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Una minima parte della “tragedia italiana”

Questo articolo, ricondiviso da Carlo Ellena illustra una minima parte della “tragedia italiana”, fatti che i cittadini non sanno e che dovrebbero sapere . E’ un loro dovere informarsi e se non lo fanno, per palese pigrizia, come oggi dimostrano, ne diventano corresponsabili, compresi gli ingenui “alloglotti”.
Il nuovo governo Conte ha ridato il potere al PD (i comunisti), partito maggiormente responsabile della “tragedia italiana”, già iniziata nel primo dopoguerra e oggi giunta oramai a un livello che possiamo definire irreversibile.
Tutto questo succede nel paese di un grande piemontese che si definiva con orgoglio italiano, perché credeva testardamente nell’Italia : Luigi Einaudi.
Un’offesa inaudita al suo lavoro e alla sua memoria.

Immagine di Daniele Mizzoni: Manipolazione – tratta da danielemizzoni.blogspot.com

ARTICOLO:
La distruzione del patrimonio pubblico italiano. Le responsabilità dei nostri governanti – di Paolo Maddalena

 

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ABOMINIO!!

Immagine tratta da www.megatexy.com

Abominio,  verso i politici comunisti italiani ed europei per le losche trame ordite contro il popolo italiano.
Abominio,  verso il “capo dello stato”, attore chiave responsabile dell’attuale “nuovo” governo. Un uomo colpevole di un fatto gravissimo e inaudito, mai successo dal dopoguerra a oggi. Nella storia del nostro paese, pur con politici abitualmente sciocchi e corrotti, un atto di questa gravità, mai è stato fatto in modo così palese e con si tanta affrettata sfrontatezza al cospetto di tutti i cittadini italiani. Questo signore, il cui ruolo politico avrebbe dovuto impersonare l’imparzialità, essere il “nume tutelare” di tutti gli italiani, si è trasformato in oppressore. Con l’atto d’imperio compiuto egli ha sovvertito il voto di un popolo, mostrandosi complice e succube del partito dei comunisti del PD, che, con una pletora di mercenari voltagabbana di una sinistra ancora non ben definita, sono i complici, con altri potenti mercanti di schiavi europei, a lucrare sulla pelle degli extracomunitari.Evviva! Tutti alla tavola del “capo” imbandita a festa!

Questo “capo di stato”, per certi versi, mi ricorda la favola di Hans Christian Andersen “Il re nudo”; essa mi riporta a un pensiero di Bertrand Russel: “ Se a un uomo viene offerto un fatto che va contro i suoi istinti, egli lo scrutinerà attentamente e a meno che l’evidenza sia soverchiante si rifiuterà di crederci. Se, d’altro canto, gli viene offerto qualcosa che gli da una ragione per agire in accordo con i suoi istinti, egli l’accetterà anche se sostenuta dalla più piccola evidenza”. E non è finita.

Abominio,  verso i “capetti”, quelli del partito dei saggi del PD (o PC?) e gli altri della banda posti in attesa di un’altra poltroncina. Il primo della fila è stato un vero capo, poi decaduto con i suoi 40 ( più o meno) senatori e che noi conosciamo (vivaddìo), come favolistica in lingua araba: “Alì Babà e i 40 ladroni”. Ancora Bertrand Russel ci sussurra in un orecchio una verità: “Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”.
Abominio,  verso troppi improbabili commentatori televisivi di parte, quale una signora che, con piglio serioso, descriveva lo “sguardo paterno” del capo dello stato rivolto verso i suoi nuovi ministri del nuovissimo governo comunista e per chiudere, il garrulo giovane che a la RAI 3 politica del mattino, illustrava, con trepide evoluzioni linguistiche, che l’atto d’imperio fatto dal capo dello stato era del tutto legale e giusto. Infine:
Abominio,  nei confronti di una Costituzione desueta, soggetta a continue manipolazioni e incoerenze da parte dei politici di turno per il vizio di interpretazione proditoriamente voluto e espresso fra le righe senza mai dare risposte chiare. Una “Costituzione incostituzionale da gettare alle ortiche e ne abbiamo sotto gli occhi le prove.

Alì Babà e i 40 ladroni – Favole della buona notte
Immagine tratta da www.ibambini.org

Per chiudere:

Franca, Federica, Giulia, Marica Milena, Antonio, Elso, Elio, Eugenio (Genio), sono giovani ragazzi e ragazze con laurea e non, ovvero tecnici, operaie e operai specializzati, insegnanti, commesse da negozio. Persone capaci, serie ma tutti e tutte senza lavoro e impossibilitate a creare lavoro, perché non c’è mercato, dinamica creativa; impediti da una burocrazia lottizzata e inutile che ha distrutto la buona volontà e tolto ogni speranza. Ebbene, tutta questa forza lavoro con cervelli pronti e attivi hanno ripreso la valigia che avevano riposto e sono velocemente in partenza, vista le “nuova”  situazione politica creatasi. Non ritorneranno; potete starne certi!

Tutto questo a causa vostra, comunisti del PD e soci: attenti, i giovani non dimenticano.

Carlo Ellena

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Il soldato Giovanni Poggio

Voglio ricordare un piemontese che non è un re, un principe, un duca di antiche nobiltà, un comandante o un generale con il petto coperto da decine di medaglie e mostrine dorate, che non sempre significano valore in battaglia; è un semplice soldato, un vero eroe dimenticato: il “Soldato Giovanni Poggio”.

 

Il soldato Giovanni Poggio

… onest popol!

sousten l’unità d’Italia

sempre guidà

da chi l’ha savula fè.

