Categoria: Economia (Page 1 of 2)

Il CAOS perfetto, l’alibi per una pessima politica
QUARTA PUNTATA – LA SCUOLA

La storia del sistema scolastico italiano parte dal 1861 con l’Unità d’Italia. Era stato riformato e uniformato in tutta Italia a quello piemontese, come previsto dalla legge Casati entrata in vigore appunto nel 1861, in risposta all’alto tasso di analfabetismo (circa il 75%dalla popolazione). La legge prevedeva la coscrizione obbligatoria, sostituendo la Chiesa Cattolica, l’unica, da secoli, a occuparsi dell’istruzione.

Nel primo dopoguerra, la scuola, per oltre sessant’anni è stata terreno di conquista politica dei partiti della sinistra, ovvero; il  P.C.I., simbolo storico dei comunisti, quindi P.D.S. poi D.S., costola del P.D.S. e altri marchi “mascherati” sotto diverse forme “vegetali”, la “Quercia e “l’Ulivo. Sono nomee di comodo, acquisite per mescolare le carte ma sono sempre gli stessi comunisti. L’occupazione di questo partito, durata molti decenni (particolarmente in Piemonte), ha operato secondo la loro dottrina di rigido livellamento dei programmi e pianificazione culturale.

Difficile da credere ma nella realtà è stata bellamente inserita in un modo soffuso nei programmi e a volte nei libri, una scuola di partito, applicando il suo sistema arcaico un po’ annacquato: il marxismo. Si è lavorato soprattutto a ritroso, con poca istruzione, il minimo necessario, abbassando la qualità dei programmi portandoli ai livelli dei primi anni ottanta, già in previsione di un allargamento delle maglie dell’accoglienza, permettendo un massiccio arrivo di extracomunitari illegali, in nome di un sostantivo tanto amato dai piemontesi: la “solidarietà”.

La sventatezza e l’incapacità di ministri e assessori crearono grande confusione nei programmi scolastici, causa l’inserimento di questi bambini stranieri, a volte analfabeti, stravolgendo programmi costituiti, rallentando e complicando il normale corso degli studi. Questo malessere era subito bollato dall’ottusità dei politici, quale “razzismo”, niente di più sbagliato.

Questa “istituzione” ha una storia. Perché tale è la Scuola;l’Istituzione più” per l’importanza che essa riveste in uno Stato che si autodefinisce “civile”. Istituzioni come la Giustizia, la Magistratura, il Parlamento, l’Università e molte altre, ognuna nella propria forma specifica.

Possiamo dividerla in due distinti sistemi sociali: “primitiva” e “complessa”.

Primitiva, se è una società governata da pochi eletti, con un capo che, in genere, è l’anziano della tribù o del villaggio. Non esiste nessuna tutela della salute, la quale è affidata a stregoni, maghi o sciamani; non vi sono scuole e i bambini assimilano i costumi e le credenze religiose vivendo in famiglia.

Quando gli agglomerati crescono, le comunità si amplificano e via, via con aree abitate sempre più ampie; le società d’individui diventano “complesse”, poiché s’incrementano aumentando di popolazione; il villaggio diventa un paese, il paese si trasforma in città, è tutto un fervore. La crescita stimola le idee, le iniziative creano lavoro e si aprono negozi, officine, laboratori di artigiani nei loro mestieri, e altre svariate attività. A questo punto cresce un’esigenza diversa. Si rivelano indispensabili i servizi essenziali, quali; l’ordine pubblico, il medico, un piccolo ospedale, la chiesa, e una scuola, perché i bambini imparino e s’istruiscano. È un continuo, intenso fermento operoso: è il progresso che avanza. S’incrementa l’agricoltura, il commercio. Poi arrivano le industrie, la ferrovia, i trasporti, gli operai specializzati, i tecnici, indi gli ingegneri, gli architetti, persone istruite, di cultura e la scuola deve rispondere a tutti questi figli, adeguarsi prontamente con insegnanti e professori più preparati; studiare richiede tempo e gli orari scolastici aumentano progressivamente.

Ecco che la scuola assume un ruolo fondamentale nella società come istituzione pubblica con la coscrizione obbligatoria imposta dalla legge Casati. Non bastano più le elementari, si aggiungono le medie, i licei, le università. Il suo ruolo prende corpo e si amplifica.

È il momento dell’assunzione di grandi impegni e responsabilità, il suo compito è di formare in modo adeguato gli allievi, prepararli a “entrare” in questa società complessa con le opportune conoscenze per rispondere alle nuove esigenze culturali e sociali in tutto il paese, non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli comuni, nelle frazioni e per questo abbisogna di un’organizzazione capillare adeguata.

Si tratta di un compito irto di difficoltà, poiché il sistema era stato il medesimo che il Piemonte aveva adottato per l’unificazione della penisola, ovvero sul modello del Regno di Sardegna di stampo“Sabaudo”. Modello che aveva incontrato subito notevoli problemi d’applicazione per lo scontro con culture e consuetudini molto diverse nella penisola, perché la rigida disciplina d’insegnamento di derivazione militare, non trovava proseliti al Centro, soprattutto al Sud del paese.

Tuttavia questo modello, se confrontato all’oggi, aveva grosse lacune. « La scuola materna non esisteva, era affidata all’iniziativa privata; mentre la scuola elementare, destinata alle sole classi popolari, era poi stata gradualmente prolungata a  tre, a sei e finalmente a otto anni ma non dava accesso ad altri studi; il ginnasio-liceo di otto anni, cioè la scuola media secondaria, destinata alle classi dirigenti, iniziava a undici anni, con un esame d’ammissione e accoglieva ragazzi istruiti in famiglia e anche alunni della quinta classe della scuola elementare che, attraverso l’esame, avessero dimostrato di poter affrontare studi ulteriori. Il ginnasio-liceo dava accesso all’università. Soltanto nell’ultimo mezzo secolo il nostro sistema scolastico, attraverso una lunga serie di trasformazioni era diventato unitario, addirittura unico da sei a dodici anni e si era poi articolato in modo da soddisfare tutte le esigenze moderne d’istruzione ». (Tratto da l’introduzione di Raffaele Laporta, dal volume  la “Storia della scuola” di Saverio Santamaita, ediz. Bruno Mondadori).  

Ma le società “complesse” costano, perché i servizi costano e occorre investire molto denaro nella scuola, perché essa possa guardare lontano e lo Stato deve essere pronto per operare insieme a politici intelligenti e ben preparati. Non dimentichiamo che nella storia istituzionale della scuola si riflette uno spaccato della storia italiana, che con fatica cercava di acquisire la coscienza di essere uno Stato.

Tuttavia, col tempo, lo sviluppo crea benessere ma nascono anche differenze che creano attriti fra le classi sociali. Inizia un periodo storico di conflitti in nome di un antipatico sostantivo: il “classismo”. Esso genera divisioni nella politica, subito la sinistra coglie il clima di tensione e interviene attraverso il sindacalismo che fa suo lo slogan: “lotte sociali”. Per le scuole italiane inizia un lungo periodo in cui l’istruzione, intesa come “sapere” cede il passo al grigiore della mediocrità.

Una data importante è il 31 maggio 1974, quando il Presidente della Repubblica Mariano Rumor emana i “decreti delegati”, che prevedevano l’entrata dei genitori nella gestione dell’organizzazione scolastica, anche nei programmi di studio. Il dibattito politico, aveva segnalato la necessità, nella scuola, di una più ampia gestione, democratica e condivisa. Sono stati questi decreti la causa del tracollo della scuola, intesa quale fonte d’istruzione seria. Subito i cambiamenti arrivarono; in ogni scuola si predisponeva un’aula atta alla bisogna. In realtà la funzione di questo locale era di una sede decentrata del P.C. che affiancava le Circoscrizioni della città.

Dopo una lunga battaglia, i comunisti avevano vinto ancora una volta.

Causa il virus Covid 19, la scuola ha viaggiato a ritroso ritornando nel pieno degli anni ’70, quando gli insegnanti regalavano il sei (6) di Stato; tutti promossi. Inoltre, tenendo conto delle attuali, precarie condizioni di salute, da quegli anni a oggi la scuola è ancora peggiorata. All’uscita dalla guerra i programmi scolastici del regime sono stati cambiati ma gli insegnanti sono rimasti, come sono rimaste le tracce lasciate dalle immagini del Duce e del Re sui muri. Tuttavia, contava docenti non di primo pelo, usciti da una dittatura ma culturalmente preparati all’insegnamento. Il sottoscritto nel’44 aveva sei anni e frequentavo la 1° elementare; rammento ancora i loro insegnamenti e quando li rivedo nelle foto provo un po’ di nostalgia.

Ricordo ai corti di memoria, che da circa sessant’anni, con la “nuova” Repubblica, i comunisti hanno fatto molta strada, per cui, nelle scuole di ogni ordine e grado, si è insegnato con docenti preparati con un modello d’istruzione prodotto da una sinistra di stampo “comunista” mirato a un livellamento; ossia di pianificazione verso il basso, (istruzione ma non troppo, insegna il partito), quindi abbiamo almeno due generazioni nutrite con questi principi e in costoro vige la cultura di gruppo. Niente competizione nella scuola, nella vita, nel lavoro, nello sport e il calcio è l’optimum, quindi, niente meritocrazia, la promozione è garantita, accesso alla vita senza ostacoli, problemi vari discussi in gruppo; sembra tutto facile, come fosse un gioco, lo è stato per anni; ma la realtà che si presenta oggi non è così, occorre volgere lo sguardo altrove e per i giovani capaci è meglio la fuga.

Intanto un altro dramma colpisce la scuola: lo “jus soli”, subito accolto dalle sinistre italiane.

(Ius soli (in latino «diritto del suolo») è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori). (Da Wikipedia).

Giuseppe De Lorenzo ci informa, con un vecchio, ma sempre attuale articolo del 28/09/2017 dal titolo; Lo spot allo ius nel libro di scuola:“Immigrati sono indispensabili”, da un libro dell’Editore Loescher di Torino, che è stato adottato da alcuni istituti italiani di scuole medie. Scrive De Lorenzo nella sua indagine:

«In questi anni infatti pare vada di moda sponsorizzare l’immigrazione sin dalla pubertà. Volete un esempio? Eccovi serviti. Prendete la collana “Zoom. Geografia da vicino” edito dalla Loescher Editore di Torino. I tomi scritti a tre mani da Luca Brandi, Guido Corradi e Monica Morazzoni vengono proposti per le scuole secondarie di primo grado (tradotto dal burocratichese: le medie). In prima si studia “Dall’Italia all’Europa”, in seconda “L’Europa: Stati e istituzioni” e in terza “I continenti extraeuropei”. Nulla da dire sulla qualità del prodotto. Sembra tutto nella norma, eppure sfogliandolo pagina dopo pagina si arriva a scoprire che presenta gli stranieri come una “indispensabile” risorsa per il Belpaese e che sponsorizza, velatamente, l’approvazione dello ius soli.

Vi chiederete: perché un testo scolastico dovrebbe spiegare ad un bambino di 11 anni che l’immigrazione è cosa buona e giusta? Risposta logica: non c’è motivo. Eppure succede. Acquistando “Zoom. Geografia da vicino” per la prima media, infatti, i genitori ricevono a casa anche un piccolo tomo intitolato “In prima!”, una sorta d’introduzione allo studio della materia. Alle pagine 31 e 32 gli autori hanno inserito alcuni esercizi in cui l’ignaro studente può provare a mettere in pratica i consigli su “come leggere i testi non continui” (tradotto: le tabelle). Il brano proposto è stato estratto dalla pagina 182 del “tuo libro di geografia” e non elenca le province dell’Umbria o i confini della Lombardia, ma parla di migranti (perché? Mistero). “Oggi l’Italia è il quinto Paese europeo per numero di residenti stranieri”, si legge. E ancora: “Secondo i dati dell’ultimo censimento 2011 (…) gli stranieri residenti in Italia sono circa 4,5 milioni, il triplo di dieci anni prima”. Ma il meglio arriva alla pagina successiva. La tabella viene divisa in due: da una parte la foto di un barcone carico di disperati “al largo delle coste italiane” (incredibilmente chiamati col loro vero nome: “Immigrati clandestini”); dall’altra il paragrafo intitolato Una presenza indispensabile. Il contenuto è un inno al pensiero unico: “Ormai quindi l’Italia è terra d’immigrazione e gli immigrati sono una presenza indispensabile, soprattutto in alcuni settori lavorativi come l’edilizia, il lavoro domestico, l’assistenza a bambini e anziani”. Manca solo il classico ritornello del “ci pagano le pensioni” per chiudere il cerchio. Ma per ora meglio puntare sullo ius soli: “La convivenza tra italiani e stranieri – si legge infatti – non è sempre facile e non sempre la legge italiana favorisce l’integrazione”. Che brutta cosa, penseranno gli studenti. E come mai la coabitazione è così complessa? Per via dei reati commessi dagli stranieri? Macché. Tutta colpa dell’assenza dello ius soli. “Ad esempio – spiegano gli autori agli ignari pargoletti – i figli di stranieri nati in Italia continuano a non aver diritto alla cittadinanza italiana, anche se vivono nel nostro Paese da sempre”. Molto commovente e di certo convincente per alunni che ancora non hanno sviluppato senso critico».

Se questi sono gli editori che producono “cultura”, ebbene, preferiamo le lezioni di un anziano capo tribù africano…

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TERZA PUNTATA – IL FEDERALISMO DI ASSAGO

In questo articolo viene presentato il progetto del Federalismo di Assago. Il tema del Federalismo è già stato trattato in questo blog con altri due articoli di approfondimento: Italia, timida voglia di autonomia e Italia, timida voglia di autonomia – APPROFONDIMENTO

Un progetto serio dimenticato: Il Federalismo di Assago. (tratto da Wikipedia).

Il decalogo di Assago è un documento redatto da Gianfranco Miglio con il contributo dei collaboratori della Fondazione Salvatori, presentato al secondo congresso della Lega Nord il 12 dicembre 1993 (che si svolse, appunto, ad Assago). Esso è costituito da una serie di punti atti al superamento della Repubblica italiana e la sua rifondazione su basi federali.

Il testo

Art. 1 – L’Unione Italiana è la libera associazione della Repubblica Federale del Nord, della Repubblica Federale dell’Etruria e della Repubblica Federale del Sud. All’Unione aderiscono le attuali Regioni autonome di Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e del Friuli-Venezia Giulia.

Art. 2 – Nessun vincolo è posto alla circolazione ed all’attività dei cittadini delle Repubbliche Federali sul territorio dell’Unione. Tale libertà può essere limitata soltanto per motivi di giustizia penale.

Art. 3 – Le Repubbliche Federali sono costituite dalle attuali Regioni, sia a Statuto ordinario che speciale; le Regioni a Statuto ordinario gestiscono le stesse competenze attualmente attribuite alle Regioni a Statuto speciale. Plebisciti definiranno l’area rispettiva delle tre Repubbliche Federali.

Art. 4 – Ogni Repubblica Federale conserva il diritto di stabilire e modificare il proprio ordinamento interno; ma in ogni caso la funzione esecutiva è svolta da un Governo presieduto da un Governatore eletto direttamente dai cittadini della Repubblica stessa.

Art. 5 – La Dieta provvisoria di ogni Repubblica Federale è composta da cento membri, tratti a sorte fra i consiglieri regionali eletti nell’ambito della Repubblica medesima. Secondo la Costituzione definitiva la Dieta sarà eletta direttamente dai cittadini. Le Diete riunite formano l’Assemblea Politica dell’Unione. La funzione legislativa spetta esclusivamente ad un altro Collegio rappresentativo, formato da 200 membri, eletti da tutti i cittadini dell’Unione e articolato in una pluralità di corpi e competenze speciale.

Art. 6 – Il governo dell’Unione spetta ad un Primo Ministro, eletto direttamente dai cittadini dell’Unione stessa. Egli esercita le sue funzioni coadiuvato e controllato da un Direttorio da lui presieduto e composto dai Governatori delle tre Repubbliche Federali e dal responsabile del Governo di una delle cinque Regioni che per prime hanno sperimentato un’autonomia avanzata, cioè quelle indicate come Regioni a Statuto Speciale, che ruotano in tale funzione. Le decisioni relative al settore economico e finanziario, e altre materie indicate tassativamente dalla Costituzione definitiva, devono essere prese dal Direttorio all’unanimità.

Art. 7 – Il Governo dell’Unione è competente per la politica estera e le relazioni internazionali, per 1a difesa estrema dell’Unione, per l’ordinamento superiore della Giustizia, per la moneta e il credito, per i programmi economici generali e le azioni di riequilibrio. Tutte le altre materie spettano alle Repubbliche Federali ed alle loro articolazioni. Il Primo Ministro nomina e dimette i Ministri i quali agiscono come suoi diretti collaboratori; la loro collegialità non riveste alcun rilievo istituzionale. Il primo Ministro può essere deposto dal voto qualificato dell’Assemblea Politica dell’Unione.

Art. 8 – Il sistema fiscale finanzia con tributi municipali le spese dei Municipi medesimi. Il gettito degli altri tributi viene ripartito fra le Repubbliche Federali in funzione del luogo dove la ricchezza è stata prodotta o scambiata, fatte salve la quota necessaria per il finanziamento dell’Unione e la quota destinata a finalità di redistribuzione territoriale della ricchezza.

