenti la loro militanza politica (la lettura del giornale l’UNITÀ durante i compiti in classe e le ripetute riunioni politiche nella sala professori), la scarsa puntualità, superficialità nell’insegnamento e l’andirivieni degli stessi insegnanti dentro e fuori dall’aula.

Abbiamo seguito nostro figlio alle scuole medie e al liceo scientifico Albert Einstein di Torino, il quale, per un certo tempo, è stato sede degli studenti aderenti della F.G.C. (Federazione Giovanile Comunista), che protestando da esagitati, organizzavano picchetti all’entrata della scuola. Il tutto fintanto che un preside, duro e inflessibile, metteva le cose a posto informando i genitori della situazione e a considerare seriamente il comportamento dei loro figli, oppure l’espulsione. Da tenere conto che questo bravo preside aveva anche ricevuto pesanti minacce dagli studenti.

L’avvento dei Decreti Delegati, fortemente voluti dall’area dell’estrema sinistra, hanno assestato un colpo mortale alla macchina pubblica dell’istruzione, della quale oramai padroni assoluti, dominavano incontrastati.

Usare il sostantivo neoliberismo nella scuola obbligatoria di stato, lo ritengo non appropriato, poiché si riferisce a un sistema di economia in contrapposizione alla dottrina socialista, è invece giusta l’espressione usata dal prof. Ratto scrivendo che: l’istruzione pubblica ha subito una trasformazione in logica aziendale.

Tuttavia, la situazione esposta dal prof. Ratto è tristemente condivisibile sotto ogni punto di vista ma il protrarsi negli anni di questo spaventoso declino, com’è potuto succedere nella più totale indifferenza e “il comodo lasciar fare” di tutti gli’insegnanti, presidi e dirigenti scolastici?

È iniziata con le lotte sindacali del ’68 la degenerazione dei valori, promossa dalla visione politica di estrema sinistra mirata al livellamento verso il basso della scuola e che in essa ha trovato l’abbondante terreno fertile necessario: i ragazzi.

Un illuminante articolo del 28/09/2017, di Giuseppe De Lorenzo, denuncia come la politica s’insinua, strisciante e velenosa nelle scuole, attraverso una sorta dispot allo ius soli: gli ”immigrati sono indispensabili”. Precisa il De Lorenzo: “oggi è di moda sponsorizzare l’immigrazione sin dalla pubertà. Si tratta della collana “Zoom. Geografia da vicino” Edizioni dalla Loescher di Torino, ed è proposto alle scuole medie. Sfogliando attentamente uno dei volumi si scopre che presenta gli stranieri come una “indispensabile” risorsa per il Bel Paese e sponsorizza, velatamente, l’approvazione dello jus soli. Una foto del libro di testo circola tra alcuni genitori del Veronese e del Vicentino. Almeno due istituti di Verona lo hanno adottato, come la scuola “A. Manzoni” dell’istituto comprensivo “Golosine” e la “Salgari” del “Candidavid-Palazzina”. A Vicenza invece Alex Cioni del Comitato “Prima noi” ha denunciato”l’indirizzo culturale e poi politico che si vuole dare ai giovani studenti in una fase della loro crescita educativa particolarmente delicata”.

La disistruzione, nella scuola e l’assoggettamento della popolazione a questo sistema politico del “tutto facile e senza fatica”, che elimina la selezione, la meritocrazia, l’individualismo, in nome di un livellamento pianificato dell’individuo pensante a robot, ha il germe della pazzia in un mondo in cui tutto è naturale competizione.

Oggi vediamo i risultati con il concretizzarsi dell’assurdo: “l’istituzionalizzazione” della povertà. Intanto molte scuole pubbliche sono ridotte a luoghi di perdizione, niente istruzione, niente sport, solo il calcio, che non è sport, poiché è violenza e malcostume; niente educazione al lavoro mentre le aziende chiudono, falliscono, o sono vendute a manager incapaci o stranieri; laureati, studenti, tecnici, pensionati e chi ha la minima possibilità fugge da questo paese che vive il suo declino fra presidi, cortei di protesta, processioni, feste e canti in un clima d’altri tempi dove l’orologio si è fermato nel 1968, nel cortile della FIAT MIRAFIORI di Torino.

La chiusa del prof. Ratto all’attuale situazione è significativa nell’aspetto fondamentale: “La cultura sta nella domanda, non nella risposta”. Voi vi meritate una scuola così, una scuola che in qualche modo vi chiami in causa, che vi faccia sentire vivi e che riesca a produrre in voi la felicità e la capacità di realizzare se stessi”. È un sano ottimismo, intanto oggi è sfacelo e proseguire su questa strada vuol dire davvero che i giovani in questo paese non hanno un futuro. Forse nasceranno liberi ma cresceranno servi e moriranno schiavi.

 Carlo Ellena

 

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