« Casa Savoia »…

Giovanni Poggio

Masio è uno di quei straordinari luoghi piemontesi unici per la generosa, fertile terra; colline da vino robusto e genuino al pari della sua gente. Tuttavia questo piccolo paese è anche altro.

Nella piazzetta del Municipio c’é un monumento che alla prima occhiata può apparire strano, mutilato. La lunga l’epigrafe scolpita sul piedestallo chiarisce l’equivoco e rivela che il mezzo busto sul quale appoggia è effettivamente mutilato delle braccia.

Si tratta del soldato Giovanni Poggio, artigliere medaglia d’oro della campagna del 1860, conosciuto come “l’uomo senza braccia”.

Il monumento è opera dello scultore Attilio Gartman, l’epigrafe, dettata da Paolo Boselli ci racconta:

 

Giovanni Poggio

eroico artigliere

nelle guerre per l’Italia, in Crimea nel 1859 nel 1860

compiendo prodigi di valore, prode fra i prodi del Re e di Garibaldi,

nell’espugnazione di Capua, propugnacolo borbonico, perdette ambo le braccia.

Onorato della medaglia d’oro mostrò la serenità dei forti

e militare decoro nelle angustie della vita nobilmente povera

allietata e sorretta dalla consorte Camilla Fossati con vigile devota opera d’amore

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Nacque in Masio il 4 agosto 1830, morì in Torino il 5 dicembre 1910

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Questo ricordo a segno di gloria ad esempio di meravigliose gesta

vollero il popolo di Masio, amici, ammiratori.

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Sono frasi e parole che hanno un sentore epico e oggi possono apparire un po’ retoriche, esse evocano un Piemonte storicamente oramai lontanissimo, ma nel quale gli alti valori morali e il forte senso dello Stato dei suoi uomini educati al rigido codice del dovere e dell’onore, hanno contribuito in modo determinante alla formazione dell’Unità d’Italia. Al fianco di Pietro Micca, Enrico Toti, Salvo D’Acquisto e molti altri, anche Giovanni Poggio è uno di questi uomini e la sua vita avventurosa testimonia le gesta di questo valoroso soldato. E’ nostro dovere ricordarlo come militare e come uomo, cresciuto e formato in quell’ambiente particolare qual era la sua straordinaria famiglia.

Giovanni Poggio nasce il 4 agosto 1830, in quel di Masio, piccolo paese sulla sponda destra del Tanaro, è l’ultimo di quattro figli: Paolo, Carlo, Giuseppe e Giovanni appunto. Il padre Francesco è anch’egli nativo di Masio, che presiederà per un certo tempo come Sindaco (Masio è stata anche la residenza estiva preferita di Urbano Rattazzi). La madre, Francesca Maria Guasco, è nativa di Solero ed apparteneva ad una famiglia di antichi patrioti. Dotata anche lei di profondi sentimenti patriottici, durante i tremendi anni delle cospirazioni risorgimentali fu attivissima e non esitò a ospitare in casa sua il cospiratore e martire alessandrino Andrea Vochieri. Maria Guasco è la sorella di Carlo Guasco, magistrato e giovane liberale, convinto assertore di un’Italia libera, amico di Silvio Pellico, Breme, Borsieri, Giovanni Plana e anche di Stendhal, il quale era ammirato dal patriottismo e dal coraggio di questa straordinaria famiglia.

I figli di Francesco e Francesca non erano da meno, tre erano davvero teste calde: Paolo, Giuseppe e Giovanni. Carlo, pare fosse il più tranquillo, era un ottimo funzionario delle ferrovie dello stato. Paolo, professore, si fece prete, ma questo non gli impedì nel 1870 di issare, primo fra tutti e in abito talare, la bandiera italiana sull’edificio dell’Università di Torino incitando gli studenti con parole di fuoco. Giuseppe, nel 1848 fuggì con Giovanni, il fratello minore, per arruolarsi insieme e combattere, ma a causa della loro giovane età furono rispediti a casa. Giuseppe, che era geometra, in seguito lasciò il suo lavoro e partì per l’America in cerca d’avventura. Fece diversi mestieri, fra i quali l’armatore. Ritornò nel 1870 per ripartire dopo poco tempo per la Francia verso nuove avventure, ma non fece mai più ritorno e non se ne seppe più nulla. Giovanni, militò un breve periodo come volontario nelle file di Garibaldi e nel 1851, al suo turno di leva, entrò nell’esercito regolare e assegnato al reggimento artiglieri come cannoniere di seconda classe con il numero di matricola 2304. Già nello stesso anno si distinse meritandosi la promozione a cannoniere di prima classe, giusto in tempo per partire per la guerra di Crimea con il Corpo di spedizione comandato dal Generale Alfonso Ferrero La Marmora.

Soldato valoroso e spericolato scampò alle pallottole per rischiare di morire affetto da colera in un letto d’ospedale. Guarì miracolosamente e il 30 maggio 1856 fu collocato in congedo.

In quel periodo turbolento le campagne di guerra infuriano e il 26 marzo 1859 è richiamato come artigliere combattendo sino all’11 dicembre dello stesso anno. Rimane a casa per poco tempo; il 12 marzo 1860 è richiamato nuovamente sotto le armi per la terza volta è assegnato alla 4° batteria del 3° Reggimento Artiglieria da piazza. Partecipa alle campagne di guerra che nel 1860 hanno teatro di operazioni prima nelle Marche e nell’Umbria e poi nell’Italia meridionale, quando, dopo la caduta della piazzaforte di Ancona e la totale disfatta dell’Esercito franco-pontificio, l’Esercito piemontese al comando di Vittorio Emanuele II accorre in aiuto ai “Mille” Garibaldini impegnati contro le truppe del Borbone Francesco II. Tali truppe, travolte dai piemontesi, sono scacciate da Marsala a Calatafimi, poi a Palermo, Milazzo e Messina, la Calabria sino a Napoli, sulle rive del Volturno. Qui Giovanni Poggio dimostra in più occasioni la sua tempra di valoroso soldato, sino al compimento del suo tragico destino.