Art. 9 – Nei bilanci annuali e pluriennali dell’Unione delle Repubbliche Federali deve essere stabilito il limite massimo raggiungibile dalla pressione tributaria e dal ricorso al credito sotto qualsiasi forma. Le spese dell’Unione, delle Repubbliche Federali, delle Regioni e degli Enti territoriali minori e di altri soggetti pubblici, non possono in alcun momento eccedere il 50% del prodotto interno lordo annuale dell’Unione. La Sezione economica della Corte Costituzionale è incaricata di vegliare sul rispetto di questa norma e di prendere provvedimenti anche di carattere sostitutivo.

Art. 10 – Le Istituzioni e le norme previste dalla Costituzione promulgata il 27 dicembre 1947, che non siano incompatibili con la presente Costituzione Federale provvisoria, continuano ad avere vigore, fino all’approvazione, con Referendum Popolare, della Costituzione Federale definitiva.

Conseguenze politiche

Il progetto venne fatto proprio dalla Lega Nord solo marginalmente: il segretario federale, Umberto Bossi, preferì infatti seguire una politica di contrattazione con lo stato centrale che mirasse al rafforzamento delle autonomie regionali.

Nel 1994 il professore lasciò il partito, non condividendone le scelte politiche. Nonostante ciò, moltissimi militanti e sostenitori leghisti continuarono a provare grande simpatia e ammirazione per il professore e per le sue teorie.

Il 12 dicembre 1993, il sottoscritto era presente alla presentazione del “Modello di Costituzione Federale per gli Italiani”. Un progetto per una nuova Italia non voluto da forze con radici oscure.

Modello di Costituzione Federale per gli Italiani

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SECONDA PUNTATA – LE AZIENDE E IL COMUNISMO IN ITALIA

Il tutto “italiano” improvvisamente. Una grossolana falsità in sole tre righe.

Il prodotto “tutto italiano”, come si affanna a comunicare la solita TV nei suoi spot pubblicitari, non esiste, non c’è; è sufficiente entrare in un supermercato o in una ferramenta per rendersene conto. Un’antica massima dice che la “menzogna ripetuta all’infinito si trasforma in realtà”.

Le aziende italiane un tempo prime nel mondo, oggi schiacciate o vendute.

Dopo oltre un trentennio di sistematica persecuzione sindacale alle imprese e l’incontrollato trapasso di molti nostri gioielli industriali a gruppi stranieri, i quali, attraverso le frequenti “ristrutturazioni”(che in genere prevedevano il taglio degli occupati) e ridotto le commesse al settore delle piccole, medie imprese e artigianato, hanno avuto, quale unico risultato finale un forte calo occupazionale (sempre contenuto dalla C.I.G.) e in molti casi, con la svendita dell’azienda da parte dei nuovi proprietari che, talvolta, prima di fuggire, tentano di appropriarsi del prezioso marchio.

Storia del partito comunista bolscevico

Tuttavia vanno riconosciute le colpe anche ai figli eredi di grandi industrie e a manager incapaci, senza una visione del futuro che, in definitiva, con la complicità della politica, hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale. Dobbiamo inoltre ammettere che alcuni grandi vecchi dell’industria non hanno trovato degni eredi e tantomeno manager capaci di gestire saggiamente le loro aziende. Due generazioni cresciute comodamente sotto l’ombrello dei padri fondatori, che alla loro scomparsa, in breve tempo, hanno preferito vendere a stranieri ingordi i gioielli di famiglia creati con enormi fatiche. E i sindacati? Costatando i risultati è meglio stendere un nero manto pietoso su costoro. “Nel nostro secolo, un paese che non possegga una grande industria manifatturiera, l’industria in senso stretto, rischia di diventare una sorta di colonia, subordinata alle esigenze economiche, sociali e politiche di altri paesi che tali industrie posseggono”. (Luciano Gallino). Ed è proprio quello che è accaduto.

La politica nei miti del comunismo italiano. Il Piemonte: ma com’è potuto accadere tutto questo? Lo vediamo in un breve excursus.

Nel 1946, il libro (di ben 500 pagine) di cui vedete la copertina, circolava in tutte le sedi del P.C. torinese, negli stabilimenti FIAT e in tutte le fabbriche e officine metal/meccaniche. Per gli operai era la bibbia che in quegli anni imperava.

 Il simbolo storico del Partito Comunista Italiano.

Soprattutto il primo dopoguerra è stato un’importante scuola di vita per quella generazione che la guerra l’ha vissuta. La molla che ha fatto scattare questa voglia di rinascita è stata la fine della dittatura e la riacquistata libertà. Il denaro del piano Marshall ha dato un notevole aiuto ma ha fare il salto di qualità sono state le idee, capacità di realizzarle e la grande voglia di riscatto del popolo italiano. Sino alla metà degli anni sessanta la macchina piemontese produceva lavoro a pieno ritmo e il “doppio lavoro” aveva creato benessere diffuso. Ricordo come fosse ieri il 6 maggio 1961, all’inaugurazione dell’esposizione internazionale per il centenario dell’unità d’Italia, quando noi alpini sciatori del “Battaglione Aosta”, in tuta bianca, sfilavamo orgogliosi in “ordine chiuso” di fronte al presidente Gronchi e ai vari ospiti europei e americani, allibiti e ammirati dal “miracolo economico italiano” operato in appena un decennio. Oggi ricordiamo quel giorno con in bocca l’amaro fiele della delusione nel vedere com’è ridotta l’Italia, senza nemmeno un esercito di leva da mostrare al paese i suoi giovani pronti alla difesa della patria. Oggi abbiamo si un esercito ma di disoccupati nullafacenti.

 

Simbolo del P.C.I

Dopo questo flash nostalgico riprendo la parabola “italiana” sul “lavoro” (ricordo che questo sostantivo va inteso quale attività produttiva in cambio di un compenso), soprattutto piemontese e torinese, luogo in cui si sono svolte le più cruente battaglie politiche, con morti e feriti.

Dopo quel periodo di grande fermento lavorativo arrivano gli “anni di piombo”, del 1967/68/69; in cui le battaglie sindacali e il partito comunista raggiungono il parossismo e la pura violenza con l’occupazione delle fabbriche, in particolare negli stabilimenti FIAT, dove il P.C. spadroneggia con i suoi sindacalisti,inneggiando allo sciopero.

Simbolo delle Brigate Rosse

Intanto nel 1969 nasce “Lotta continua” da una scissione all’interno del Movimento operai-studenti di Torino. L.C. è un movimento di orientamento comunista che trasforma la lotta in una sorta di guerriglia urbana, a volte in contrasto con il P.C.. Il movimento conta due giovani militanti morti; Walter Rossi, caduto durante scontri a Roma con dei neofascisti e il 1° ottobre 1977, durante una manifestazione antifascista, organizzata a Torino per denunciare l’assassinio di Roma, un gruppo di militanti incendia un bar ritenuto ritrovo di militanti di destra; nel rogo resta ferito Roberto Crescenzio, che morirà due giorni dopo per le gravi ustioni riportate.

Il braccio con pugno, simbolo di Lotta Continua.

Poi arrivano gli anni 1975/76/77, periodo che s’incrocia con il terrorismo assassino delle “Brigate Rosse”. In questi anni Torino era diventata un caposaldo comunista e il centro operativo della guerriglia più spietata da parte dei brigatisti. Costoro colpivano a morte avvocati coinvolti nei loro processi e poliziotti del N.a.t.(Nucleo antiterrorismo).

Il 28 aprile 1977 un nucleo armato di tre uomini e una donna uccidono il presidente dell’ordine degli avvocati Fulvio Croce;  il 16 novembre del 1977 colpiscono ancora con l’attentato mortale al   vice-direttore della STAMPA Carlo Casalegno, gambizzato e morto dopo 13 giorni di agonia. Continua la catena di uccisioni a Torino; il 10 marzo 1978, alla fermata del tram di Corso Belgio, a pochi passi da casa sua è ucciso a colpi di mitra e pistola il maresciallo Rosario Berardi. Il Berardi, in precedenza, aveva fatto parte del N.a.t., nucleo antiterrorismo torinese e impegnato nelle inchieste contro gruppi eversivi neofascisti quali Ordine Nero e Ordine Nuovo; era stato ucciso per vendetta o era per colpire lo Stato?

Ancora “Le Brigate Rosse” rapiscono Aldo Moro a Roma, poi ritrovato ucciso nella bagagliera di un’auto il 9 maggio 1978 dopo 55 giorni di prigionia.

Qualche opportuna informazione sul Piemonte rosso.

È stata la Regione che ha costituito da casa a una miriade di movimenti (circa un centinaio), quasi tutti con ideologie di estrema sinistra, comunismo, marxismo, operaismo, altri con queste dottrine un po’ altalenanti. Ne mostro alcuni, i più conosciuti. (Tratti da Wikipedia e Feedback).

Simbolo Terza Posizione

Terza Posizione
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

Partito Marxista, Leninista Italiano

Partito Marxista, Leninista Italiano
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

P.C. Internazionalista

P.C. Internazionalista
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

Partiti di sinistra comunista

Partiti di sinistra comunista
Immagine tratta da ilpartitocomunista.it

 

Uno slogan di Potere Operaio
Immagine tratta da www.starwalls.it

Questa “mostra” è all’insegna dei simboli politici di una Torino “comunista”.

L’enorme base operaia di Torino, in quegli anni poderosa città industriale unica in Italia, era stato il facile obiettivo su cui  mirare tutte le proteste e le cruente lotte sindacali/politiche del P.C e dei gruppi della sinistra estrema (periodo che va circa dalla metà degli anni ’60, ai primi anni ’80).

Il “lavoro operaio” si era trasformato in un’interpretazione filosofico/politica dei comunisti, del P.C. e dei movimenti di estrema sinistra italiani.

Costoro non vengono mai sconfitti, sono come un dolce veleno che uccide. La battaglia è quasi impossibile, perché devono essere annientati, ma anche così, qualche virus letale resta.

Serve un’opposizione durissima, aspetto che non si coglie nell’attuale, parolaia e inconcludente.

Il basso livello di scolarità imposto in quegli anni e una divulgazione capillare nelle fabbriche delle ideologie marxiste, sono i motivi che hanno prodotto i peggiori guasti nel sistema economico e nel mondo del lavoro in generale. Celebre una frase di Karl Marx I comunisti possono riassumere le loro teorie in questa proposta: abolizione della proprietà privata.” — Karl Marx.

Marx mostra con  agghiacciante chiarezza l’idea catastrofica del suo concetto politico.

La monarchia in Italia nata torinese/piemontese, ha prodotto, per logica condizione, disposizioni e leggi monarchiche relative al lavoro, d’altra parte era l’assolutismo di quel tempo, quale le altre monarchie europee. Monarchia e soprattutto il fascismo hanno variato questa “condizione”.

In periodo fascista la prima “Carta del Lavoro” è varata nel 1927. Si tratta di una derivazione della “Carta di Carnaro” del 1920, creata dall’interventismo dei “Fasci rivoluzionari di sinistra” e dalla quale furono escluse tutte le istanze democratiche/libertarie, poi riprese successivamente dalla Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.). Si rivelavano già i primi palpiti di una sinistra latente, viva.

Dopo laboriose trattative, anche da parte dell’antifascismo i Patti erano accettati e l’11 febbraio 1929 si firmavano gli accordi fra Stato e Chiesa detti “Patti Lateranensi”. Si compongono di due parti: la prima è il Trattato Internazionale con Roma capitale e riconosciuta la sovranità dello Stato della Città del Vaticano. La seconda parte è costituita dal “Concordato” che regola i rapporti fra Chiesa e Regno d’Italia.

“Nell’agosto del 1938, c’era stato un incontro in Svizzera tra un monsignore della Curia e due esponenti del Partito comunista in esilio; questi ultimi rassicuravano l’interlocutore che non avrebbero messo in discussione il trattato ma solo il concordato. Posizione, che nel 1943, sarebbe stata riconfermata dal comunista Giorgio Amendola al direttore dell’Osservatore Romano”.

La destra storica, trasformatasi nel 1882 nel Partito Liberale Costituzionale (P.L.C) è stato uno schieramento politico che ha governato ininterrottamente l’Italia dal 1849 al 1876.

La destra storica aveva dato alla neonata Italia, un’economia basata sul libero scambio. Un altro grave problema che affliggeva il paese, la difformità legislativa lungo la penisola, era stato risolto mediante l’accentramento dei poteri (accantonando i progetti di autonomie locali proposti da Marco Minghetti), estendendo la legislazione piemontese a tutta la penisola e dislocandovi in modo capillare le prefetture come strumento di governo.

Un aspetto politico da tener conto ma che dal dopoguerra non desta più stupore; con la nuova Repubblica, la Chiesa con il Partito comunista ha avuto costantemente uno stretto rapporto per la formula che li accomunava; per la Chiesa si usa la terminologia “potere temporale”, per il P.C. “potere indiscriminato”. Sono e rimangono due rovine per l’Italia.

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PRIMA PUNTATA – LA PANDEMIA

Edward Lorenz, matematico-metereologo, a seguito dei suoi studi, aveva coniato una metafora, diventata poi un’espressione di uso comune: “l’effetto farfalla”. In parole semplici spiega come un avvenimento di piccole dimensioni può diventare causa scatenante di un evento di enorme portata, esempio: “il battito delle ali di una farfalla a Parigi può scatenare un uragano in Messico o a Pechino”, è il senso della rivoluzionaria teoria del caos di Lorenz.

Spiega Lorenz: «L’effetto farfalla aveva un nome tecnico: dipendenza sensibile dalle condizioni iniziali…essa aveva un posto nel folklore:

Per colpa di un chiodo si perse lo zoccolo;

per colpa di uno zoccolo si perse il cavallo;

per colpa di un cavallo si perse il cavaliere;

per colpa di un cavaliere si perse la battaglia;

per colpa di una battaglia si perse il regno!

«Nella scienza, come nella vita, è ben noto che una catena di eventi può avere un punto di crisi in cui piccoli mutamenti sono suscettibili di ingrandirsi a dismisura. Ma il caos significava che tali punti erano dappertutto. Erano onnipresenti».

Prendo a prestito la metafora, quale termine di confronto, per dare un senso causale agli accadimenti che stiamo tragicamente vivendo, infatti, c’è una sorta di analogia con il “caso” Italia, ovvero; da un invisibile virus, alla pandemia.

Orbene, l’uragano di Lorenz può arrivare, ad esempio in Messico e colpire indifferentemente la baraccopoli messicana, costituita da abitazioni fatiscenti, senza servizi e assistenza sanitaria e fare disastri con distruzioni e morte, o una città ben costruita, organizzata e in grado di sopportare la violenza dell’uragano, quindi fare danni minori.

Il parallelo è sintomatico. Il nostro virus Covid 19 è oramai pandemia, semplicemente perché sono mancati o mancano i servizi essenziali e le strutture della Sanità pubblica attuale sono fatiscenti; tutto è affidato al caso e al volontariato, non siamo in grado di affrontare con decenza neppure la minima urgenza. La Sanità (come la scuola) è da decenni preda esclusiva delle sinistre, impegnate solo ad assegnare stipendi ai loro militanti e non posti di lavoro seri. Operazione che definisco: semina indisturbata della clientela politica. Questo sostantivo, pandemia, che sommata al mòlok dei disastri italiani perpetrati in tutti i settori della vita civile, nella politica, nel lavoro, nella TV pubblica, nel cinema, nello sport, ovvero il calcio, l’unico gioco concepito erroneamente sport; sono oramai endemici per il paese.

Manca un controllo efficiente del sistema geologico del paese, delle strade, dei ponti, ogni opera pubblica supporta le mafie o è opera di sfruttamento clientelare, tutto in funzione alle politiche della sinistra che non ha, ripeto non ha neppure una traccia d’idea costruttiva sulle politiche del lavoro d’iniziativa privata, non pubblica.

Il “sistema paese” è crollato di fronte a un assolutismo di Stato che, alla buonora, non è più possibile chiamarlo Stato; un potere “padrone di ogni cosa, delle risorse economiche, delle istituzioni, degli uomini e persino delle idee”. La democrazia, ormai defunta, è sostituita da una sorta di, totalitarismo all’italiana indefinibile che non è neppure bolscevismo. Non è possibile  formulare, un’ipotesi, tracciare una linea definibile nei folli comportamenti di questo governo.

Siamo quasi alla pari con la baraccopoli messicana: ci troviamo nel bel mezzo di un uragano che sta facendo terra bruciata dietro di sé. Imputabili sono i governi precedenti ma è quest’ultimo, del corrivo signor Conte che, amministratore della “bella” Italia, impone, con la sua maggioranza, una sorta di regime atipico che legifera senza controlli, divorando ogni risorsa materiale, finanziaria, scolastico/educativa, umana, disprezzando in modo offensivo la stessa identità storica degli italiani negando al popolo stesso persino la sua sovranità costituzionale. Tutto è svanito, perso, semplicemente perché non c’è stata, volutamente o meno, la capacità ma soprattutto un progetto per costruire uomini colti, intelligenti, politici d’esperienza, capaci e volonterosi. Manca il senso patrio, il voler bene al proprio paese, persa la sacralità del senso di appartenenza che, da oltre sessant’anni, la scuola e tanto meno in famiglia, nessuno ha più insegnato.

 

La R.A.I. ( circa 1700 dipendenti) degli italiani del Sud.  

Altro tema; la TV (nazionale?) spende miliardi di parole nel tentativo di coprire, mascherare il fallimento italiano. I commentatori RAI costretti a leggere bollettini precompilati, mentre mediocri cantanti, comici e attori, un vero esercito di comparse asservite e pagate dalla TV di Stato, ciarlano instancabili nel loro linguaggio italo/romanesco di una volgarità tale che mostra a quale grado di decadenza si è giunti.

L’uso e l’abuso senza ritegno della televisione politica nel condurre tutta l’operazione COVID 19, evidenzia in primis, un’azione mirata a far propaganda pro domo sua e di seguito per impartire a ritmo serrato una miriade di “melliflui” consigli bonari, trattando i cittadini quali semianalfabeti e imbecilli. Lo stile è elementare ma diretto, sottilmente insinuante, che crea panico, fatto con tale glaciale premeditazione da escludere ogni dubbio agli ingenui benpensanti.

Inoltre rivolgo l’attenzione a una questione di equa parità; tenendo conto di quanto il governo predica l’italianità, si ricordi che la R.A.I. è una struttura nazionale, ovvero italiana e non a solo uso e consumo del Sud e Napoli non è la capitale d’Italia.

Comunque, come ben si sa, tutte le reti RAI sono monocolore (vecchio termine adottato da Fanfani), vale a dire, rosse, del P.D. Una conquista di quel partito acquisita col tempo senza il minino ostacolo, mentre le opposizioni, forse, erano in altre faccende affaccendate.

Gli italiani devono svegliarsi dal torpore che li avvolge; aprite gli occhi; canti, balli, giochi dai balconi, sono cose di altri tempi, oggi non servono. Cerchiamo di essere adulti maturi.

Sono oramai tre mesi che dal piccolo schermo continua l’implacabile, assordante richiesta di denaro rivolta ai cittadini per “aiutare” centinaia di fantomatici enti, associazioni, fondazioni create all’uopo, persino la protezione civile e la storica Croce Rossa. Crescono in media di due o tre la settimana e su questo fatto sarebbe urgente fare un’indagine governativa. L’arrogante millanteria dei governanti ha oramai raggiunto livelli indecenti, dimostrando, alla parte onesta del paese, chi sono costoro ai quali il signor Mattarella, ribaltando con un colpo gobbo il risultato delle votazioni politiche, ha ridato il potere. I cospicui prestiti europei in miliardi, arrivati o da arrivare servirebbero alla nostra disastrata Sanità. Non abbiamo più nessuna fiducia in questa Europa, tuttavia speriamo che sia almeno attenta alla strada che prenderanno i fondi, poiché abbiamo sentore che verranno bruciati in un battito di ciglia per finanziare mafie ingorde, associazioni, e pagare stipendi a personale mal gestito e già in esubero. Ricordo par pari, l’esecrabile “diritto di cittadinanza” una legge ignobile per lo sperpero insensato di denaro distribuito a piene mani e senza opportuni controlli nel “mucchio” e non a chi lo merita veramente e ne abbisogna.

Intanto la TV insiste; non uscite, state in casa, è la filastrocca scritta e parlata che continua martellante. Abbiamo persino letto e sentito una dichiarazione in TV di questo Papa comunista. Nelle sue omelie ha aggiunto una preghiera per il governo. A questo punto, dovrebbe spiegare ai suoi credenti se quest’atto ha un significato “politico” o religioso. Lo spieghi pubblicamente a tutti.

 

Virus Covid 19

Questa epidemia, codificata Covid 19 e iniziata con il 1° caso il 21 febbraio 2020, è stata affrontata dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con l’autorità di cui si è proditoriamente impossessato, in modo disorganico, caotico; ordina, comanda a parole e azioni, delibera severe direttive, decreti, protocolli, leggi e chissà cos’altro sta preparando. Tuttavia, con arguzia ha prontamente capito che il virus è un’occasione unica per consolidare il suo potere in modo indefinito e con qualsiasi mezzo, può farlo, perché nessuno lo contrasta.

Qual è la costante preoccupazione di costui per gli italiani? Le ferie, le vacanze, il turismo.  Settori di tutto riguardo ma occupano il campo dei “servizi”, che significa “non produttivi”. Il cittadino deve spendere per usufruirne, poca attenzione invece a chi produce e crea profitti ossia: alle aziende, alle imprese, all’artigianato, alle fabbriche superstiti. Gli aiuti in denaro, in questo triste periodo, sono indispensabili, ogni giorno si parla di soldi, piogge di miliardi; vedremo dove andranno a finire, se arrivano. Tuttavia per il futuro serve ben altro; il governo deve tutelare le aziende ma non ha la capacità, tanto meno l’esperienza di farlo, perché servono persone di idee liberali, che mancano.

L’insufficiente conoscenza della realtà presuppone a un processo cognitivo di tutte le attività produttive del lavoro; un ribaltamento dei rapporti tra Stato e aziende; un’equa tassazione, finalmente una riforma seria del sindacato, non politico ma rivolto a una vera tutela dei lavoratori. In fin dei conti il “settore servizi”; turismo, servizi alla persona ecc. sono di grande importanza fintanto che c’è un cliente che guadagna e spende. Oggi abbiamo un esempio; con la crisi, concausa il virus, si produce poco o nulla e si spende poco o nulla. I numeri non mentono; “La matematica non è un’opinione”, è sempre una “costante matematica”. Urge ritornare al “libero arbitrio”.

Questo governo di pericolosi apprendisti, barricati dietro uno statalismo accentratore, poi  tradotto in un assolutismo sovrastatale dei poteri finanziari europei che dominano quelli nazionali oramai inerti. Deve cambiare totalmente politica nei comportamenti, oppure andarsene, altrimenti sparire velocemente, prima che succeda l’irrimediabile disastro.

 

Sulla normativa delle vituperate “seconde case”, dove il caos è perfetto.

Ma il signor Conte, forse, non conosce nulla della variegata compagine italiana con la quale ha a che fare, ed ecco che arrivano le prime “cantonate” a partire dall’encomiabile coraggio della presidente della Regione Calabria Jole Santelli; una donna eccezionale. Un’iniziativa che l’Italia delle Regioni dovrebbe imitare fin da subito ma non credo lo farà. La signora Jole pare rischi l’incriminazione, perché la disobbedienza è reato (un reato per sopravvivere?) e magari incarcerata in una delle celle svuotate dai capi mafia liberati dal pietoso e solidale governo.

Le “seconde case”, (oggi è un tipo mercato immobiliare a deficere) sono l’indicatore del benessere, quando l’utilizzo è rifugio vacanziero. Tuttavia molte di esse (cascine con orti e terreni) sono frutto di eredità di famiglia, la quale deve operare una costante, costosa manutenzione, fatta, in genere dagli anziani, perché i giovani preferiscono impegni meno gravosi e faticosi, per cui, questo tipo di “seconde case” si trasforma in un peso. L’abbandono forzato, anche parziale imposto dall’imperversare del virus, è dannoso e purtroppo, con i casi di razzie dei ladri costituiscono un doppio danno. Questa proibizione obbligatoria, fatta con buona intenzione ma imposta “nel mucchio”, come usa fare questo governo, ha provocato diseguaglianze, notevoli costi e disagi; oltre all’abbandono delle coltivazioni si aggiunge il ladrocinio perpetrato da ignoti.

Che fine ha fatto il mercato immobiliare? Non ha più mercato, un altro settore allo sbando perché non ha più regole, sogghignano gli speculatori e sono molte le agenzie (quelle superstiti) che sopravvivono grazie alla gestione degli affitti.

 

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Per non morire italiano in questa Italia

Dicembre 2018 – Gennaio 2019

Non quivi morir oltre il tempo che mi resta
e manco in questo sonno plaudir giorni di festa.
Vetusto è il mio tempo che mira a salir sul monte;
altro Pia-mont desìo, ond’eloquir con gens d’altra fonte.

 

Una rissa quasi giornaliera in parlamento che coinvolge i deputati italiani. W l’Italia!!! Immagine tratta da www.linkiesta.it

Essere italiano? No grazie, essere presi in giro da un circo assordante, volgare e costoso, com’è diventata RAI 1, con presentatori, attori men che mediocri e cantanti napoletani sfiatati, ad esempio nell’impresentabile concerto organizzato per la festa dell’Epifania? No grazie.

In quel concerto non esisteva niente dello spirito nazionale, italiano; era la festa di Napoli e basta, come altre decine di volte è Napoli a parlare e cantare in TV. Almeno si cantassero le vere canzoni napoletane, quelle quasi sussurrate con sentimento e maestria canora da uno fra i grandi poeti, Roberto Murolo: lui si ascolta sempre con gioia. “Lasciate cantare sempre e soprattutto il cuore…” erano le sue belle parole.

Ora veniamo ad altri fatti con problemi seri.

“Stime di crescita dell’Italia”; queste parole, sono poste a premessa in discorsi pubblici e interventi televisivi ogni qualvolta si tenta di omettere lo stato disastroso, oramai insanabile, dell’economia italiana, con il Piemonte in testa e a farlo è, di solito, il presidente del consiglio sig. Conte. Un altro individuo di facile loquela, chissà, forse un genio in Economia, è il signor Stefano Buffagni, che è nientemeno il nuovo vice-ministro allo sviluppo economico. Si tratta di un altro sagace membro del PD collocato a “salvaguardia” dei posti di lavoro…superstiti; ma ancora per poco. Costui, con piglio sicuro e lungimirante dichiara, con raffinata eloquenza, che sistemerà tutto in quattro e quattr’otto. E non è finita, un altro, addirittura un senatore, il signor Alessandro Alfieri, sempre del PD, illustra in un dibattito in TV improbabili programmi ambiziosi all’ammutolito parlamentare Alberto Gusmeroli della Lega NORD. La faccia di bronzo di questi comunisti del PD non pone limiti alla loro loquela forsennata, incalzante, vuota, irreale, poiché costruita su menzogne. Forse l’arroganza di costoro fa passare in silenzio che il loro governo, è appena il caso di ricordarlo, rappresenta l’esatto contrario, del voto democratico del popolo, ed è proprio il presidente della repubblica, signor Mattarella, che con la complicità dei comunisti vecchi e nuovi ha provocato tale grave azione sovversiva.

Egli, di fronte agli italiani, è il principale responsabile della spaventosa crisi in cui è precipitato il paese, oramai imbelle e completamente in balia ai ricatti di un’Europa corrotta. Essa è da anni e anni complice indisturbata con i poteri occulti della politica e del nuovo schiavismo su uomini, donne e bambini, i più sfruttati in modo ignominioso dalle TV, senza che una sola voce si sia alzata a urlare il proprio sdegno di fronte alla mercificazione delle più orrende malattie, della miseria, delle oscenità e crudeltà, che con la maschera di associazioni benefiche; esse sono delle vere e proprie organizzazioni criminali. Tutto questo ha portato l’Italia, facile preda, sulla strada dell’oramai prossimo fallimento, se non si attua una rapida inversione di rotta.

Noi cittadini piemontesi ultra-ottantenni, eravamo fortemente impegnati, nel decennio del “miracolo economico”, a produrre lavoro per tutti e in tutti i settori possibili.

Purtroppo la situazione politica negli anni ’60 / ’80 era degenerata, ritrovandoci, nostro malgrado, a lottare contro forze eversive quali “Lotta continua”,  i comunisti del PC (oggi PD), con il segretario confederale della C.G.I.L. Luciano Lama, un vero esercito di politici corrotti, manager inetti e sigle sindacali di dubbia provenienza, con mire politiche di ultra-sinistra ben lontane dai bisogni dei lavoratori.

Oggi ci ritroviamo, sembra impossibile, a viaggiare a ritroso negli anni bui del ’60/ ‘70 ma a dover vivere, al presente, in una realtà drammaticamente peggiore.

Siamo esterrefatti nel costatare l’indifferenza, il mutismo, quasi l’assenza degli italiani, come non esistessero. La massa- critica, che è il perno sul quale muove e si misura la forza, la determinazione di un popolo a lottare per la propria libertà, è completamente inerte. Le opposizioni politiche, in verità, non sono di certo meglio; si dimostrano distratte, troppo morbide e poco affidabili, per cui concordo in toto con una massima che dice: “Un popolo incapace di lottare per la propria libertà, non avrà mai un futuro; il suo destino è di essere servo e schiavo, sempre”. Questi sembrano essere diventati i piemontesi e gli italiani in generale nell’Italia d’oggi.

Ecco qualche fatto concreto.

Il 22 febbraio 2014, il giornale tedesco Frankfurter Allgemeine pubblicava un articolo, di cui riporto la prima parte.

“La FIAT abbandona l’Italia, ma questo non interessa quasi a nessuno. Cosa succederebbe invece negli Stati Uniti se la General Electric trasferisse la sua Sede in Olanda, o come reagirebbe la Gran Bretagna se Vodafone traslocasse a Zurigo, si chiede il piccolo giornale di intellettuali della destra “Il Foglio”. L’approccio pragmatico degli anglosassoni condurrebbe a meditare su ciò che manca al loro Paese e quale fascino verso l’estero abbia subito un Gruppo così grande, fino ad abbandonarlo. In un tale Paese, senz’altro verrebbe subito promulgata una legge con il fine di trattenere Gruppi economici in Patria, affinché desistano dal delocalizzare. La decisione della FIAT rappresenta “uno schiaffo dell’economia globale all’interpretazione italiana della modernità“, recita il piccolo quotidiano, che viene finanziato tra l’altro anche da Silvio Berlusconi, che in economia politica non ha mai avuto la sufficienza”.

Questi “combattivi sindacati”, che per decenni hanno messo in croce il mondo del lavoro, dov’erano in quel frangente? Trattative segrete? E se così fosse, perché? Noi cittadini inconsapevoli possiamo solo costatare i risultati finali: la FIAT a l’ha aussà le sòle, direbbe un piemontese, che vuol dire: è fuggita con baracca e burattini. Ed è ancora il Piemonte, da oltre un secolo e mezzo “fabbrica” del lavoro in Italia, a pagare oggi il prezzo più alto, perdendo quasi all’improvviso una fetta importante (35% c.a) dell’indotto auto (non solo) e dei suoi tecnici, che in quanto a capacità ed esperienza nel settore, sono i migliori al mondo.

Comunque questi terribili sindacati li vediamo ancora oggi in azione, impegnati più che a tutelare i lavoratori disoccupati o quasi, intenti a urlare invettive contri i “padroni” sventolando patetici simulacri pseudo sindacali dai colori vivaci (come negli anni ’60/ ’70).

Sono tattiche oramai vecchie di sessant’anni e nel concreto, inutili, se teniamo conto che queste aziende sono, nella quasi totalità, state vendute o svendute a stranieri, i quali, con bon deuit, che vuol dire “con molto garbo” temporeggiano, avendo già deciso a priori la fuga dall’Italia.

Allorché il governo Conte, abile affabulatore recita imperturbabile la sua commedia, gli eventi negativi si susseguono incalzanti a valanga e a dimostrarne l’evidenza, se ce ne fosse ancora bisogno, della promessa cardine su cui verteva la politica di questi pericolosi “pentastellati”, ossia quella della riduzione dei parlamentari, è naufragata miseramente in parlamento.

Ormai nulla fa più scandalo nei comportamenti di costoro, che con i compagni del PD, hanno perso ogni misura negli atti, nei valori, nella dignità stessa di uomini ma soprattutto nella palesata, irridente arroganza di fronte a cittadini di un paese che nelle libere consultazioni politiche li ha sonoramente bocciati. A questo punto la domanda ricorrente è: siamo ancora in democrazia? Oppure ci ritroviamo con una sorta di governo d’incapaci che vuole solo e unicamente il potere? Siamo in assetto di una controriforma autoritaria? Orbene, le opposizioni cosa fanno e cosa aspettano ad agire con gli stessi metodi che, par loro, meritano questi individui?

A seguito riassumo in breve non la crescita dell’Italia ma una spaventosa decrescita; una minima parte della situazione occupazionale corrente in aziende in crisi o prossime alla liquidazione.

La Hydrochem di Pieve Vergonte (è svizzera?).

La Pernigotti di Novi Ligure è della multinazionale turca Toksöz dal 2013.

La Comdata di Ivrea. Per ora pericolo rientrato ma in futuro? (Aprile 2019).

La Abet di Bra. Un’azienda in crisi. Un centinaio di dipendenti ancora a rischio.

La Comital-Lamalù di Alessandria. Aziende chiuse da tempo; va ai cinesi?

La RotoAlba. La tipografia albese è in bancarotta; un crac da 15 milioni di Euro.

La Alessi di Omegna in crisi: ha ceduto il 40% del capitale all’inglese Oakley?

La Piaggio di Albenga in crisi; trascina la Laerh e la ex Fruttital. La C.I.G. trionfa.

La Barilla di Moretta è passata alla RANA, che è già degli svizzeri.

Cartiere Burgo di S. G. di Duino; una crisi infinita causa manager, dirigenti, sindacati e politici di nuova generazione incapaci nella gestione aziendale.

Aggiungo per corretta informazione; la Ventures, Artoni, Manital, Pilkington Italia, Mittal, Csp e molte altre che lo sgomento m’impedisce di elencare.

Soffia il vento della crisi alle fabbriche Mahle di Saluzzo e di La Loggia… – Immagine tratta da www.corrieredisaluzzo.it

Soffia il vento della crisi alle fabbriche Mahle di Saluzzo e di La Loggia… – Immagine tratta da www.lastampa.it

Tuttavia La Mahle è da evidenziare. Si tratta una grande azienda tedesca che produce componenti per auto in due stabilimenti; uno a La Loggia e un altro a Saluzzo. In un incontro con i sindacati l’azienda ha comunicato la chiusura di questi due stabilimenti che occupano c/a 450 dipendenti, i quali, detto senza tanti fronzoli, si troveranno disoccupati. Tuttavia, voci ben informate, parlano di “trasferimento” delle due fabbriche in Polonia, paese nel quale operano già innumerevoli aziende stranere ma anche italiane, di media e grande dimensione, perché gli scopi sono principalmente due; in Polonia si lavora di più e con costi notevolmente inferiori.