Ѐ il 1° Ottobre 1860, il Poggio si trova come capo-pezzo del cannone posto sulla strada che porta verso la fortezza di Capua, in un sito molto esposto alla fucileria borbonica. La provvidenziale placca della cintura lo salva da una palla nemica che altrimenti gli sarebbe penetrata nel ventre, restando comunque leggermente ferito. Rimane tenacemente al suo posto, rifiutando all’ordine di fare fuoco con le sue artiglierie puntate verso le truppe borboniche che avrebbero sicuramente colpito una colonna garibaldina impegnata nel combattimento a corta distanza. Il 25 Ottobre si trova sotto Sant’Angelo e non riuscendo il tiro efficace insiste con forza per lo spostamento delle artiglierie su un’altura vicina.

Questa azione, che permette un valido aggiustamento del tiro, costringe i borboni a una disastrosa ritirata. Nel frattempo gli è assegnata la medaglia d’argento al valor militare. In un altro frangente, contravvenendo a un ordine del suo Capitano Emilio Savio, attraversa a nuoto il Volturno per spiare le batterie nemiche; le informazioni date al suo ritorno inducono i nostri ad abbandonare precipitosamente il posto rivelatosi troppo pericoloso.

Il fatto culminante, tragico, avviene il 2 Novembre 1860, quando al mattino ha inizio il bombardamento di Capua. Il Poggio ha l’incarico del puntamento, la distribuzione della polvere e delle cariche. Il nemico investe la postazione dei nostri con un fuoco infernale. Ripetutamente il Poggio si reca volontariamente, sotto il fuoco incrociato dell’artiglieria nemica, a verificare il tiro sul terrazzo sovrastante la sua batteria e il tenente Persi, che ha permesso con riluttanza queste pericolose verifiche, nell’ulteriore intensificarsi del fuoco, gli proibisce altre uscite. Il Poggio vedendo il precipitare della situazione e i compagni titubanti, disobbedendo all’ordine si precipita per le scale verso il terrazzo urlando: «Dove gli altri non vanno Poggio va». Poco dopo una granata gli asporta il braccio destro e quasi subito un altro colpo gli tronca il sinistro, con le ultime forze si trascina in fondo alla scala stramazzando sfinito. Rapidamente soccorso, gli vengono amputate entrambe le braccia sopra il gomito. Gli sorregge il capo la signora Jesse White Mario (vedova di Alberto Mario), infermiera garibaldina e ardente sostenitrice dell’Unità d’Italia. Lo assiste giorno e notte all’ospedale di Napoli la Marchesa Anna Pallavicino Trivulzio, moglie del martire dello Spielberg Giorgio Pallavicino Trivulzio. Gli fa anche visita Re Vittorio Emanuele II, il quale con parole di encomio gli conferisce la medaglia d’oro al valor militare.

Ritornato finalmente a Masio, dopo qualche tempo il Poggio sposa Camilla Fossati, che conosceva fin da bambina e da questo felice matrimonio nascono ben dieci figli. In seguito trasferitosi a Torino, conosce e frequenta in questa città Edmondo De Amicis, il quale gli dedica un bozzetto sulla sua vita. A Torino, Giovanni Poggio muore all’età di 80 anni, il giorno di Santa Barbara e i funerali vengono fatti a spese dello stesso Comune.

 

Il berretto e il panciotto di Giovanni Poggio sono conservati al Museo di Artiglieria di Torino.

Le città di Torino e Alessandria gli intitolarono due Vie.

Pinerolo gli dedicò la sezione degli Artiglieri.

Un interessante libro del 1963 della “Collection Stendhalienne” di Albert Maquet dal titolo “Deux amis italiens de Stendhal – Giovanni Plana et Carlo Guasco”, ci racconta appunto di Carlo Guasco, Avv. Sost. Procuratore Generale del Re a Torino irriducibile potriota e carbonaro, fratello di Francesca Maria Guasco, madre del nostro Giovanni Poggio, le cui imprese sono ricordate nel libro.

 

Luglio 2019

Carlo Ellena

 

Bibliografia:

-“Il soldato Poggio” di Edmondo De Amicis.

-Traduzione in italiano su “Epoche”n° 1 e n° 2 dell’anno 1963 del libro”Deux – amis italiens de Stendhal – Giovanni Plana et Carlo Guasco”.

-“IL Popolo d’Italia” del 1 Gennaio 1923.

-Estratto dalla ”Rivista di Storia, Arte, Archeologia della Provincia di Alessandria” del 1930 di Lorenzo Mina su “Poggio Cav. Giovanni 1830 – 1910



 

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Antonio Rosmini Serbati (1797 – 1855)

Dedico ai piemontesi italiani smemorati e anonimi, una sintesi storica di due colti religiosi in guerra con la monarchia savoiarda ma soprattutto contro la chiesa romana corrotta, intrigante e tronfia di potere temporale; aspetto che costatiamo, purtroppo, ancora oggi in chiave degenerativa con l’attuale Papa:

Sono: Carlo Denina e Antonio Rosmini Serbati. 

 

Antonio Rosmini Serbati (1797 – 1855)

Da oltre un anno ricevo mensilmente, in omaggio, un giornale cattolico che periodicamente contiene articoli sul tema: “Alla scuola del beato Rosmini” – UNA FEDE PENSATA-

Gli scritti illustrano con dovizia l’amore del beato verso Dio in situazioni diverse e un magistrale insegnamento alla preghiera.