Ma i motivi di fondo sono ben più complessi e investono e colpiscono paesi deboli, con economie traballanti, con poca o nessuna capacità di reazione e visione chiara per investimenti futuri. Tutto il Nord d’Italia, pur con un Piemonte in profonda crisi e con imprese in chiusura o in fuga, è ancora la parte industriale del paese con qualche probabilità di rimettersi in cammino.

Nel mondo dell’automobile è in corso un rapido cambiamento di “visione strategica”: il motore elettrico che, con tutta la sua componentistica, sostituirà, in un prossimo futuro il diesel, con relativa reimpostazione della produzione e di prodotto.

Per quanto riguarda la FIAT, che va a braccetto con la Peugeot, non c’è nulla da festeggiare, come fanno i soliti stolti chiacchieroni; intanto ha cambiato nome e casa e con una ben studiata programmazione, passo dopo passo, se ne va dall’Italia.

«Il segretario generale della FIM CISL Piemonte Claudio Chiarle, afferma che “la crisi dell’automobile in Piemonte ha avuto un calo dell’80% in 10 anni e non si ferma; dopo l’ex Embraco, la Olisistem e la Lear non risparmia nemmeno la Mahle. Considerando un rapporto da 1 a 3 sull’indotto, abbiamo c/a 20 / 25 mila posti di lavoro a rischio”.

Motore ibrido modulare Mahle, può tagliare emissione e costi… – Immagine tratta da gds.it

L’impatto soprattutto sull’automotive è forte, ed è dato anche dal rallentamento dalle economie francesi e tedesche, per cui l’export automotive rallenta».

Il segretario generale Fismic Confsal Roberto Di Maulo fa una stupefacente considerazione: “Va impedito alle multinazionali di considerare il territorio italiano come un limone da spremere, intervenga subito il ministro Patuanelli”.

(Tratto da TorinoTODAY sezione Economia).

 

La dichiarazione di questo segretario è talmente ridicola da far trasecolare.

Mi permetto di ricordare a costui che è oltre un quarto di secolo che le multinazionali agiscono indisturbate nel nostro paese, per cui vale sempre l’antico proverbio contadino che dice “ è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”.

Negli anni ’90 ero vice-presidente della Confartigianato Torino e impegnato in costante lotta con la Triplice (CGIL; CISL; UIL), poiché tentava di entrare nel mondo artigiano con i suoi sindacalisti (Tentativo poi fallito). Ho avuto modo di conoscere questa gente, i cui obiettivi erano soprattutto politici di una sinistra dura. Infatti, costoro agivano in molte aziende minori e medio/grandi da sobillatori, incitando i lavoratori a scioperare. Nel terribile periodo anni ‘60/75, questi fatti erano prassi normale, per cui, molte aziende con titolari anziani e stanchi che lasciavano la barra di comando in mano a figli o nipoti sovente inesperti, erano impreparati a uscire da situazioni contrattuali molto complesse, quindi facile preda di questi sindacalisti senza scrupoli. Il passo successivo era breve; tentati dalle offerte allettanti di compratori stranieri, alla fine, vendere l’azienda era un affare.

Iniziava a profilarsi quello che oggi è una fatale realtà, ossia, il dramma dei gioielli del lavoro piemontese e italiano creato con fatica e sudore da persone determinate e capaci, venduti a stranieri non sempre onesti.

Oggi paghiamo sulla nostra pelle la mancanza di quel senso di appartenenza o, se usiamo un termine desueto, di “patriottismo”, verso il paese ma soprattutto costatare nelle nuove generazioni, eredi d’importanti patrimoni industriali, l’assenza di quell’attaccamento, quella forza di carattere, quella continuità indispensabile e fecondità d’idee per il futuro delle loro aziende cosiddette “di famiglia”.

È difficile riportare un popolo abbandonato a se stesso, al senso civico, al dovere, al serio impegno per il lavoro, non preteso come un diritto e svolto di malavoglia quale noiosa occupazione, ma un bene prezioso guadagnato in un regime meritocratico.

Non è un’operazione semplice; dopo sessant’anni e più di logoramento dei valori, dei principi morali, etici, del senso del dovere e in un clima di disordine generale. Ritrovare in noi, verso gli altri la vera solidarietà utile al nostro paese, lasciando da parte quella imposta da politici ignavi e corrotti, da un Papa simulatore, bugiardo e insofferente, non prete del suo dio ma un piccolo uomo che recita stancamente quello che non è e non sarà mai.

Ricordate la frase detta da un grande uomo qual’era Giovanni XXIII nel suo discorso “alla luna?” “Tornando a casa date una carezza ai vostri bambini e dite che questa è la carezza del Papa “. Questo era un Papa.

 

In chiusura alcune considerazioni sulla manovra fiscale.

Una manovra da 29 miliardi per il 2020, di cui 23 da destinare al disinnesco delle clausole di salvaguardia per non far aumentare l’IVA ed altre risorse assorbite da adempimenti obbligatori (tipo il rifinanziamento delle missioni all’estero), lascia uno spazio effimero per agevolare la crescita ed invertire il trend di stagnazione dell’economia. In effetti, se la Legge di Bilancio confermerà questo impianto programmatico, possiamo solo parlare di manovrina che, ben che vada, tamponerà l’esistente e rimanderà ai prossimi anni le azioni per dare un serio impulso allo sviluppo. Non saranno certamente i 2-3 miliardi di riduzione del cuneo fiscale che agevoleranno il processo di crescita. C vorrebbe ben altro.

Men che meno si può parlare di una manovra atta a favorire il miglioramento delle condizioni sociali della popolazione, dato ché, a parte qualche affermazione di principio condivisibile, c’è poca traccia d’interventi a favore delle famiglie più svantaggiate, della disabilità, delle pensioni basse, dell’equità nella distribuzione dei redditi.

Certamente le condizioni della nostra economia e della nostra finanza pubblica e l’eredità ricevuta dal precedente governo lasciano pochi margini di manovra

– considerando anche che l’Europa già ci concede di portare il deficit al 2,2% – però

indubbiamente doveva e poteva essere fatto di più con iniziative più coraggiose e con accordi nell’ambito della maggioranza di Governo che uscissero dalle logiche degli interessi di partito ed elettorali e fossero più consoni agli interessi generali del paese.

(Tratto da – Persone e Società – ANAP Confartigianato)

 

Ultima notizia al gelo.

Auchan si congeda dall’Italia; 1600 punti vendita alla Conad.  Ristrutturazione aziendale con taglio dei dipendenti?  Di questi tempi è molto probabile; in questa Italia non esistono più certezze, tanto meno fiducia.

 

Carlo Ellena

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Una minima parte della “tragedia italiana”

Questo articolo, ricondiviso da Carlo Ellena illustra una minima parte della “tragedia italiana”, fatti che i cittadini non sanno e che dovrebbero sapere . E’ un loro dovere informarsi e se non lo fanno, per palese pigrizia, come oggi dimostrano, ne diventano corresponsabili, compresi gli ingenui “alloglotti”.
Il nuovo governo Conte ha ridato il potere al PD (i comunisti), partito maggiormente responsabile della “tragedia italiana”, già iniziata nel primo dopoguerra e oggi giunta oramai a un livello che possiamo definire irreversibile.
Tutto questo succede nel paese di un grande piemontese che si definiva con orgoglio italiano, perché credeva testardamente nell’Italia : Luigi Einaudi.
Un’offesa inaudita al suo lavoro e alla sua memoria.

Immagine di Daniele Mizzoni: Manipolazione – tratta da danielemizzoni.blogspot.com

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Sulla Legge di Bilancio, pensioni e “quota 100”

Riporto in toto uno studio minuzioso di Roberto Brambilla sulle nuove regole contenute nel maxiemendamento alla Legge di Bilancio 2019.

Un articolo che illustra il nuovo sistema assistenziale introdotto per legge ma già diffuso da decenni dai governi d’ispirazione comunista; ora, con la nuova Legge, si è aggiunta la pretesa che questa, creerebbe “posti di lavoro”. La sciagurata logica statalista dei “penta stellati”, mirata a ingigantire il debito pubblico a tutti i costi, è uno scriteriato pretesto politico e non una misura utile al mondo del lavoro; altro che meritocrazia e senso del dovere! Il futuro dei nostri giovani (se l’avranno) sembra già fatalmente compromesso.

 

Editoriale di Roberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, su il punto Pensioni & Lavoro del 20.12.2018. Inserto sul giornale di gennaio 2019 n° 27 di PersoneSocietà – della Confartigianato ANAP di Roma.

Nel nostro paese, nel 2018, sono in pagamento circa 23 milioni di prestazioni pensionistiche, di cui beneficiano circa 16 milioni di pensionati, il che vuol dire che ogni pensionato percepisce 1,433 pensioni (quasi un assegno pensionistico e mezzo a testa). Sul totale delle prestazioni in pagamento poco più di 8 milioni (il 35%) sono pari a 1 il minimo (circa 508 euro al mese per 13 mensilità): di queste, quasi 6 milioni (il 75%) sono totalmente (circa 2 milioni) o parzialmente (4 milioni) assistite e finanziate dallo Stato attraverso la fiscalità generale (cioè, nella pratica, da chi paga le imposte). Tra 2 e 3 volte il minimo ci sono altre 10,65 milioni di pensioni (il 46%); da 3 a 4 volte il minimo ce ne sono altre 2 milioni; in totale fanno 20,62 milioni su 23 milioni totali (90%).
Per avere una pensione al minimo bastano 15 anni di versamenti contributivi su un normale stipendio contrattuale. Significa quindi che in 66 anni di vita questo 75% di pensionati non ha versato nemmeno questi contributi e non ha pagato quindi un euro di tasse; pochi contributi e imposte anche per quelli fino a 2 volte il minimo. Si tratta di un numero di pensioni molto alto se si pensa che nei paesi Ocse il tasso fisiologico dei soggetti “sfortunati” per motivi psicofisici o dipendenti da eventi particolari non supera il 10/12% degli aventi diritto.
In questi paesi i controlli fiscali contribuiscono, peraltro, a contenere questo fenomeno eliminando gran parte delle elusioni fiscali e contributive e riducendo il livello di economia illegale, che Istat stima per l’Italia pari al 13% del PIL (210 miliardi di euro circa). Secondo altre istituzioni, questo valore potrebbe arrivare addirittura fino al 25% del PIL. Con il maxiemendamento alla legge di bilancio per il 2019, è stata proposta una modifica al meccanismo di indicizzazione delle pensioni che prevede la rivalutazione completa solo per i trattamenti fino a tre volte il minimo. Il governo del cambiamento ha proposto una delle peggiori e bizantine indicizzazioni in termini di equità: rivalutazione del 100% dell’inflazione (1,1% l’incremento sulle pensioni per il 2019) per il 18,67 milioni di pensioni fino a 3 volte il minino (1.524 euro lordi) di cui, come abbiamo visto, un terzo sono totalmente o parzialmente assistite. I percettori di queste prestazioni fanno parte del 44,92% di italiani che in totale pagano solo il 2,8% dell’Irpef totale (cioè nulla). Sulle pensioni frutto di contributi realmente versati, i più fortunati sono quelli che prendono tra 4 e 5 volte il minimo, la cui pensione verrà rivalutata non per scaglioni (come avviene per la progressività fiscale) ma sull’intero importo al 52% tra 5 e 6 volte il minimo, al 47% tra 6 e 8 volte, al 45% tra 8 e 9 volte, e al 40% oltre le 9 volte; in pratica metà inflazione. Questi pensionati rientrano nel “club” del 4,36% di contribuenti che versano il 36,52% di tutta l’Irpef; aggiungendo anche i pensionati tra 4 e 5 volte il minimo, la cui rivalutazione è pari al 77% dell’inflazione, si arriva al 12,09% di contribuenti che però versano il 57,11% di tutta l’Irpef. Supponendo un’inflazione media dell’1,1% e un periodo di fruizione della pensione di 20 anni, la riduzione dell’indicizzazione 2019 al 50% è pari a una decurtazione del potere d’acquisto di 0,5% l’anno che, capitalizzata, porta la riduzione a fine periodo a oltre il 12%. A questa perdita si assommano quelle del biennio successivo.
Ma la guerra ai pensionati non finisce qui; infatti per quanti percepiscono assegni superiori a 100.000 euro lordi l’anno (circa 60 mila euro netti l’anno, non proprio dei nababbi) è pure previsto, per la durata di 5 anni, un taglio lineare delle pensioni (si veda tabella 1). «L’operazione è stata presentata come una riduzione della parte di pensione non coperta da contributi – puntualizza Brambilla – ma in realtà come evidenziato dall’Approfondimento a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali sul ricalcolo delle pensioni oltre i 4.500 euro netti al mese, è un taglio senza alcuna logica. Infatti, le pensioni maggiormente avvantaggiate dal metodo retributivo, come dimostrato anche da uno studio di Stefano Patriarca, sono quelle intermedie fino a 3.500 euro. Stiamo cioè parlando di pensionati che fanno parte di quel 4,36% di contribuenti che mantengono il restante 46% della popolazione (a proposito, per quest’ultimo gruppo, con riferimento ai costi della sola sanità, occorrono circa 50 miliardi l’anno a carico di redditi e pensioni definite dai gialloverdi “d’oro”)».
Infine, se è vero che oltre il 60% delle prestazioni assistenziali che godono della rivalutazione totale e potrebbero addirittura beneficiare dell’incremento relativo alle cosiddette “pensioni di cittadinanza”, sono pagate al Sud, lo è altrettanto che circa il 70% delle pensioni tagliate e poco indicizzate stanno al Nord. Il grosso rischio della “guerra delle pensioni” e delle pensioni di cittadinanza, è quello di aumentare le pensioni basse e assistenziali, i cui maggiori beneficiare sono spesso “furbi”, elusori ed evasori, persone che sfruttano il lavoro nero e foraggiano l’economia illegale. Anziché premiare il senso del dovere, dello Stato e il merito, assistiamo a un trasferimento forzoso di risorse da lavoro, a assistenza e da Nord a Sud: un ottimo risultato per la Lega (ex Nord). Con un costo per la collettività e per lo sviluppo del paese, spaventoso.

Due anziani che vengono invitati ad andare a lavorare

Riforma pensionistica
Immagine tratta da lasvolta2017.com

Nelle due tabelle sottostanti; a confronto la situazione di oggi e l’ipotesi Berlusconi.

Tabella situazione pensionistica

Tabelle che confrontano la situazione di oggi e l’ipotesi Berlusconi

 

Traggo da “La voce di Trieste” un articolo sulla drammatica, quanto tenace resistenza, di questa gloriosa città per far valere i suoi diritti calpestati dai governi italiani che si sono succeduti nei vari decenni. Molto importante aprire i LINK; in particolare quello del Memorandum di partenariato-Italia-Cina.

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Segue l’articolo originale: Trieste: accordo illegittimo dell’Autorità Portuale con China Communications Construction Company (29 marzo 2019). La Voce di Trieste tratto da https://www.lavoceditrieste.net/2019/03/29/trieste-accordo-illegittimo-dellautorita-portuale-con-china-communications-construction-company

Trieste: accordo illegittimo dell’Autorità Portuale con China Communications Construction Company.

Il 26 marzo 2019 la International Provisional Representative of the Free Territory of Trieste – I.P.R. F.T.T. ha inviato al Governo italiano amministratore una nota ufficiale di protesta per l’accordo firmato a Roma il 23 marzo con China Communications Construction Company – CCCC dal Presidente dell’attuale Autorità Portuale di Trieste, Zeno D’Agostino dopo la firma del Memorandum d’intesa Italia – Cina.

La nota di protesta (LINK) precisa i motivi di illegittimità assoluta dell’accordo firmato dall’Autorità Portuale, e chiede al Governo italiano amministratore di assumere i provvedimenti necessari al ripristino della legalità nella gestione del Porto Franco internazionale e del porto doganale dell’attuale Free Territory of Trieste. In caso contrario, la I.P.R. F.T.T. intende attivare tutte le difese legali necessarie.

Il Memorandum d’Intesa Italia – Cina

Il 23 marzo 2019 Italia e Cina hanno firmato a Roma il preannunciato «Memorandum d’intesa tra il Governo della Repubblica Popolare Cinese sulla collaborazione nell’ambito della Via della Seta economica e dell’Iniziativa per una Via della Seta marittima del 21° secolo» (LINK).

Le materie di cooperazione concreta previste dal Memorandum sono i trasporti, la logistica e le infrastrutture – inclusi i porti, le ferrovie e le strade – l’energia e le telecomunicazioni, anche per quanto riguarda la libertà degli investimenti e delle partecipazioni finanziarie pubblici e privati, le concessioni e gli appalti.

Le cooperazioni previste non riguardano perciò il normale flusso reciproco delle merci, ma il controllo delle infrastrutture portuali, di trasporto e di comunicazione della penisola italiana e della Sicilia che hanno valenza economica e strategica primaria per l’Europa e per gli equilibri strategici euro-atlantici e mediterranei.

I rischi strategici conseguenti sono determinati dalla debolezza politico-economica dell’Italia e dall’enorme potere di pressione che la R.P.C. può esercitare per espandere la propria sfera d’influenza economica, politica e militare oltre i limiti di equilibrio con gli U.S.A. e con la Russia. Le preoccupazioni e le contrarietà internazionali sono perciò perfettamente fondate.

La pericolosità economica e strategica concreta dell’operazione è stata infatti confermata dal contenuto di alcuni degli accordi principali firmati a Roma immediatamente dopo il Memorandum, ed in particolare da un accordo illegittimo sui collegamenti ferroviari del porto di Trieste.