In un incontro in biblioteca, discutendo con alcuni miei allievi proprio del Rosmini, era parso evidente che oltre l’aspetto religioso, peraltro notevole e molto profondo, ben poco sapevano (e si sa) del pensiero filosofico-storico-politico del Rosmini nella cultura del Risorgimento.

Una lacuna che non sorprende se teniamo conto dello scarso interesse alla lettura degli italiani e dell’inconsistenza e inadeguatezza dei programmi scolastici, colpevoli dell’attuale sotto-livello culturale, in particolare nel Piemonte.

Tuttavia c’é una pur labile scusante; Rosmini, bandito dalla chiesa nel lontano 1850, solo da qualche decennio il suo immenso, prezioso patrimonio di scritti ha rivisto la luce, dando a tutti libera lettura.

[1]La riabilitazione del pensiero di Rosmini inizia nel secondo dopoguerra e soprattutto nel nuovo clima del Concilio Vaticano. Nel 1965 Paolo VI concede la riedizione delle Cinque piaghe. Nel 1998, nell’enciclica Fides et ratio, Giovanni Paolo II avvia la causa di beatificazione, ponendolo tra i grandi padri di quella ricerca della “parola di Dio” di cui “l’umanità e la chiesa hanno oggi un grande bisogno”. Il 1° luglio 2001 il Cardinale Ratzinger “dichiara superati i motivi di preoccupazione” che hanno a suo tempo determinato la promulgazione del decreto Post obitum. La riabilitazione si conclude il 18 novembre 2007 a Novara con la solenne cerimonia di beatificazione.

Oggi i suoi scritti sulla chiesa, sulla religione, sulla politica, il diritto, la filosofia, sul sociale e molto altro, sono oggetto di studi profondi e complessi. Rimane a noi una scuola di cultura e conoscenze inimitabili, alle quali dobbiamo avvicinarsi riconoscenti e con rispetto.

Antonio Rosmini, un uomo di chiesa, dalla cultura e intelligenza fuori dal comune, fondatore dell’Istituto della Carità, molto attivo negli anni del Risorgimento italiano, è quasi contemporaneo di Carlo Denina ma il suo percorso intellettuale e umano è stato molto diverso, come vedremo in questo breve viaggio esplorativo.

Il suo nome completo è già una storia: Antonio, Francesco, Davide, Ambrogio Rosmini Serbati (Rovereto il 24 marzo 1797 – Stresa 1 luglio 1855).

Era il figlio secondogenito di Pier Modesto, patrizio del Sacro Romano Impero e di Giovanna dei Conti Formenti di Biacesa in Val di Ledro, che a quel tempo faceva parte dell’Impero Asburgico.

I Rosmini vivevano a Rovereto fin dalle origini, ossia da quando si era installato, nella seconda metà del quattrocento, il capostipite Aresmino; è stata una delle famiglie più importanti della città, interessata in diverse attività amministrative, anche ecclesiastiche ma soprattutto dando notevole impulso alla vita culturale cittadina.

Antonio nasce in questa famiglia d’intellettuali, ricca, aristocratica, religiosissima, di grande cultura ma legata alle tradizioni asburgiche, austere e conservatrici.

Un bambino precoce, dotato e riflessivo che mette impegno e serietà in ogni attività che intraprende, avido di conoscere; egli s’immerge completamente nella lettura, passando lunghe giornate nella ricca biblioteca di famiglia, dimostrando da subito interesse nei testi filosofici.

È seguito dalla madre colta e amorosa che permea in lui, fin dall’infanzia, sentimenti di profonda religiosità e bontà, complementari in quest’uomo dalle qualità eccezionali, di grande apertura mentale e una fede incrollabile carica di un autentico umanesimo cristiano, doti che lo seguiranno nel corso di tutta la sua esistenza.

La casa è frequentata da due letterati, Antonio Cesari e ClementinoVannetti che, con lo zio Ambrogio, saranno il punto di riferimento culturale nella maturazione del giovane Antonio. Lo zio lo inizia alla storia dell’arte, del bello, della lettura, improntandolo di una profonda spiritualità religiosa nella lettura della bibbia, dei padri della chiesa, alla teologia.

[2]Nel 1804 è iscritto al corso d’istruzione elementare di don Giovanni Marchetti, che aveva fondato a Rovereto la prima scuola modello secondo gli indirizzi della legislazione scolastica asburgica.

Dal 1808 al 1814 frequenta il ginnasio cittadino ma preferisce immergersi nei suoi studi privati, in particolare i classici latini e italiani, trascurando così lo studio della grammatica e dovendo ripetere la prima ginnasio. Fatto rilevante per la formazione personale e culturale in quegli anni ginnasiali è la collaborazione scolastica con compagni che stimolano i suoi ideali letterari e religiosi che si realizzano nella fondazione dell’“Accademia Vannetti”, così chiamata per onorare l’illustre concittadino.

Questa iniziativa è molto apprezzata nell’ambiente culturale roveretano,QQqq che riconosce le eccezionali doti intellettuali e religiose del Rosmini, al punto che l’istituzione più importante della città, l’”Accademia degli Agiati”, nel 1814 lo accoglie fra i suoi soci.

Di tale Accademia ne diverrà presidente onorario perpetuo.

(Osservazione. Nel 1813 muore Carlo Denina, aveva già 82 anni; il Rosmini nel 1814, un anno dopo la morte del Denina, è quando decide di farsi sacerdote, ha appena 17 anni.

(Un vero peccato che queste due menti eccezionali non abbiano potuto incontrarsi).