Il ruolo strategico del Free Territory of Trieste

Il Governo italiano non ha infatti alcun diritto di consentire ad imprese ed investitori di Stato della R.P.C. di ottenere anche il controllo delle infrastrutture portuali e ferroviarie strategiche dell’attuale Free Territory of Trieste, dove esercita un mandato fiduciario di amministrazione civile provvisoria che gli è stato sub-affidato dai Governi degli USA e dal Regno Unito quali amministratori primari per conto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

L’11 marzo 2019 la International Provisional Representative of the Free Territory of Trieste – I.P.R. F.T.T. aveva perciò inviato al Governo italiano una prima nota ufficiale di protesta, riguardante l’inclusione illegittima del Porto Franco internazionale e del porto doganale di Trieste nelle trattative politico-economiche in corso tra Italia e Cina, riservandosi tutte le necessarie difese (LINK).

Natura e limiti giuridici del Memorandum

Il Memorandum italo-cinese del 23 marzo è stato redatto nella forma di una dichiarazione bilaterale d’intenti che non costituisce accordo internazionale da cui possano derivare diritti ed obblighi di diritto internazionale, né obblighi giuridici, finanziari o impegni, e dovrà essere interpretato in conformità con le rispettive legislazioni nazionali, con il diritto internazionale e, per quanto riguarda l’Italia, con gli obblighi derivanti dalla sua appartenenza all’Unione Europea.

Il Memorandum d’Intesa, quale atto bilaterale, e gli accordi concreti conseguenti non possono perciò coinvolgere legittimamente Paesi terzi, qual’è l’attuale Free Territory of Trieste che i Governi di Stati Uniti e Regno Unito hanno sub-affidato all’amministrazione civile provvisoria del Governo italiano ed alla difesa militare della NATO. Per questo motivo, Trieste ha anche la funzione di base navale degli U.S.A. e della NATO.

L’accordo illegale su Trieste

I limiti giuridici del Memorandum d’intesa sottoscritto dai Governi italiano e cinese sono stati violati con la firma successiva di un «Accordo di cooperazione fra Autorità di Sistema Portuale del mare Adriatico Orientale – Porti di Trieste e Monfalcone e China Communications Construction Company (CCCC)» // «Cooperation agreement between the Port System Authorities of the Eastern Adriatic Sea – Ports of Trieste and Monfalcone and China Communications Construction Company (CCCC)», che riguarda lo sviluppo ed il controllo delle ferrovie di collegamento del Porto Franco internazionale e del porto doganale di Trieste (LINK).

L’accordo è stato preparato e sottoscritto da Zeno D’Agostino, funzionario italiano imposto nel 2015 da politici del PD come Presidente dell’Autorità Portuale italiana di Trieste, che è un organo provvisorio illegittimo perché opera in sostituzione del legittimo Direttore del Porto Franco che il Governo italiano sub-amministratore ha l’obbligo di nominare in esecuzione dell’art. 18 dell’Allegato VIII del Trattato di Pace con l’Italia del 1947 (LINK).

Il Presidente dell’Autorità Portuale italiana di Trieste non aveva e non ha perciò il potere di predisporre, firmare od eseguire quel genere di accordi, e quale funzionario del Governo italiano sub-amministratore ha l’obbligo giuridico di impedire che qualsiasi Stato prenda il controllo delle infrastrutture portuali e ferroviarie dell’attuale Free Territory of Trieste e del suo Porto Franco internazionale.

L’accordo firmato da Zeno D’Agostino consentirebbe invece agli investitori di Stato della R.P.C. di assumere il controllo delle ferrovie necessarie allo sviluppo delle aree del Porto Franco internazionale delle quali essi tentano di assumere il controllo acquistando quote e beni di società private alle quali lo stesso D’Agostino garantisce concessioni a lungo termine secondo leggi portuali italiane inapplicabili a Trieste.

Zeno D’Agostino è inoltre il Presidente del consorzio COSELAG, che si prepara a vendere agli investitori di Stato della R.P.C. le aree industriali necessarie per costruire uno dei due nuovi scali ferroviari che diverrebbero di loro proprietà.

Lo stesso presidente dell’Autorità Portuale illegittima, Zeno D’Agostino, consente inoltre all’attuale sindaco del Comune di Trieste, Roberto Dipiazza, di occupare il Porto Franco Nord con interventi provatamente illegittimi per decine di milioni di euro a danno patrimoniale del Comune e dell’Autorità Portuale, che ha perciò l’obbligo giuridico di impedirli.

La legalità è divenuta necessità strategica

Si può quindi affermare che in questo modo la gestione attuale del Porto Franco internazionale del Free Territory of Trieste sub-affidato all’amministrazione civile del Governo italiano ha raggiunto in questo modo livelli di illegalità intollerabili e senza precedenti.

E che dopo l’accordo illegittimo firmato il 23 marzo tra Zeno d’Agostino ed investitori di Stato della R.P.C. il ripristino della legalità nell’attuale Free Territory of Trieste è divenuto una necessità strategica di rilievo internazionale.

I.L.

 

Sul Memorandun d’intesa Italia-Cina pesano come un macigno tre fatti: 1°) La totale disinformazione riservata ai cittadini; 2°) La fretta dimostrata nel voler concludere un accordo di dubbia convenienza per un’urgenza solo politica dei penta stellati; 3°) Il Memorandun, detto in modo esplicito, è un tentativo, neppure troppo velato, di intromettersi nei settori chiave (comunicazioni, ferrovie, porti e aeroporti e ben altro) del nostro indebitato paese, con la RPC che spinge a tutto vapore per espandersi, forte del suo enorme potere economico-politico.

La Cina conta circa un miliardo e 400 milioni di abitanti e un bisogno insaziabile di energia ma soprattutto di super-tecnologie per produrre lavoro, per cui deve investire in altri paesi per acquisire territori, scambi e “materiale umano”. Si tratta di un progetto difficile da sviluppare, particolarmente in Europa, per il modello di mercato RPC non libero ma sotto il super-controllo del governo comunista. È una questione molto complessa, che va esaminata e discussa con la nuova Europa nascente, in modo aperto e non con sciocche, quanto improvvide dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio G. Conte. Bisogna tenere ben presente una regola: chi investe in un’azienda per trarre profitto, ne diventa comproprietario.

Il partenariato.

Questa forma di “partenariato” è completamente diversa di quella di triste memoria del 1974 con la Lega Araba; essa voleva impadronirsi di grandi porzioni di territorio per investire le sue enormi ricchezze ma soprattutto ampliare la sua sfera religiosa per islamizzare gli abitanti secondo i principi coranici.

Un particolare che riguarda la Cina che può sembrare banale ma non lo è affatto; si trova proprio nella formazione dei giovani.

Il governo cinese guarda lontano e prepara all’uopo milioni dei suoi giovani, i quali forse non giocano a calcio e non hanno la “Juventus” (per fortuna loro) e non sono perditempo come i nostri.

Orbene; gli inglesi hanno “portato” in Cina un gioco al biliardo che si chiama Snooker.

Si tratta di una vera disciplina che impegna il giocatore a conoscerne bene le regole, i comportamenti e lealtà verso gli avversari e una vera etica sportiva. Richiede lunghi allenamenti al Club, studio di tattiche per le centinaia di combinazioni al tiro e precisione nel colpire la biglia.

È una sorta di gioco a scacchi ma molto più dinamico per i movimenti attorno al grande tavolo. Ebbene, in pochi anni nella grande Cina si sono aperti oltre 5.000 (cinquemila) Club e scuole che insegnano questa disciplina. Oggi capita che decine giovani di 17 anni vincano partite su esperti campioni quarantenni del Regno Unito; tra l’altro, i tavoli da gioco sono costruiti nella stessa Cina, che ha conquistato il mercato globale.

Sono molti anni che seguo con la famiglia questo magnifico gioco sui canali di Eurosport, perché la RAI trasmette nelle sue reti, sino alla nausea, partite di calcio, portando in auge tale gioco quale “sport” nazionale per eccellenza. Non è per niente così; conta circa il 35/40% di appassionati e non è più “sport” ma fabbrica di malaffare, imbrogli, produce violenza, portando inevitabilmente ad azioni delinquenziali, ed è, a tutti gli effetti, il “5° Stato”, in quanto Lega autonoma intoccabile.

Belt and Road: frase impropria che significherebbe “La nuova via delle seta”, è comunque espressione dai contenuti piuttosto oscuri. Si tratta di un grandioso progetto partito dalla Cina già nel 2013 per creare rapporti politici e trattative con oltre sessanta paesi dell’Africa, Asia ed Europa. Si tratta di un partenariato minutamente studiato per concorrere e influenzare, con allettanti finanziamenti, le strutture dei trasporti di terra, mare e cielo nei paesi con politiche deboli come l’Italia.

Cartina raffigurante

Cartina raffigurante “La nuova via delle seta”
Immagine tratta da eurolinkgeie.com

Partenariato è un termine dai significati funesti per l’Italia e richiama tutto il paese al ricordo di quello sottoscritto dal prode Romano Prodi con la Lega Araba nel non troppo lontano 1974.

In ottemperanza di questo “accordo” abbiamo, oggi, centinaia di migliaia di extracomunitari abusivi che vivono sulle spalle degli italiani con costi enormi, non rimborsabili, in nome di un vergognoso mercimonio umano che il padre della cristianità don Francesco chiama, con una faccia di bronzo che non ha eguali, “solidarietà”. Nel frattempo gli arabi hanno acquistato interi isolati in grandi città del Nord.

Una precisazione: l’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi (1996/1998), nel 1999 era anche Presidente della Commissione Europea.

Riporto qui parte di un mio articolo del 2012 sull’argomento e già pubblicato tempo addietro nel BLOG.

Nel 1974, quando si era tenuta a Lahore la II° Conferenza Islamica, presenti tutti i potenti del mondo musulmano, si erano tracciate le linee di una politica Islamo-araba di portata internazionale, tanto che “Il Segretario generale della Conferenza Islamica Muhammad Hasan ‘al-Tuhāmi parlò di uno stato islamico che avrebbe cercato di diffondere l’islām anche nei paesi non musulmani”.

Specificato nello “Statuto degli Stati Arabi” (il comma b), tra le altre norme, illustra in modo chiaro che:«…nel 1964 è stato formato il Consiglio Arabo per L’unità Economica dei 12 Stati membri della Lega. Gli obiettivi di questo Consiglio includono, fra gli altri, l’inizio delle azioni per creare un mercato comune arabo, allo scopo di garantire la libertà di movimento e transito d’individui, capitali e beni, così come la libertà di ottenere lavoro e acquisto di proprietà ».

L’ambizioso progetto prendeva concretamente corpo nei decenni successivi anche attraverso il DEA, divenuto lo strumento decisivo del successo di questo progetto di partenariato.

“Questi programmi sono stati entusiasticamente accolti, applicati e recepiti da leader, intellettuali e attivisti europei, non solo, ma anche elargendo cospicui finanziamenti ai palestinesi e ai Fratelli Musulmani per creare le loro ramificazioni in tutta l’Europa occidentale”.

L’avventata e imprudente politica di partenariato capeggiata dalla Francia, aveva volutamente allontanato dell’Europa dagli Stati Uniti, sottovalutando in modo improvvido la jihād.

In seguito l’Europa aveva cercato, francamente senza convinzione, di estraniarsi dalla jihād attuando un’ambigua politica che l’aveva portata a una sorta di collusione con il terrorismo internazionale accusando gli Stati Uniti e Israele di alimentare i movimenti jihadisti.

L’Europa filo-arabo-islamica aveva continuato la sua politica di sottomissione e a quanto risulta, beneficiando in un solo decennio la Lega Araba di oltre 10 (dieci) miliardi di dollari; il tutto portato avanti con icastico impegno dal Presidente di turno Romano Prodi. Una vera follia, tenendo conto che questo denaro sarebbe servito per ben altro a casa nostra, o altrimenti utile a mitigare gli effetti dell’attuale grave crisi (siamo nel 2012). Altro fatto inconcepibile di questa storia è avvenuto nel  1994 con il conferimento-farsa del “Nobel per la pace” a Jasser Arafat, nonché il 19 febbraio 1999, su iniziativa del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, veniva nominato lo stesso Arafat “Cavaliere di gran Croce, decorato di gran cordone dell’Ordine al merito della Repubblica italiana”, un segno dell’ambiguo servilismo dei politici italiani verso un patriota palestinese abilissimo in politica; un pacifista che circolava con il mitra sottobraccio e sospetto colluso con il terrorismo.

Il 10 febbraio 2012 una notizia ammutoliva Torino: era quella di creare nella città “Una sola casa per i musulmani del Piemonte”, in cui i buoni propositi erano di “ Un futuro di convivenza e di pace”, annunciando ai piemontesi la nascita della “Confederazione Nazionale”, la quale si porrà quale “Interlocutore dello Stato italiano”, chiedendo inoltre il riconoscimento della religione islamica. Tutto questo succedeva mentre Torino e il Piemonte vivevano una tremenda crisi politica e di lavoro; in quel periodo Sindaco di Torino era il comunista Piero Fassino, succeduto all’altro comunista Sergio Chiamparino.

Ritornando al 19 gennaio Il “Fatto Quotidiano” scriveva:« Torino ha finito i soldi. Le casse di Palazzo Civico sono vuote, e sui cittadini sabaudi grava un debito che l’anno scorso è salito a 4,5 miliardi di euro, record assoluto in Italia. In questi giorni la giunta Fassino ha approvato il bilancio previsionale 2012. Non è stata una passeggiata, non soltanto per il fuoco di sbarramento dei 30mila emendamenti al testo posti dall’opposizione Pdl-Lega, ma soprattutto perché la grana dei derivati non ha certo consentito ampi margini di manovra. In più bisognava tentare il rientro nello «stupido» Patto di stabilità, come l’aveva definito Fassino alla fine dell’anno scorso.

La Relazione previsionale programmatica redatta da Domenico Pizzala, influente collaboratore dell’assessore al Bilancio Gianguido Passoni, parla chiaro: «Gli oneri finanziari derivanti dall’indebitamento […] condizionano in parte il bilancio comunale. Tale condizionamento tenderà ad aumentare se non continuerà una incisiva e adeguata politica di contenimento della spesa e di dismissioni patrimoniali». Due obiettivi che, stando ai numeri contenuti nel documento, appaiono difficili da realizzare…»

Eppure Torino continua a essere un contenitore arabo-islamico e fintanto che al comando della Regione Piemonte ci sarà un Presidente come Sergio Chiamparino, detta Regione rimarrà inchiodata al passatismo e a iniziative miranti a un’accoglienza esasperata di gente extracomunitaria mantenuta con costi spaventosi (circa un paio di mesi fa è stata tolta ai migranti la gratuità ai contraccettivi; persino quelli erano gratis), denari estorti al mondo del lavoro con effetti, in tale congiuntura sfavorevole, di alimentare la continua emorragia delle imprese e dei giovani.

L’attuale “guerra libica”.

Nella cruda realtà è una finta guerra ma con veri, poveri morti e non per migliorare la condizione di cittadini e di tribù libiche o africane; si tratta di una guerra di convenienza  In questo conflitto il petrolio conta poco, ci sono altri motivi, appunto di convenienze e di profitti più facili; attraverso la ripresa del moderno schiavismo criminale (gli scafisti), o mercimonio umano, con un numero spaventoso di africani, libici compresi, spinti alla fuga (si parla di circa un milione di persone). Potentissimi magnati, politici e militari africani sono i burattinai senza scrupoli che tirano le fila di questo funereo teatro creato all’uopo nello scacchiere libico. “La questione libica” è una vecchia storia all’italiana: la lunga guerra di “conquista” 1911- 1931, recentemente ancora nel 2011, nella guerra contro Muammar Gheddafi, con il governo Berlusconi che voleva intervenire a fianco dei francesi, i quali gli scaricarono tutte le responsabilità che in realtà erano del presidente Napolitano detto “emerito” solo perché comunista (sempre loro), ma senza alcun merito e molti demeriti.

Le cosiddette “guerre di convenienza” esistono da secoli; in particolare nelle vecchie monarchie. Poche o molte migliaia di morti servivano per giustificare scambi, acquisizioni di territori e financo di Stati. Le monarchie si accordavano senza andare troppo per il sottile sul numero delle perdite umane. Ecco un esempio fra mille; l’intervento piemontese nella guerra di Crimea (1853 – 1856), è stato uno di quegli accordi “vantaggiosi”, fatti “ al prezzo di qualche migliaio di morti”.

Molto ingenuamente si pensava che oggi, almeno in Europa, la schiavitù fosse storia finita da molto tempo ma stando a quanto succede, credo che per i principali responsabili sia giunta l’ora di fare i conti con processi pubblici che infliggano condanne severe e inappellabili.

16 aprile 2019

                                                                                                                                 Carlo Ellena

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Sulla nostra Costituzione e sul “Federalismo”

di Carlo Ellena

La Costituzione italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, è sempre stata un problema, per così dire, “costituzionale” per i suoi intendimenti, influenzata com’era in parte, dalla caduta del sistema collettivistico comunista. Tant’è che era stata pensata in un certo senso, come “provvisoria”, appunto per evitare il modello di comunismo integrale. Le opinioni negative di G. Miglio su questo modello, poggiavano su ragioni storiche solide, motivate da una profonda conoscenza del paese. Infatti, egli credeva fermamente e con ragione, che una buona parte degli italiani avessero una vera vocazione per l’economia collettiva e per lo stipendio pubblico assicurato e garantito dalla forza politica che lo portava in dote quale sistema proprio.

Un modello economico imposto dai russi con metodi non proprio pacifici in Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia. Il P.C. era convinto di un passaggio politico pacifico in Italia, proprio per le ragioni suddette e giungere in modo legale al potere, ovvero, senza usare la forza.  Ma G. Miglio aveva un’opinione ben precisa sui “lati oscuri” di questa nostra Costituzione; era convinto che essa fosse stata creata con un doppio senso. Nel suo insieme, si presentava, in modo formale, con una struttura liberal-democratica ma a uno studio più approfondito, conteneva dichiarazioni di principio atte a essere interpretate in modo da aprire le porte al modello collettivo, ossia il comunismo.

Riassumendo i fatti; nell’attesa degli eventi le sinistre compartecipavano ai vari governi, frenando e impedendo lo sviluppo liberal-democratico della Costituzione.

A fronte di maggioranze filo-liberali, è il caso di dire, “all’italiana”, imbelli e corrotte ma protratte nel tempo; il P.C., poi Quercia, Ulivo, P.D. e altre sigle, consolidava con determinazione la sua posizione, occupando i punti chiave dello Stato, delle regioni, province e città, dimenticando, nella corsa al potere, la vera vocazione popolare del partito. Tutto questo colludere immorale, ha avuto costi tali da impoverire e dissanguare il paese. Colpa da imputare ai colpevoli silenzi e l’indifferenza non solo alle sinistre ma a tutte alle altre forze politiche, complici nell’alternarsi di maggioranze ormai fatte sistema. Ai giorni nostri, le due ultime consultazioni popolari, veramente popolari, vale a dire “fatte dal popolo”, hanno dimostrato il fallimento di una classe politica incapace, pericolosa, che peraltro, con un’arroganza senza pari, arringa in parlamento la nuova maggioranza di Governo, rimescolando e mentendo su tutto ciò che loro stessi, in almeno dieci lustri, hanno fatto. Costoro meriterebbero il trattamento riservato da Luigi Einaudi alle sinistre, che, nel maggio del 1947, ne decise l’esclusione e l’allontanamento dal governo.

A quel tempo il precipitare della situazione con il dollaro a 430 lire e poi a 600, per Einaudi era giunto il momento dell’assunzione diretta di responsabilità di governo e assunse l’incarico di ministro del Bilancio con funzione di vice-presidente del consiglio dei ministri. La sua decisa azione, che l’aveva posto in urto anche con grandi potentati economici, ”riuscì in un anno ad arginare l’inflazione e a stabilizzare la lira”. Ma “questo era un campione della libertà economica e dell’ortodossia finanziaria”, oggi, purtroppo, inesistente nel panorama politico.

Ai giorni nostri, aggiungerei d’istituire, a tempo e luogo, una Commissione d’inchiesta per esaminare l’operato dei governi di sinistra nei decenni passati e i silenzi criminali di tutte le altre forze politiche sui perché della fuga dall’Italia della FIAT. La gente deve sapere.

Per l’Italia, il modello “Federale” è giunto oramai all’improrogabile necessità di realizzazione, onde creare una “divisione dei poteri”, che è l’extrema ratio per bloccare, senza tentennamenti, al dilagare della corruttela, del declino e tragico impoverimento del paese. (Frasi in grassetto da”Luigi Einaudi” di G. Marongiu).

Notare il rapido capovolgimento politico illustrato nelle immagini sottostanti.

(Tratto da: TODAY – Foto del 31 gennaio 2018)

Situazione dell’ITALIA politica nel 2004

 

Situazione dell’ITALIA politica nel 2009

 

Situazione dell’ITALIA politica nel 2014

Come mostra la cartina, nel 2014 e con un incremento negli anni successivi (sino al 2016), il dominio del potere rosso nel paese è stato assoluto; d’altra parte lo era da ben oltre quarant’anni occupando, con i suoi uomini, la quasi interezza dell’apparato-servizi dello Stato, scuole pubbliche comprese, ovvero; i dipendenti pubblici di ogni ordine e grado operanti nei comuni del paese.

 

Segue l’articolo originale: Elezioni politiche, la mappa della nuova Italia post voto (Martedì 6 Marzo 2018). Il Mattino tratto da https://www.ilmattino.it/speciale_elezioni/politiche_18/elezioni_mappa_italia_collegi-3589391.html

 I COLLEGI AL SENATO
Nelle Regioni centrali Lega e Forza Italia sono (quasi) senza rivali. Solo in Toscana il Partito democratico mantiene il primato, anche se di poco. Il Movimento 5 Stelle fa il pieno nelle Marche ma è indietro nel Lazio.
I COLLEGI ALLA CAMERA
In Abruzzo e Calabria il centrodestra frena l’avanzata dei grillini. I territori meridionali vanno a M5S, che ottiene il “cappotto” in sei Regioni. Disastro totale per il centrosinistra: resta all’asciutto al di sotto del Lazio.

 

Le immagini parlano da sole; siamo alla resa dei conti e solo oggi iniziamo a pagare i costi salatissimi dei madornali errori commessi. Le sinistre rosse, in combutta con i burocrati di Bruxelles e i sindacati CGIL, CISL, UIL, veri artefici del disastro italiano, hanno causato la fuga e il fallimento di migliaia d’imprese, creando miseria e disoccupazione, con il risultato di portare i cittadini all’esasperazione, poi esplosa con rabbia, nelle votazioni politiche del 4 marzo 2018, le quali hanno ribaltato in toto l’assetto politico del paese. Un vero “caso” senza precedenti nella storia della Repubblica Italiana. Chi ha pagato e paga i costi altissimi del crollo occupazionale, è il settore dell’artigianato, proprio per la ridotta dimensione delle imprese, le prime ad accusare i contraccolpi delle crisi, com’è successo nell’indotto FIAT piemontese.
L’artigianato (il vero termometro dell’imprenditoria), è sempre stato una vocazione per Piemonte, in particolare Torino e provincia, perché forza propulsiva per il lavoro autonomo: scuola di vita, voglia d’indipendenza, di essere imprenditore, stimolo per l’inventiva; forgiare idee, primeggiare, competere; settore nel quale la meritocrazia è dovere per i migliori. Purtroppo, qualità che si stanno perdendo; la prima è l’idea del lavoro quale fonte di benessere; grave colpa è stata il ribaltamento della “concezione” del lavoro, oramai ridotto a fastidiosa necessità e l’insegnamento con sfondi politici inculcati con metodi subdoli per educare e istruire non giovani pensanti ma burattini incapaci, buoni a fare poco o nulla. Questo ha fatto la Scuola per oltre quarant’anni.

Effetti; il trend per l’artigianato, a partire dal 2007, ha segnato un costante calo, sia nella produzione, sia negli occupati, come si può osservare dai grafici sottostanti.

L’assestamento nel 2017 è fisiologico; è l’attesa per le nuove votazioni politiche.

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Italia, timida voglia di autonomia – APPROFONDIMENTO

A seguito del post precedente relativo alla Costituzione Federale, ne riporto un capitolo importante.

I requisiti necessari (di Gianfranco Miglio).

 

Una “vera” Costituzione Federale deve avere i seguenti requisiti. Se non li ha, non è federale (e quindi non produce gli effetti che da essa si attendono, ma crea invece danni incalcolabili).

  1. In primo luogo le regole che seguono devono derivare da un’apposita Costituzione. Non si possono innestare “elementi di federalismo” su di una Costituzione ispirata ad altro modello. La revisione costituzionale deve poi essere soggetta a procedure molto aggravate: discussa e approvata da coloro che detengono il potere nei diversi livelli e dai cittadini di tutte le unità (Cantoni) che compongono la Federazione.
  2. Il potere deve essere diviso sul territorio: nel senso che le funzioni di governo non siano concentrate in un solo fulcro di potere ma divise stabilmente fra almeno due aree. Queste possono essere più di due ma mai meno di due: i soggetti membri della Federazione (Cantoni) e la Federazione stessa. La diffusione del potere nella Costituzione Federale fa sì che in questa non esista alcun “sovrano”. “Sovrano” (secondo la più genuina concezione del costituzionalismo europeo) è soltanto l’ordinamento nel suo complesso. In questo senso i titolari di funzioni pubbliche, sono “partecipi” della sovranità. Ma quest’ultima, nella sua accezione tradizionale e solitaria, viene superata e sostituita, da momenti di decisione funzionale diffusi nell’intera Costituzione.
  3. L’autorità federale non deve essere un potere “superiore” o comunque separato dalle autorità che governano i “Cantoni”: deve nascere dall’assemblaggio dei governi cantonali. La forma di governo più adatta ad una Costituzione Federale, è perciò quella “direttoriale” (come nella Confederazione Elvetica): un Direttorio composto dai vertici stessi dei “Cantoni” e soltanto “guidato” da un Presidente eletto da tutti i cittadini. In tal modo, autorità cantonali ed autorità federale si combinano e si compattano, rendendo immediato il confronto delle decisioni e riducendo il percorso necessario per giungere a queste ultime.
  4. I Cantoni (ordinari e principali, fatto salvo dunque il caso delle Regioni a statuto speciale) non devono essere piccoli. E ciò per tre ragioni: a) per poter gestire efficacemente le vaste esigenze del governo; b) per poter resistere alle lusinghe o alle minacce (pretese “sostitutive”) dell’autorità federale ( come invece non è accaduto in USA ed in Germania); c) per poter formare, con i propri vertici, un Direttorio federale agile e funzionale.
    Una Federazione, costituita da molti piccoli soggetti (Regioni, Lӓnder e così via) è destinata rapidamente a trasformarsi in un sistema centralizzato. Hamilton chiedeva che gli Stati Uniti fossero composti da tanti piccoli “States”, perché pensava che la Federazione fosse lo stadio di transizione verso una Repubblica nazionale centralizzata. E se la Confederazione elvetica è rimasta tale, sebbene composta da ventitré piccoli Cantoni, ciò è accaduto perché questi ultimi sono sorretti e guidati da cittadini, irriducibilmente decisi, per secolare tradizione, a difendere la loro individualità: tutto il contrario delle nostre “Regioni”.
    Una federazione, formata da grossi Cantoni, apre la sola prospettiva possibile a una integrazione europea di tipo anch’essa “federale”: perché un reticolo di contratti (trattati) fra “grandi regioni” (Cantoni) al di sopra dei confini “nazionali”, costituirà il superamento del pluralismo negativo degli “Stati sovrani” oggi ancora imperante.
  5. Mentre in uno Stato unitario e accentrato si tende a comandare con atti d’imperio (provvedimenti e decisioni presi dall’alto), in un sistema federale, a tutti i livelli, si tende a operare con il sistema del contratto, cercando sempre il consenso delle popolazioni coinvolte. In una vera Federazione non c’è posto per l’autorità carismatica di un “demiurgo”, di un “salvatore della patria”, ma soltanto per “decisioni”, le quali vengono prese, dai titolari di pubblico ufficio, dopo che si è negoziato fino al limite del possibile.
    Egualmente non si ricorre alla regola della “maggioranza” per troncare un eventuale contrasto. Perché coloro che si trovano in “minoranza” devono essere convinti prima di dover rinunciare alla loro opzione; verso coloro che sono in minoranza non si deve usare la violenza del numero ma la persuasione del negoziato.In una Federazione non c’è spazio per il principio “gerarchico”: autorità cantonale (e prerogativa municipale) da un lato e autorità federale dall’altro, non costituiscono una “gerarchia” ma sono “parimenti ordinate”. Da qui deriva che il principio di “sussidiarietà” è intimamente opposto allo spirito del federalismo, ed è invece funzionale alla creazione – o alla restaurazione – di un sistema unitario e centralizzato.Sussidiarietà e gerarchia sono sinonimi.
  6. Il punto cruciale di ogni ordinamento federale è l’esistenza di procedure, costituzionalmente organizzate e garantite, che – salvaguardata la competitività implicita del sistema, ed il suo riposare su di un confronto senza fine – producano decisioni normative e governamentali certe e in tempi ragionevolmente brevi. Dopo avere discusso fino in fondo e confrontato le posizioni divergenti, si devono operare scelte non equivoche e per quanto possibile precise. Le istituzioni della Repubblica federale devono attribuire questa responsabilità decisionale a persone e a collegi precisi, situati nei diversi livelli dell’ordinamento.
    Tali procedure controbilanciano il carattere contrattuale, competitivo e aperto del sistema federale. Discutere sempre fino in fondo ma poi, in tempi certi e prestabiliti, decidere.
  7. Un ordinamento federale è alimentato e sorretto da due vocazioni, da due inclinazioni ideali dei suoi cittadini, La prima di queste è un profondo interesse e rispetto per le diversità: per ciò che – sul piano dei costumi, delle tradizioni culturali, dello stile di vita – differenzia le persone e le loro aggregazioni. La pretesa di rendere l’umanità omogenea è profondamente estranea al vero federalista. Perché è un conto battersi affinché i diritti civici e individuali siano estesi a tutti gli uomini e le donne; un conto è invece pretendere che quest’uguaglianza giuridica sia la base per far diventare uniformi ed omogenei tutti i popoli che la natura ha reso – e continua a far diventare – diversi. Così, mentre uno Stato unitario ed accentrato, mira a rendere tutti i cittadini eguali, omogenei e diretti dall’alto, una Costituzione federale è fatta per conservare, tutelare e gestire le diversità.
  8. La seconda vocazione di una convivenza federale è il culto della concorrenza e della competizione. E ciò accade perché esiste una stretta relazione tra federalismo ed economia di mercato. Come tutte le economie “amministrate” e collettive, presuppongono una centralizzazione dei poteri ed una struttura monocratica, così al contrario l’economia di mercato, basata sul pluralismo e sulla libera iniziativa dei soggetti, trova il suo clima congeniale nei sistemi politico-amministrativi federali. Alla competizione dei soggetti economici corrisponde la competizione ed il confronto (incanalato nella Costituzione) fra i soggetti politici della Federazione (Cantoni ed altre unità legittimate).

Se si analizzano le cose con la dovuta attenzione, si deve costatare che tutti i requisiti essenziali per il successo di un moderno sistema federale, finora analizzati, sono già venuti emergendo, “di fatto”- almeno qui in Italia – negli ultimi quarant’anni; e si sono profilati nel contesto della Costituzione del 1948, man mano che questa si andava deformando. Così che l’adozione di una Costituzione federale oggi rappresenta la razionalizzazione e la traduzione in positivo, di tutti i fenomeni negativi e degenerativi che si sono venuti accumulando negli scorsi decenni. Paradossalmente la trasformazione federale è stata preparata dalla decadenza della prima Repubblica.

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Italia, timida voglia di autonomia

Novembre 2018

Cosa pensano gli italiani dell’EURO e dell’EUROPA? Ai politici importa qualcosa?

In questo periodo convulso e confuso vari politici importanti del nuovo governo si sono affrettati a dichiarare all’Europa (che non è nemmeno una federazione) che “la moneta unica non è in discussione e nessuna uscita dall’Europa”, Giusta o sbagliata, è un’opinione dei politici, non dei cittadini. L’auspicato cambio di governo c’è stato, le nuove direttive politiche hanno creato un terremoto e la situazione merita una particolare attenzione. Tuttavia l’abitudine a immedesimarsi nei padroni del paese, si è ben presto rivelata, a costoro una domanda: ma voi sapete cosa pensano realmente gli italiani dell’EURO e dell’EUROPA? L’Inghilterra ne è uscita perché è stato il voto referendario, democratico del popolo inglese a volerlo, questa si chiama “democrazia partecipativa” di un paese maturo e civile, e ricordo per i corti di memoria, che gli inglesi per questa loro decisione sono stati insultati pesantemente da vari politici di alcuni Stati europei, la prima è stata l’Italia politica delle sinistre, non dai cittadini.
A proposito dell’EURO riporto in questo articolo di Byoblu una confessione di Giuliano Amato che ha dell’incredibile ma che si è rivelata e rivela, al presente, tutta la sua tragica verità. I veri motivi di questa sorta di “confessione” sono oscuri, certamente non per scrupoli di coscienza.
La moneta unica e l’Unione Europea, molto compromessi da politiche lontane dai cittadini, colpiscono maggiormente un’Italia sfruttata e impoverita; essa paga più di altri Stati membri la perdita della sua sovranità nazionale.

 

AMATO CONFESSA: Ecco come vi abbiamo portati nell’euro. Siamo alla follia.

pubblicato il 7 gennaio 2015 – 4.40 da Claudio Messora BYOBLU

Allucinante confessione di Giuliano Amato, deposta come se si trattasse di una marachella qualunque e non della vita di milioni di persone: sapevano, li avevano avvisati, avevano previsto tutto ma andarono avanti lo stesso! Portarono questo paese nell’euro pur consapevoli che difficilmente avrebbe funzionato. Ma non è una lezione di storia, non è il racconto della decadenza del Sacro Romano Impero. E’ qualcosa che sta succedendo adesso, qui. Andrebbe raccontato con ben altro sentimento di contrizione, non con questa nonchalance. Hanno giocato. Hanno perso, ma il debito di morte dobbiamo pagarlo noi. Siamo alla follia! Ecco le sue allucinanti parole.

“Noi abbiamo fatto una moneta senza stato. Noi abbiamo avuto la faustiana pretesa di riuscire a gestire una moneta senza metterla sotto l’ombrello di un potere caratterizzato da quei mezzi e da quei modi che sono propri dello Stato e che avevano sempre fatto ritenere che fossero le ragioni della forza, e poi della credibilità che ciascuna moneta ha.

Eravamo pazzi? Qualche esperimento nella storia c’era stato di monete senza Stato, di monete comuni, di unioni monetarie, ma per la verità non erano stati molto fortunati. Perché noi, quando ci siamo dotati di una moneta unica, abbiamo pensato che potevamo riuscirci in termini di Unione, e non facendo lo Stato europeo? Avevamo già costruito un mercato economico comune fortemente integrato. Più o meno avevamo un assetto istituzionale che non era quello di uno Stato ma certo era qualcosa di molto più robusto di quello che usualmente c’è a questo mondo: la comunità europea, l’Unione Europea, col suo Parlamento, la sua Commissione, i suoi Consigli. Abbiamo anche previsto di avere una banca centrale.