Negli anni 1815-16 frequenta i corsi liceali privati di don Pietro Orsi che gli spalancano le porte di una affascinante disciplina, la filosofia, che diverrà, da allora, la chiave di lettura di tutta la realtà e il suo personale ambito di ricerca.

Contro il volere della famiglia nel 1816 realizza la decisione di farsi sacerdote (già maturata nel 1814) e sceglie d’iscriversi alla facoltà di teologia dell’Università di Padova. Rimane a Padova tre anni e fa molte conoscenze, fra le quali la più importante e duratura è quella con Niccolò Tommaseo, giovane studente in legge proveniente dalla Dalmazia. Il Rosmini lo accoglie nel gruppo di amici più fidati e lo rende partecipe dei suoi progetti, il più importante dei quali, il quel momento, è la redazione di un’Enciclopedia cattolica italiana da contrapporre a quella illuminista francese di Diderot.

Nel 1821 è ordinato sacerdote e nel 1822 conclude gli studi universitari laureandosi in sacra teologia e diritto canonico. Si ritira alcuni anni nella quiete della sua casa di Rovereto, dove si dedica a due principali filoni di studi: la riforma della filosofia e sollecitato dai moti rivoluzionari del 1821, la politica. Qui il Rosmini analizza a fondo il rapporto tra religione e potere.

(Uno studio molto profondo fatto con l’acume abituale del Rosmini che, purtroppo, gli procurerà molti guai con la chiesa, per ragioni diverse, a guisa del Denina).

Nel 1826 si stabilisce a Milano con Nicolò Tommaseo e il segretario Maurizio Moschini. In un ambiente culturale a lui confacente s’impegna per qualche anno in studi sulla politica e grazie al cugino Carlo Rosmini stringe conoscenze importanti. L’amicizia con il conte Giacomo Mellerio e in particolare con Alessandro Manzoni che sarà fondamentale per il suo futuro. Tra il Rosmini e il Manzoni si crea un rapporto fra i più fecondi e importanti nella storia culturale italiana, in particolare nel campo della linguistica.

 Il Manzoni dona all’amico una rara edizione in tre volumi dei Promessi Sposi datata 1825 –1826, mentre il Rosmini dedica al Manzoni un’opera di filosofia della religione di grande impegno intellettuale,“Del divino nella natura”, che rivela quanto l’Autore, negli anni della maturità, conoscesse anche le religioni orientali.

Nel 1830 Rosmini pubblica le sua prima, grande opera filosofica, il”Nuovo saggio sull’origine delle idee”, è il testo fondamentale della sua spiritualità, le Massime di perfezione cristiana. Segue nel ‘31 un’altra opera basilare “I Princìpi della scienza Morale”.

Nel 1828 fonda”l’Istituto della Carità”a Domodossola, sul monte Calvario; vuole condividere l’amore universale, che è oramai divenuto l’ispirazione definitiva della sua vita. Nasce quindi la prima comunità di religiosi rosminiani e nel 1831, a Trento, la seconda casa. Poco dopo fonda il ramo femminile dell’Istituto, ossia “Le suore della Provvidenza”.

Mentre in Piemonte il suo Istituto si espande rapidamente con il favore del vescovo locale e del re Carlo Alberto di Savoia, in Trentino si moltiplicano le difficoltà poste dall’amministrazione austriaca, tanto da indurlo nel 1835 a chiudere la casa della sua comunità alla Prepositura di Trento.

Le monarchie europee sono in fermento e il Rosmini s’immerge nei suoi studi di Filosofia della politica (1837- 39), Filosofia del diritto (1841-43) e Teodicea (1845), dottrina molto profonda che tratta il problema del male nel mondo e del libero arbitrio dell’umanità.

Nel 1836 Carlo Alberto, che ammira il Rosmini per le sue opere benefiche, pensa sia l’uomo giusto per far risorgere la Sacra di San Michele, che era stata l’onore della chiesa piemontese e del suo casato ma abbandonata da ben due secoli. Offre il monumento al Rosmini, il quale accetta, trovando l’opera conforme allo spirito della sua congregazione; l’Istituto della Carità. Papa Gregorio XVI, nell’agosto del 1836, nomina i padri rosminiani amministratori della Sacra e delle superstiti rendite abbaziali.

I padri la reggono tuttora, inoltre il monumento è sostenuto da vari enti e dalla Regione, dopo che la legge speciale del 21/12/1994 ha riconosciuto “La Sacra monumento simbolo del Piemonte”.

A questo punto è utile una nota.

[3]Antono Rosmini, spirito di tendenze universali, d’ingegno vigorosissimo, aveva impostato la sua vita e il suo agire su un principio ascetico: da parte sua vorrà soltanto attendere alla purificazione dell’anima dal male e all’acquisto dell’amore o carità di Dio e del prossimo, in cui consiste la perfezione.

Quanto allo studio, attività, lavoro, condizione di vita, non sceglierà da sé – fosse questa o quella attività, anche un’opera di carità – lascerà a Dio di indicargliela attraverso le circostanze esteriori “esaminate dal lume della ragione e della fede”.

È il principio cosiddetto di “passività o d’indifferenza” che comporta una costante disposizione interiore a volere unicamente e totalmente ciò che vuole Dio. La “passività” che Rosmini s’impone è rigida disciplina, consacrazione totale, immolazione al bene nel modo che Dio avrebbe voluto per lui, senza condizioni né riserve.

Antonio Rosmini intellettuale europeo e i suoi rapporti con la Rivoluzione francese.

Il percorso umano e intellettuale di questo religioso, esploratore mirabile e instancabile  s’inserisce in un contesto storico molto ampio, quanto turbolento.