Però, sapete com’è, abbiamo deciso che trasferire a livello europeo quei poteri di sovranità economica che sono legati alla moneta era troppo più di quanto ciascuno degli stati membri fosse disposto a fare. E allora ci siamo convinti, e abbiamo cercato di convincere il mondo, che sarebbe bastato coordinare le nostre politiche nazionali per avere quella zona, quella convergenza economica, quegli equilibri economici-fiscali interni all’Unione Europea che servono a dare forza reale alla moneta.

Non tutti ci hanno creduto. Molti economisti, specie americani, ci hanno detto allora:

Guardate che non ci riuscirete! Non vi funzionerà! Se vi succede qualche problema che magari investe uno solo dei vostri paesi, non avrete gli strumenti centrali che per esempio noi negli Stati Uniti abbiamo, che può intervenire il governo centrale, riequilibrare con la finanza nazionale le difficoltà delle finanze locali. La vostra banca centrale, se non è la banca centrale di uno Stato, non può assolvere alla stessa funzione cui assolve la banca centrale di uno Stato, che quando lo Stato lo decide diventa il pagatore senza limiti di ultima istanza.

In realtà noi non abbiamo voluto credere a questi argomenti. Abbiamo avuto fiducia nella nostra capacità di autocoordinarci e abbiamo addirittura stabilito dei vincoli nei nostri trattati che impedissero di aiutare chi era in difficoltà. E abbiamo previsto che l’Unione Europea non assuma la responsabilità degli impegni degli Stati; che la Banca Centrale non possa comprare direttamente i titoli pubblici dei singoli Stati; che non ci possano essere facilitazioni creditizie o finanziarie per i singoli Stati. Insomma: moneta unica dell’Eurozona, ma ciascuno deve essere in grado di provvedere a se stesso.

Era davvero difficile che funzionasse, e ne abbiamo visto tutti i problemi.”

Nel dissesto italiano forti segnali di ritorno alla voglia di autonomia.

Da un certo tempo compaiono su internet diversi simboli politici inneggianti all’autonomia, nei post si leggono parole gravi, dure ma giustificate. Il fatto che molti cittadini non si “sentono” più  italiani ha come causa prima un numero record di fallimenti avvenuti nel nostro paese almeno negli ultimi vent’anni; un ben triste primato; come seconda causa, essere ignorati, mai interpellati attraverso consultazioni pubbliche su accadimenti importanti che nel bene e nel male coinvolgono sempre e soltanto la vita degli italiani, come la sconsiderata e costosa questione degli extracomunitari ma l’aspetto più vergognoso è il crollo nell’istruzione scolastica scesa a livelli sotto lo zero. I bambini, i giovani ci guardano, vedono e domani ci giudicheranno dall’estero, perché il loro paese non ha saputo dar loro un lavoro.

Sembra di ripercorrere la fine degli anni settanta quando i movimenti autonomisti facevano il loro ingresso nel mondo politico, in particolare nel Nord dell’Italia. A quel tempo Torino, il Piemonte, indi, il paese tutto, erano molto diversi, con cittadini di tutt’altra pasta e nonostante le sfiancanti lotte sindacali, l’economia ancora marciava contando su un importante settore artigiano e più in generale, di una manualità molto specializzata; insomma, c’era la cultura del lavoro, a partire dalla prima scuola e si pensava al futuro con ottimismo.

Ora, di tutto questo, non rimane più nulla; bugia, ci rimangono milioni di disoccupati.

Nell’odierna Italia improduttiva, facilona e canterina, senza i prestiti Europei elargiti a piene mani e senza controlli dall’italiano signor Draghi, sarebbe fallita almeno tre o quattro lustri fa; ma era imperativo accogliere gli extracomunitari e l’Italia papista e cattolica allargava le braccia e accoglieva tutti (meno il vaticano). Nel solo Piemonte si contano ben 40 (quaranta) centri di accoglienza con alcune migliaia di extracomunitari, che con la nuova legge dovranno essere rimpatriati. Orbene, oggi, a quanto ammontano i costi? Quali risposte dare ai cittadini?

Questo nuovo Governo, formato da una composizione politica invero paradossale (nato il 31 maggio 2018), tenta tuttavia di rimanere a galla in quest’oceano d’intrighi e di sabbie mobili ma ha tutti contro, dalla sconfitta maggioranza PD, che con un’opposizione improvvida, rabbiosa, critica invece di tacere per vergogna, a contro persino l’Europa plutocratica di Bruxelles. E pensare che sia una sia l’altra, dovrebbero essere indagati e messi sotto inchiesta partendo dal losco affare libico degli “scafisti mercenari da carico e scarico a mare“, veri assassini ancora oggi liberi di agire. Orrori che sono stati, di fatto, la pietra tombale della vecchia Europa, dimostrando, invero, com’essa, oramai in netto declino, sia alla fine del suo percorso storico.

Per il declino dell’Italia non servono numeri, tutte le infamie sono lì visibili, concrete, le conseguenze tutto il mondo le può costatare nella tragedia compiuta delle alluvioni che hanno mostrato, nelle crude immagini televisive, l’immane sfascio geologico con montagne di rifiuti fumanti in ogni angolo del paese. Colpevole la mancanza di adeguate strutture d’incenerimento, d’interventi manutentivi ai boschi di tutta l’area montana e di pianura, alle strade, fiumi, torrenti, ruscelli, paesi e città. Nulla sfugge al disastro ambientale e aggiungo organizzativo dei trasporti pubblici, delle ferrovie, dei nuovi edifici scolastici che crollano e fanno vittime, del sistema scolastico che deve istruire e preparare uomini, non burattini con la bandiera rossa, una giustizia che non giudica ma troppe volte assolve i colpevoli incitando a delinquere e la magistratura? Un istituto geriatrico che procede a tentoni. E che altro? Forse certe banche. Chissà…

Una catena d’intrighi, menzogne, fatti distorti coperti, corruttela; complici una stampa di parte e le istituzioni. Si tenta di manipolare, rallentare le inchieste, nascondere fatti indifendibili, opera dalla precedente maggioranza PD di governo, composta dai voltagabbana, traditori e piccoli partiti di facciata, tutti assoldati per fare numero. Compagine variegata che mascherata dietro altri simboli, fin dai primi anni’70, è la vera causa del declino di un’Italia, spolpata e impoverita. Costoro con una faccia di bronzo e un’arroganza inaudita incolpano il governo Conte, nato il 31 maggio 2018 (sei mesi fa), che causa disoccupazione e mancata creazione di posti di lavoro, sono menzogne indifendibili.

Il dramma del ponte di Genova è la prova di un continuum del sistema consolidato italiano di complicità, di corruzione, d’impunità. Un filo ininterrotto che ci riporta all’immane tragedia del Vajont, il 9 ottobre del 1963 che aveva provocato circa ben 2000 vittime. In carica c’era il Governo Leone. Com’è potuto succedere impunemente tutto questo? Quale risposta a tali domande? Altri interrogativi senza risposta, come da sempre.

Ricordo ancora, per i poveri di memoria, la storia ingarbugliata della FIAT (che non è un piccolo negozio di carabattole), uscita definitivamente dall’Italia nel più scandaloso silenzio dei politici e soprattutto, della borghesia industriale piemontese. Vedremo gli accadimenti del dopo Marchionne.

Ci ritroviamo una nuova società composta in buona parte da giovani immaturi, incapaci di affrontare responsabilità, a superare le difficoltà, inidonei a creare e fare lavoro; per loro si presenta  un futuro da disoccupati o dipendenti a vita. L’errore politico più grave è che la colpa, se si può parlare di colpa, non è tutta dei giovani. In Piemonte i nostri ragazzi sono cresciuti fin dalla scuola materna con la dottrina di stampo comunista che promuove la pianificazione, ossia, tutti uguali, tutto facile, che rifiuta l’individualismo, la competizione, la meritocrazia, niente educazione civica, tantomeno comportamentale; da loro cosa ci si può aspettare? Sono almeno due le generazioni allevate nella bambagia, grazie anche a un colpevole permissivismo, ai troppi denari spesi male dilapidando i risparmi di una vita degli improvvidi nonni.

Come salvare questa Repubblica dalla politica centralista nata dall’inganno e che nell’inganno affonda sempre più in basso? Un paese, il nostro, che è, nella realtà, da sempre diviso, volendo applicare a tutti i costi sistemi di governo unificanti in un’Italia troppo lunga, troppo diversa geologicamente, diversa nelle amministrazioni regionali, provinciali, comunali, diversa nei costumi, nel tipo di vita, nelle abitudini, nel lavoro, nello stesso sistema di fare e creare un lavoro che sia produttivo e consono alla tipologia del luogo e degli abitanti.

A questo punto, rivedendo con più attenzione la storia di questa Repubblica, come vecchio piemontese, mi si consenta di rifuggire da qualsiasi pensiero positivo sul futuro della nostra macilenta, improbabile “Unità d’Italia”. I suoi sostenitori dimostrino quali e dove sono finiti gli autentici valori patriottici. Questa cosiddetta “Unità”, una buona parte del paese non la voleva affatto e oggi ne costatiamo le profonde contraddizioni, già ben note e palesate da politici di consumata esperienza a partire dal lontano 1848.

Una sorta di puzzle di piccoli Stati che ognuno si governava a modo suo; così era l’Italia nel 1847/1848 e poi l’unificazione. E ancora ai nostri giorni, dopo 170 anni, le stesse realtà di quel tempo sono uguali, con gli stessi problemi, poco o nulla è cambiato.

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1848 si fa l’Unità d’Italia, un palese pretesto Risorgimentale

Il crollo della Rivoluzione francese non era stato la fine della sua ideologia, al contrario essa aveva innescato forti tendenze rivoluzionarie nelle potenti borghesie italiane, soprattutto al NORD del paese, ed erano pronte e preparate al cambiamento, promuovendo il dibattito politico sullo Stato, la forma e la gestione del potere. Un vento di libertà muoveva le classi colte e le ricche borghesie, non rivolte a smuovere l’assolutismo dello Stato sabaudo, ma protese alla ricerca di soluzioni politiche del paese che, per quei tempi, erano rivoluzionarie. L’idea era di porre un’alternanza al sistema retto dalle monarchie conservatrici, appoggiate da vetuste oligarchie aristocratiche e da una borghesia decisa a condividere il potere con i decadenti ceti nobiliari. Le monarchie, tuttavia ancora potenti, si trascinavano questa coda, dalla quale emergevano le ambizioni delle potenze economiche e da frange d’intellettuali dalle idee rivoluzionarie, pronti e decisi a gestire la situazione anche in solitudine. Un documento redatto per iscritto, o meglio, una carta costituzionale era parsa lo strumento idoneo per fissare le regole opportune per un patto fra cittadini e governo. Una scelta che non era stata invero, né difficile, tantomeno fantasiosa; la linea politica unitaria di Cavour era di una salda continuità con la monarchia sabauda, sfruttando il modello del Regno di Sardegna e quale carta costituzionale era riproposto lo Statuto Albertino del 1848, concesso forzatamente e con riluttanza da Carlo Alberto.

Una sorta di “rielaborazione”, senza compagine costituente, aveva in pratica ripresentato l’Editto Sardo del 1848, una costituzione che era un palese paradosso, poiché il documento esprimeva la volontà politica del governo a ergersi a rappresentante di tutto un popolo che, tuttavia, era completamente escluso da ogni forma di potere. Potere esercitato da una monarchia con una visione di amministrazione statuale, uniforme, omogenea e  fortemente accentrata di chiara origine giacobina. È sufficiente osservare la composizione della legge elettorale del 1848, ove la Camera rispecchiava la società subalpina del tempo, che, con il sistema elettorale fondato sul metodo “uninominale”, esercitava una sicura egemonia nel Parlamento e nel paese. Infatti, la prima Legislatura era composta in prevalenza da liberi professionisti, avvocati, uomini di legge, magistrati e funzionari di stato, pochi gli ecclesiastici (cinque in tutto) e una lieve presenza di proprietari di terre ( trenta su 204 deputati).

“Alle prime elezioni politiche generali per la formazione della Camera dei Deputati svolte il 27 gennaio 1861, sono iscritte al voto 418.696 persone pari  all’1,9% dell’intera popolazione italiana di quasi 22 milioni di abitanti. Votarono effettivamente 239.583 elettori, pari al 57,2% degli aventi diritto, meno, quindi dell’1% del popolo. Interessanti sono anche i dati sulla composizione sociale degli eletti: 85 erano principi, duchi o marchesi; 72 avvocati; 52 tra medici, ingegneri o professori universitari; 28 ufficiali militari di rango elevato”. Dati forniti Da G. Volpe, da la “Storia Costituzionale degli italiani”, cit. 21.

Emergeva, tuttavia, in tutta la sua gravità, l’enorme problema da risolvere: la questione meridionale.

C’erano le piccole e grandi borghesie arroganti e prepotenti proprietarie dei latifondi che minacciavano di far sollevare i contadini; c’era da combattere e reprimere il brigantaggio, una piaga che inaspriva i rapporti fra Nord e Sud; c’erano forti perplessità sul concedere le autonomie a Napoli e alla Sicilia e c’erano le luogotenenze che funzionavano male per l’estesa, precedente, disorganizzazione locale. A Torino, da Cavour, arrivavano sempre più frequenti i giudizi negativi degli uomini mandati in quelle zone.

«Un giudizio molto crudo espresso nel suo carteggio da Giuseppe La Farina, il Segretario della Società Nazionale, una delle centrali più attive della propaganda antiregionalistica, che auspica la chiusura definitiva delle «cloache governative di Napoli e Palermo»

Vesperini in “L’organizzazione dello Stato unitario”; nota 38 pag, 69.

Nel 1863, in una lettera inviata alla moglie, Nino Bixio scrive: «Che paesi si potrebbe chiamar dei veri porcili (…). Prima che questi paesi giungano allo stadio di civiltà in cui siamo noi (…) abbisognano anni e lunghi anni. Non strade, non alberghi, non ospedali, nulla di quanto si deve oggi nella parte meno avanzata dell’Europa: poveri paesi».

Giulio Vesperini in “L’organizzazione delle Stato unitario”, nota 39 pag. 69. Il brano è riportato in G. Ruffolo, “Un paese troppo lungo” Torino Einaudi 2009, 145.

 

(Nota personale: la prima frase “Che paesi si potrebbe chiamar dei veri porcili…” è la descrizione esatta di come sono ridotte, oggi, nell’anno 2018, molte zone di Torino; una, ad esempio è la Barriera di Milano, altra, è il Lungo Dora Agrigento. Ciò che vede l’ignaro visitatore in quel tratto di strada è uno sconcio indecente e incredibile per una città che si auto-elegge con altezzosa pomposità “Capitale della cultura”. Ero insieme a un amico inglese in visita alla città, ed è rimasto esterrefatto di cosa vedevano i suoi occhi; cose allucinanti, da non credere. Frotte di extracomunitari seduti qua e là che chiacchieravano fra sporcizia varia, lattine, bottigliette di birra vuote e rifiuti di ogni genere, mentre uno di questi, dal parapetto, orinava nella Dora. La città in declino? Torino non c’è più. Il centro storico, il cuore della città e le sue barriere; per descriverle oggi uso il termine di Bixio, che è il più appropriato; “sono un porcile”. Ma…i torinesi cosa dicono?

Impossibile, non veritiero, bugiardo? Andate e osservate. I luoghi sono in Torino, non su Marte).

 

Vari aspetti riguardanti la prevalenza del sistema centralistico, piuttosto che autonomista o regionalista, erano attinenti alla struttura sociale del paese: da un lato la società civile, in particolare al Sud, era povera e arretrata, anche se aveva dato valenti filosofi e giuristi (Mancini, Spaventa, Crispi, Pisanelli), per contro, il Nord aveva gente esperta nelle tecniche sulle proprietà rurali e altra attenta e aperta alle moderne correnti europee (Jacini, Correnti, Ricasoli, Minghetti). In sostanza, era chiaro che le necessità politiche e l’attitudine all’autogoverno erano molto diverse nelle differenti zone del paese, «…e l’unità con il Sud indeboliva, anche sotto questa forma, le tendenze liberistiche e autonomistiche che faticosamente si erano fatte strada in Piemonte, Lombardia, Toscana ed Emilia. Altro aspetto, la classe dirigente di quegli anni era ristretta e poco propensa ad allargare le basi del nuovo Stato. È anche da tener conto che i parlamentari di origine meridionale erano in gran parte esuli che avevano interrotto ogni legame con i quadri dirigenti dei rispettivi paesi di origine, per cui, la loro sorte personale dipendeva dalla continuità dell’egemonia piemontese del nuovo Stato». Giulio Vesperini in “L’organizzazione dello Stato unitario”. Interessante è da notare che la secolare borghesia del Sud, oramai ridotta a poche famiglie, ma ancora molto potenti, avevano appoggiato la politica centralistica che, insieme alle forze liberali del mezzogiorno, era rimasta l’unica forma di accentramento amministrativo per loro accettabile atta a concepire l’Unità d’Italia.