La Rivoluzione francese, il dominio napoleonico, seguiti dal Congresso di Vienna (nel 1815) e dalla lunga fase della Restaurazione, sono i periodi cruciali dei primi decenni dell’Ottocento nel quale si trova coinvolto Antonio Rosmini.

Il grande evento che aveva sconvolto le monarchie europee; la Rivoluzione Francese e il decennio 1787-1799, non poteva non essere osservato e studiato dal Rosmini, orbene; come si poneva il pensiero del nostro su quegli anni turbolenti, lui, educato sui solidi principi austro-asburgici e religiosi?

Il suo rapporto con le ideologie rivoluzionarie e la stessa Rivoluzione avevano mostrato aspetti diversi e complessi. Tuttavia quel periodo storico aveva agito in Rosmini come punto di riferimento nello sviluppo e maturazione del suo pensiero politico commisto a quello ecclesiale, sempre vivo e presente.

Nei primi anni (1826-1827) le conoscenze del Rosmini sulla Rivoluzione francese si basavano soprattutto sugli autori classici-cattolici, de Maistre, Haller, de Bonald, per cui il suo indirizzo culturale risentiva di questi influssi ideologici dominanti in quegli anni.

Nel 1835 Alexis de Tocqueville pubblicava Démocratie en Amérique, un libro che non era sfuggito al Rosmini, e ne dava ben presto lettura di tutta la prima parte. Questa nuova concezione ideologica liberaldemocratica, esposta dall’autore con chiarezza e competenza, lo aveva affascinato a tal punto da indurlo a una mutazione del suo universo filosofico-politico; meno privilegi alle aristocrazie e più giustizia, meno stato e più società civile.

Per Rosmini occorreva ridefinire un nuovo ordine politico e sociale, conformandoli in modo da dare dignità a ogni uomo secondo i valori del cristianesimo.

Questi nuovi, potenti impulsi coincidevano con un momento di profondo esame critico della Rivoluzione; essi davano inizio a una grande espansione dell’idea liberale, conquistando ben presto buona parte dell’Europa intellettuale. Si manifestava così anche nei popoli, l’avversione all’assolutismo e la voglia di democrazia.

Ma il pensiero rosminiano andava oltre la Rivoluzione, si può dire già post-rivoluzionario.

I princìpi a fondamento del 1789 erano stati in parte traditi; la scristianizzazione era pressochè sancita dal Tribunale rivoluzionario che tentava di imporre il culto alla “Dea ragione”. Rosmini studiava e analizzava, aveva capito che la Rivoluzione era stata un importante evento storico nel quale s’incrociavano, in un groviglio inestricabile, il bene e il male e la chiesa cattolica, in quegli anni, aveva accumulato molte colpe in entrambe le forme di governo, monarchico prima, rivoluzionario dopo; la colpa più grave era di non voler staccarsi dal potere temporale e rendersi storicamente autonoma.

Intanto la nuova classe dirigente rivoluzionaria aveva imposto una forma di dispotismo che riduceva di molto la libertà dell’individuo, perché, come afferma Muratore nel suo libro, “il dispotismo individuale divenne dispotismo collettivo”.

Gli enunciati del Rosmini, già espressi in vari punti nei testi Della naturale costituzione della società civile e nella parte dedicata all’analisi della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nella Filosofia del diritto, anticipano criteri e formule (per brevità ne cito due):  

 –[4]Analisi e giudizi sulla natura del dispotismo; dal dispotismo dei re al dispotismo della rivoluzione.

  – La riconsiderazione del rapporto tra religione e rivoluzione, configurata seguendo il nesso dialettico tra assolutismo, declino della religione ed evento rivoluzionario.

[5]Rosmini è osservatore e insieme interprete di quella grande crisi spirituale dell’Occidente, ne coglie le connotazioni essenziali, si propone di individuarne le linee di superamento, attraverso un grande progetto enciclopedico di rifondazione della filosofia e insieme della politica dell’Occidente (…).

Rovereto prima e Stresa poi diventano una sorta di laboratorio all’interno del quale vengono registrate, recepite e poi analizzate e ripensate le varie espressioni di quel vasto movimento di idee che agitò l’Europa nei primi decenni dell’Ottocento. Un pensatore che, ad un’osservazione superficiale, potrebbe apparire lontano e quasi distaccato dagli avvenimenti, in realtà era profondamente immerso in essi e a pieno titolo partecipava al dibattito intellettuale del suo tempo, collocandosi come autentico”intellettuale europeo”.

Una qualifica che può apparire un po’ paradossale se applicata a un pensatore che, a differenza di altri intellettuali del suo tempo, non è mai stato un “grande viaggiatore”e il cui orizzonte geografico è rimasto circoscritto all’Italia, operando, salvo brevi periodi milanesi e romani, in un ambiente che può essere considerato tipicamente “provinciale”: appunto la natia Rovereto, Domodossola e Stresa.

I silenzi ovattati e la calma della sua casa di Stresa erano l’ambiente ideale per alimentare la sua insaziabile curiosità intellettuale che superava abbondantemente la limitatezza geografica di orizzonti. La ricca biblioteca nella sua “casa monumento” di Rovereto è tuttora una testimonianza dei molti libri che il Rosmini faceva arrivare da ogni parte del mondo. Osservatore meticoloso e attento conoscitore dei primi movimenti socialisti e di estrema sinistra, il pensatore roveretano è stato un esploratore instancabile di ogni corrente culturale europea di una certa importanza, in particolare di lingua tedesca e francese.

Il Risorgimento e l’impegno politico e diplomatico del Rosmini nel 1848

L’Impero d’Austria aveva posto grandi difficoltà al Roveretano nello svolgere e realizzare le sue opere religiose. Tant’è che era stato costretto a lasciare la sua città e rifugiarsi prima a Milano per breve tempo, poi stabilmente in Piemonte, che considerava la sua patria d’elezione e dove le sue realizzazioni religiose e educative avevano un notevole sviluppo grazie all’avallo del religiosissimo Carlo Alberto di Savoia. Ma a partire dal 1848 il governo piemontese aveva imposto una severa politica anticlericale per eliminare la forte ingerenza della chiesa nelle questioni civili. In quel periodo burrascoso il Rosmini si era opposto criticando aspramente quest’anticlericalismo, tuttavia non c’era stata alcuna rottura con il governo di Sua Maestà Carlo Alberto, il quale aveva lasciato che egli continuasse a lavorare liberamente con le sue opere benefiche e religiose.

Le importanti esperienze maturate, i suoi studi, gli scritti, il lungo e fruttuoso rapporto con il Manzoni avevano spinto il Roveretano a parteggiare e partecipare, nel ’48, ai movimenti d’indipendenza nazionale che avevano nel Piemonte uno degli attori più importanti dello scacchiere europeo.

In questo clima favorevole, nel maggio del ’48 pubblicava la sua opera più celebre: “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”[6], libro scritto tra il 1832 e il 1833 ma che il Rosmini aveva ritenuto più opportuno e prudente pubblicarlo solo dopo l’elezione di Papa Pio IX avvenuta nel 1846.

Poco dopo a Milano, sempre nel ’48, scriveva e dava alle stampe la“Costituzione secondo la giustizia sociale” con un’appendice sull’Unità d’Italia. I due scritti illustrano, in sostanza, un compiuto progetto di riforma ecclesiale e politica.

Nell’agosto del 1848, mentre si era consumata a Custoza la sconfitta militare (22 e 27 luglio 1848) della prima guerra d’indipendenza con l’Austria, il governo Casati, su ordine di Carlo Alberto, affidava al Rosmini una delicata missione diplomatica a Roma, presso Pio IX, con l’obiettivo di negoziare un concordato tra lo Stato Pontificio e quelli di Sardegna e Toscana.

Egli giungeva a Roma il 15 agosto 1848 e fermo sui suoi principi di diritto e politica, stilava un documento costituzionale e la bozza di una Confederazione di Stati italiani sul modello dell’opera “La Costituzione secondo la Giustizia Sociale”[7]. Il Papa lo aveva accolto con favore, mostrandosi favorevole agli obiettivi della missione.

Il progetto indicava la visione d’insieme di uno Stato liberale; realizzare l’Unificazione italiana e un reale decentramento amministrativo e di unità nella differenza.

[8]Le speranze federaliste tra gli stati italiani con l’egida spirituale del Papa, erano il sogno risorgimentale del Rosmini e del Gioberti per evitare il secolare scontro fra Stato e Chiesa. Egli vedeva nelle trattative per una Lega degli stati italiani, solo un primo passo costituente per giungere poi a una Dieta permanente in Roma, vero e proprio governo federale, affiancata da una Camera e da un Senato rappresentativi dei diversi stati in proporzione alle loro popolazioni.

Il governo piemontese in merito alla confederazione degli Stati italiani era poco chiaro, (premeva al governo di avere dai plebisciti della Lombardia e del Veneto un punto d’appoggio per operare verso il regno dell’Alta Italia; ottenuto questo, si poteva negoziare con l’Austria da posizioni di forza) tanto che il Rosmini era a Roma senza un incarico ben definito, senza precise istruzioni.

Intanto la guerra con l’Austria era persa; il re stipulava un armistizio con Radetzski e si ritirava provvisoriamente dietro la linea del Ticino, mentre il conte Casati tentava ancora di riprendere le trattative con la Santa Sede in precedenza interrotte.

[9]Tuttavia c’è da chiarire che per Rosmini la guerra d’Austria avrebbe dovuto avere, per lo Stato pontificio, un suo senso all’interno della Confederazione e non una pura e semplice alleanza militare, come egli aveva indicato proprio nel testo del progetto di Confederazione italiana a suo tempo presentata.

Rosmini riteneva che lo Stato della Chiesa, una volta che avesse aderito alla Confederazione italiana, sarebbe stato legato alla politica comune del nuovo Stato federale, ed in particolare sarebbe stato tenuto a seguire le deliberazioni comuni in materia di politica estera e di difesa. Strumento per la gestione comune degli interessi internazionali del nostro paese avrebbe dovuto essere una Dieta, composta in parte di delegati eletti direttamente dai cittadini dei diversi Stati, o dai loro parlamentari, ed in parte designati dai principi. Il progetto della Dieta era parte integrante dell’accordo del 31 agosto 1848 sulla “lega” politica da stipularsi in vista della Confederazione italiana. Rosmini è contrario tanto all’elezione diretta di tutti i deputati della Dieta dai cittadini dei diversi Stati, quanto alla sua riduzione ad un organismo rappresentativo delle sole volontà dei sovrani. Un sistema misto rende indipendente l’operato della dieta, ma lo sottrae a spinte estreme. Rosmini coglie bene le tendenze dei movimenti più radicali che miravano a raccogliere le forze favorevoli all’idea di una costituente del popolo italiano (…).

Non ha senso per lui che l’iniziativa dell’unificazione politica nasca dal basso, da un movimento demagogico e minoritario, cioè da agitazioni popolari di piazza che non seguono alcuna procedura razionale nel gestire la cosa di tutti. Il suo pensiero sul “dispotismo” che nasce dai regimi assembleari è chiarissimo. La prudenza del nostro autore giunge a paventare addirittura una trasformazione dell’assemblearismo della costituente italiana in un movimento dai contorni comunistici (…).