«Governo, parlamento e correnti politiche nella genesi della legge 20 marzo 1865, cit., secondo il quale, il contrasto tra i sostenitori delle istanze centralistiche e i fautori delle autonomie dura fino al 1865 ed oltre, ma si tratta di un contrasto teorico, dal momento che la minoranza s’impegna nei confronti della maggioranza a non sviluppare nel dibattito in aula le proprie tesi per arrivare quanto prima all’approvazione della legge e rendere più agevole, in questo modo, la soluzione degli elementi di turbativa esistenti in quel momento nel paese. Con questa precisazione, va ricordato, tuttavia, che nei dibattiti e nelle proposte, anche degli anni immediatamente successivi alle leggi di unificazione del 1865, è costante il riferimento alle urgenze di “discentramento”, anche nei più rigorosi accentratori». Giulio Verperini; da “L’organizzazione dello Stato unitario”, con nota di R. Ruffilli relativa alle autonomie.

L’Unità era compiuta in breve tempo, quasi con il sistema del “bastone e la carota” e questo era stato il risultato finale della lunga serie di plebisciti: dal 1860 al 1870, nei quali, come già affermato, il popolo ne era stato completamente escluso.

Vedere le tabelle sottostanti tratte da: “Storia costituzionale d’Italia 1848/1948” di Carlo Ghisalberti – Editore Laterza.

 

Immagine tratta da “Storia costituzionale d’Italia 1848/1948” di Carlo Ghisalberti – Editore Laterza

 

Immagine tratta da “Storia costituzionale d’Italia 1848/1948” di Carlo Ghisalberti – Editore Laterza

 

Le ragioni di una Federazione di Stati italiani.

Il supporre che l’Italia, divisa com’è da tanti secoli, possa
pacificamente ridursi sotto il potere d’un solo è demenza.
[…] All’incontro l’idea dell’unità federativa, non che esser
nuova agli italiani, è antichissima nel loro paese e connaturata
al loro genio, ai costumi, alle istituzioni, alle stesse condizioni
geografiche della penisola

Vincenzo Gioberti. “Del primato morale e civile degli italiani”.
(Brano tratto da RIVISTA online, anno VII n° 2- Scuola superiore dell’economia e delle finanze.

La parola “federalismo” era pressoché sconosciuta dai politici italiani di quel tempo, in genere si discuteva di “discentralizzazione”. In un discorso alla Camera del 2 luglio 1849, il Cavour, in risposta all’onorevole Josti sull’argomento della riforma amministrativa, si dichiarava d’accordo di operare una “discentralizzazione” in quel senso, precisando «che la centralizzazione amministrativa è a mio avviso una delle più funeste istituzioni dell’era moderna…». Il Cavour riconosceva le falle del sistema ma le veementi battaglie politiche seguirono, nel tempo, altre vicende e il Cavour moriva proprio nel momento decisivo più delicato. (La frase tra virgolette è presa dal primo volume dell’epistolario del Chiala da “Lettere edite ed inedite” del 1883).

È tutta una storia politica ricca di colpi di scena incalzanti e interessanti ma troppo lunga e complicata, per cui, mi limito a indicare i concetti base su forme di “federalismo” che costituivano l’opposizione alla monarchia sabauda e più recenti, alcuni progetti di qualche anno fa.

Fra i primi a usare questo termine erano stati Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari. La loro idea di federalismo prevedeva l’autonomia nel rispetto delle differenze degli Stati regionali preunitari, in senso democratico e repubblicano, mentre Vincenzo Gioberti e Cesare Balbo optavano per un federalismo  moderato che prevedeva l’unione degli Stati regionali coordinati in una lega federale con a capo il Papa. Un altro progetto federalista (in verità un misto federal-monarchico) prevedeva la formazione di tre regni: il primo con il Piemonte, il Lombardo Veneto e Parma; il secondo con la Toscana, Modena e lo Stato pontificio; il terzo con Napoli quale sede del sovrano e Palermo sede del Congresso. Uno statuto e una lega doganale avrebbero dovuto unire i tre regni. (Spunti tratti da la RIVISTA online n° 2 ANNO VII della “Scuola superiore dell’economia e delle finanze” ).

Nell’Europa delle potenti monarchie e in particolare quella sabauda, era impensabile immaginare un’idea di Stato Federale, anche se l’idea del Cattaneo, più ancora di quella del Ferrari, era molto più vicina al popolo. Infine, attraverso i plebisciti, vinse la continuità monarchica in tutta Italia, escludendo, come sempre, il popolo. Senza una pluralità d’individui, “provenienti dal basso”, espressione che piaceva e piace al potere, non c’è democrazia, tantomeno compartecipazione.

Tuttavia a questo punto credo utile un chiarimento sul termine “popolo”, che, nell’Ottocento, aveva un significato ambiguamente impreciso; in generale s’identificava la nazione tutta. L’ambito storico nel quale succedono questi accadimenti è, infatti l’Ottocento, periodo in cui non esisteva un proletariato industriale e neppure “agricolo”, quindi in questo senso il “popolo”, erano le classi sociali medie e inferiori, che tentavano di lottare per il riconoscimento della loro esistenza politica. Per Cattaneo “popolo” significa una certa maniera di essere, un certo comportamento politico ed una certa funzione storica. “Qualsiasi ceto, anche la nobiltà, quando agisce nella pluralità, è “popolo”. Da “Introduzione a Cattaneo” di U, Puccio pag. 9/11. Einaudi Editore.

Carlo Cattaneo aveva concetti politici troppo avanzati per il suo tempo; egli riteneva che la federazione fosse un mezzo per promuovere l’autonomia, l’autogoverno e nel contempo sviluppare lo spirito di unità nazionale, pur rispettando le diversità.

Sul comunismo la sua idea era severa e intransigente, soprattutto attuale: «Il comunismo è quella dottrina che demolirebbe la ricchezza senza riparare alla povertà; e sopprimendo fra gli uomini l’eredità e per conseguenza la famiglia, ricaccerebbe il lavorante nell’abiezione delli antichi schiavi, senza natali e senza onore». “Stati uniti d’Italia” pag. 106, nota 44.

Per capire lo straordinario ingegno dell’uomo, non solo politico, dovrebbesi leggere il suo libro “Stati uniti d’Italia” con prefazione di Norberto Bobbio – Editore Chiantore Torino 1945.

Cattaneo nel libro si appoggia al “Programma del Cisalpino” per un’idea di federazione, peraltro ben abbozzata ma non definita, mentre il teorico federalista Giuseppe Ferrari espone con chiarezza la sua visione di Stato federale. Eppure il federalista per antonomasia è da sempre il Cattaneo che in politica era un uomo pratico con idee chiare, autore di una monumentale produzione di scritti su vari settori scientifici.

Norberto Bobbio apre la prefazione del libro (di ben 106 pag. note comprese) con queste parole: «Le grandi crisi aprono inaspettati spiragli sulla storia degli uomini e delle idee. Volti che nella loro apparente sanità nascondevano alla vista un germe di malattia mortale, oggi appaiono consunti, recanti il pallore del disfacimento; edifici che sembravano, nella loro esteriore saldezza sfidare l’urto del tempo, oggi scricchiolano o crollano come castelli di carta. La crisi è il momento in cui l’accumularsi dei piccoli debiti differiti e non mai pagati, produce il fallimento irreparabile; è il punto in cui la piccola deviazione non arrestata a tempo si allarga in un’apertura smisurata, che nessun passo d’uomo è più in grado di varcare…». Sembra di leggere un breve saggio scritto par ieri e non nel 1945 alla fine di una lunga guerra, per i parallelismi con il dissesto politico e  finanziario dell’Italia odierna attuato da governi accentratori con il collaudato sistema di: non armi che sparano e uccidono ma uomini che uccidono con menzogne e truffe.

 

Anno 2014- Un progetto federalista del PD

Due deputati PD: Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, hanno preso carta e penna per ridisegnare la cartina d’Italia. Ne è uscito uno stivale diviso in dodici aree omogenee per “storia, area territoriale, tradizioni linguistiche e struttura economica”. Alcune sono frutto di una semplice addizione (il Triveneto con Friuli, Trentino e Veneto, oppure l’Alpina con Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria). Altre invece mettono assieme province di Regioni diverse: il Levante “ospita” Puglia, Matera e Campobasso, mentre la Tirrenica tiene assieme Campania, Latina e Frosinone. Solo Sicilia e Sardegna manterrebbero il privilegio dello statuto speciale.
(Tommaso Ciriaco, da “la Repubblica” del 23/12/2014).


Progetto troppo semplicistico, irrealizzabile, d’ispirazione politica di sinistra, sbilanciato nei ruoli affidati alle regioni. Incomprensibile il mantenere lo statuto speciale solo a Sicilia e Sardegna e perché non le altre? Un disegno nato piuttosto come confederazione, un sistema che ne complicherebbe in modo definitivo la governabilità, in quanto, in sostanza, è mancante di un organo ufficiale centrale di coordinazione posto al di sopra dei singoli interessi dei vari Stati membri o Nazioni, come possiede una vera federazione.
Un progetto interessante del 1994 e sempre valido è quello di Marcello Pacini, nel suo libro edito dalla Fondazione Giovanni Agnelli. Esso invita a meditare su una scelta; ha per titolo “Scelta federale e unità nazionale”. Era stato ampiamente illustrato anche da “la Repubblica” del 29 ottobre 1994 (già inserito tempo addietro nel BLOG). Sotto, riporto nuovamente una parte della pagina.

Il modello federativo di Gianfranco Miglio del il 14 dicembre 1994

Dal primo dopoguerra a oggi l’Europa ha ceduto non solo in democrazia ma soprattutto sulla tutela degli stessi cittadini europei, ignorandoli; si è mutata in un centralismo plutocratico affetto da nepotismo. Intanto l’Italia, da vari decenni governata in toto dalle sinistre, si è pietrificata in un sistema accentrato, consolidando lo status di Repubblica = governo, cosa pubblica, che di pubblico ha solo una dilagante corruzione. C‘è stato un solo uomo politico convinto repubblicano, un eccezionale economista piemontese, vero “patriota”, che ha agito sempre con saggezza, esperienza e lungimiranza nel solo interesse dell’Italia, salvando la Lira nel primo dopoguerra; ed è stato Luigi Einaudi, dopo di lui, l’oscurità, le tenebre più profonde. Oggi ci ritroviamo un paese asfittico, sull’orlo del fallimento, con un debito pubblico gigantesco (supera i 2331 miliardi di euro) che ancora s’incrementa fra prebende e finanziamenti europei, in verità, meglio definiti come: “ricatti’.
L’unica soluzione a tutto questo è riprendere l’idea di Costituzione Federale già proposta dal Cattaneo, dal Ferrari, dalla chiesa cattolica e da altri. Una vecchia formula sempre riposta in un cassetto per mancanza di volontà, capacità, concretezza, da parte di una consorteria di partiti con tutt’altri interessi.
In Italia dopo Carlo Cattaneo, il pensiero federalista è caduto nell’oblio, come il concetto di “nazione”, proprio a causa della “febbre” unitaria che aveva investito il paese, sino all’avvento della LEGA NORD; ma questo è un altro argomento non trattabile in queste pagine.
«Una nuova unione di Stati liberi in una struttura “Federale”; una vera “federazione”, da non confondere con “confederazione”; perché essa è un’organizzazione incapace di superare l’anarchia. Ha la sostanza politica delle alleanze tra Stati ed ha un organo permanente per affrontare problemi comuni, che tuttavia non è subordinato agli Stati stessi e non è quindi capace di dominare le divergenti ragioni di stato. Manca in sostanza di un organo ufficiale centrale di coordinazione posto al di sopra dei singoli interessi dei vari Stati o Nazioni. Compito di grande difficoltà è l’unificazione politica di più Stati, Nazioni e/ o Regioni.
È dimostrato già in passato l’insuccesso dei tentativi per unificare le Città Stato della Grecia classica e più vicino a noi, gli Stati regionali dell’Italia alla fine del XV secolo. Non dimentichiamo che l’unificazione dei governi e dei popoli ottenuta senza guerra è avvenuta una sola volta nella storia, ed è stata quella nata con la formazione degli Stati Uniti d’America.
Da tenere presente che il pensiero federalista ha sempre combattuto su due fronti che rappresentano due esigenze diverse, causate anche da eventi storici: il federalismo “esterno”, che nasce prevalentemente da una crisi bellica, da una crisi internazionale, o da una reazione a un non corretto rapporto fra gli Stati sovrani (L‘Europa ai giorni nostri anche se non è una federazione: è un’unione di Stati non legittimata dai cittadini europei). Il federalismo “interno” nasce invece prevalentemente da una crisi interna, da una disgregazione di uno Stato accentrato, da forme di partitismo dispotico e arrogante, dalla crisi del diritto».
Il federalismo “interno”è appunto l’argomento che ci interessa, ovvero il “caso Italia” (Da appunti miei presi da incontri e conferenze di Norberto Bobbio e dalla prefazione dello stesso Prof. Bobbio dal libro “Federalismo e libertà” di Silvio Trentin). Nell’unificazione dell’Italia nulla è legittimo, poiché non c’è stata nessuna trasmissione di potere ma un sistema “consortile” che ha condiviso questi poteri con la monarchia sabauda. In pratica è cambiato poco o nulla; il popolo è stato escluso, come sempre, da ogni forma di potere.
In un sistema democratico per il progresso dello Stato e soprattutto per la sua sopravvivenza nel tempo, le regole che lo mantengono in vita vanno legittimate con la compartecipazione dei cittadini tutti, donne e uomini. È il semplice concetto del principio di legittimità.
Per precisione il diritto di voto in Italia è stato introdotto ai maschi nel 1918 e alle donne “riconosciuto” nel 1945. Una storia lunga e difficile ma che rivela ancora oggi una lacuna democratica nel paese per l’arretratezza in cui si trova ancora una parte di esso. Questo è uno dei motivi fondanti e urgenti non più dilazionabili per una sacrosanta divisione dei poteri in senso federale. Uno Stato è federale o non lo è, non esistono forme ibride o semicentraliste.

Il 17 dicembre 1994 il costituzionalista Gianfranco Miglio presentava al Circolo della stampa di Milano il “Modello di Costituzione Federale per l’Italia” e fatto proprio dall’Unione Federalista. (C’ero anch’io con alcuni federalisti torinesi).
Il Senatore Gianfranco Miglio ha un ricco e invidiabile curriculum (è stato preside per trent’anni della Facoltà di Scienze politiche di Milano), inoltre, tra molto altro, è stato anche l’ideologo della Lega Nord nel 1992, poi uscito nel 1994 per disaccordi con Umberto Bossi. Nello stesso anno fondava il Partito Federalista di cui era eletto presidente, con vicepresidente Dacirio Ghidorzi Ghizzi e segretario generale Umberto Giovine. Ha operato nell’Unione sino al 2000 anno in cui, colpito da ictus, non si riprendeva, morendo ottantatreenne a Como, sua città natale. Ad Adro è stato poi aperto un Polo Scolastico a lui intitolato. Dopo la sua morte, l’Unione Federalista è stata sciolta nel 2001.
Il Modello di Costituzione è riassunto in un fascicolo di 12 pagine di cui ne mostro la copertina e lo schema organizzativo. Se mi sarà concesso, probabilmente pubblicherò il contenuto completo. Assicuro che è di lettura molto interessante e istruttiva.

Il Modello Federale di Gianfranco Miglio è ancora oggi il miglior progetto prodotto da un costituzionalista esperto di federalismo par suo, per un paese arretrato come il nostro, le cui estremità sono “troppo lontane” le une dalle altre. Aveva studiato per oltre cinquant’anni i vari modelli di Repubbliche federali, confederali e le autonomie tanto contestate dei vari Stati europei ed extraeuropei. La sua sfortuna è stata di non aver avuto validi collaboratori nel proporre i suoi progetti federali per l’Italia. Miglio, quest’uomo determinato e intransigente, non è stato ascoltato ma soprattutto capito per le sue idee federaliste troppo avanzate, per la capacità e limitata coscienza politica dei politici di quel tempo che, a quanto pare, ancora oggi, purtroppo, non sono migliorate.
Dal suo modello di costituzione riporto parte del punto1:

Il sistema dei poteri e delle garanzie.
  1. La base di ogni Costituzione Federale è formata dalle convivenze politico-amministrative che si articolano sul territorio e che si contrappongono all’autorità “federali”: i Cantoni.
    Esistono anche ordinamenti pseudo-federali che “combinano” particolarismi non localizzati sul territorio (economico-sociali, professionali, confessionali, ecc.). Ma il vero federalismo si basa su unità territoriali: cioè, su pluralità d’individui che vivono abitualmente gli uni accanto agli altri e hanno in comune la maggior parte dei bisogni essenziali e (sopra tutto) consuetudini, tradizioni e stili di vita, che li differenziano dalle altre convivenze. Fra coloro i quali oggi in Italia temono (o considerano contraria ai propri interessi) l’adozione di una “vera” Costituzione Federale, è forte la tendenza a chiedere che la Federazione si basi sulle attuali “Regioni”, sia cioè una “Federazione Regionale”. Ora, lo “Stato Regionale” – inventato dai costituenti italiani fra il 1946 e il 1947 e consacrato nel Titolo V della Carta – rappresenta l’esperienza più fallimentare che si conosca di questo tipo di ordinamento: quando si afferma che lo “Stato Regionale” è il contrario di un sistema federale, si cita il caso italiano. Non è necessario ricordare le cause di questa disfatta: basterà rilevare che il “regionalista” non condivide intimamente nessuno dei principi (“requisiti”) di una concezione federale….

Riporto, a chiusura dell’argomento, due articoli: uno di Giancarlo Galli e un altro di Salvatore Butera (ritagliati dal giornale “Il SOLE 24 ore” del 28/11/93), presi dal mio archivio personale perché attuali e “sempiterni”.

Articolo tratto da “Il SOLE 24 ore” del 28/11/93

 

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