Ma la guerra del Piemonte con l’Austria, l’ambiguità del governo piemontese sugli accordi con Pio IX, il cambio di governo del 15 agosto 1848, in cui il nuovo primo ministro Cesare Alfieri di Sostegno aveva sovvertito i precedenti accordi, i moti scoppiati nella capitale e la tenace opposizione del Cardinale Antonelli; il Rosmini, a fronte di questi aspri contrasti e rendendosi conto che gli eventi seguivano oramai un corso del tutto diverso dal suo progetto politico-ecclesiastico iniziale, l’11 ottobre del 1848 rassegnava definitivamente le dimissioni dall’incarico. (poi accettate il 22 ottobre).

A seguito di questi fatti, il 24 novembre del ’48 il Papa fuggiva furtivamente a Gaeta volendo con sé anche il Rosmini. Intanto la curia romana aveva accolto la linea filo-austriaca del segretario di Stato Card. Antonelli, collaboratore di Pio IX dal ’48 al ’76, strenuo difensore del potere temporale della chiesa e dichiaratamente ostile al Rosmini. Il Papa, ascoltava i consigli del Rosmini ma oramai era sotto l’influenza nefasta del Cardinale Antonelli, il quale lo aveva convinto a ritirare la Costituzione. In uno degli ultimi colloqui col Rosmini il Papa dichiarava: «Caro Abate, non siamo più costituzionali». Poco dopo il Papa, con rapido voltafaccia, attuava la revoca della Costituzione, contro le intenzioni dichiarate in precedenza e sordo ai consigli dello stesso Rosmini.

[10]L’appiattimento del papato sull’Austria significò l’apertura della “Questione romana”, che si sarebbe potuta evitare solo a patto del mantenimento di un’Italia federale. Il senso del federalismo di Rosmini è soprattutto questo: la saldatura della questione nazionale alla questione religiosa. Egli vedeva nella chiesa cattolica l’organismo in grado di salvaguardare, sotto il profilo spirituale, le peculiarità di tutti i popoli nel loro aspetto linguistico e di tradizioni particolari (Luciano Malusa).

Il Regno sabaudo era oramai avviato all’accentramento del movimento nazionale e alla rottura con la chiesa, escludendo la Costituzione e il progetto rosminiano di Stato federale che era stato concordato con lo stesso governo piemontese. Oramai il Rosmini si trovava nell’impossibilità di avere rapporti con il Papa causa gli ostacoli frapposti dagli uomini del Card. Antonelli che parteggiava per gli austriaci, inoltre si sentiva estromesso dalla curia di Gaeta. Anche la polizia borbonica lo perseguitava e minacciava, invitandolo a lasciare il Regno. Il 15 agosto 1849 gli giungeva, inattesa, la notizia della condanna all’indice dei libri Delle cinque piaghe e la Costituzione. Questo clima di velenosa persecuzione da parte della chiesa e il voltafaccia del governo piemontese convincevano il Rosmini, dell’inutilità della sua permanenza presso il Papa a Gaeta.

In silenzio, umilmente, con la serenità d’animo dell’uomo che sa di aver compiuto fino in fondo il proprio dovere, si sottometteva in silenzio e il 2 novembre 1849 rientrava nella sua casa Bolongaro di Stresa, sul lago Maggiore, nella pace e raccoglimento alla preghiera che la politica gli aveva tolto. Ritorna ai suoi studi confortato dall’amicizia del Manzoni, di Gustavo di Cavour e vari amici con i quali intrattiene costruttive conversazioni. Nei suoi scritti ripropone le sue idee sulla libertà d’insegnamento posto su basi di concetti liberali nuovi per l’ordinamento scolastico. Purtroppo la sua salute è avvelenata dallo scontro tra Stato e Chiesa da lui tanto avversato e combattuto. Si ammala in modo grave, nell’autunno del 1854 la salute peggiora e lo costringe a letto; dà le ultime disposizioni ai confratelli, abbraccia gli amici più cari e il 1° luglio 1855 spira.

[11]Ad Alessandro Manzoni, rimasto con lui sino alla fine, consegna il suo testamento spirituale in tre brevi parole: adorare, tacere, godere.

 

Luglio 2019

Carlo Ellena 

 

BIBLIOGRAFIA

-Dagli atti del Convegno nazionale “Rosmini e la cultura del Risorgimento”

Sacra di San Michele, Torino, 7-8 giugno 1996-

“ROSMINI E LA CULTURA DEL RISORGIMENTO” –

Attualità di un pensiero storico-politico

A cura di Umberto Muratore   –  Edizioni rosminiane – stresa – 1997

-Scritti su: “Antonio Rosmini – La vita, gli amici, le opere, il pensiero”- A cura di Umberto Muratore –   Centro Internazionale di Studi Rosminiani.

-“Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano” – Nello Rosselli – Piccola Biblioteca Einaudi

-“Cathopedia” – Enciclopedia cattolica

 

[1] Da scritti del Centro di Studi e Ricerche “ Antonio Rosmini” – TRENTO.

[2] Da scritti del Centro di Studi e Ricerche “Antonio Rosmini” – TRENTO.

[3] Tratto da uno scritto di Antonio Borrelli.

[4] Da un saggio di Francesco Traniello a pag.78-79-80-81 del volume “Rosmini e la cultura del Risorgimento” edizioni rosminiane – Stresa

[5] Da un saggio di Giorgio Campanini a pag. 61-62-63-64 del volume “Rosmini e la cultura del Risorgimento” edizioni rosminiane – Stresa

[6] Il libro usciva in forma anonima a Lugano nel 1848- Tipografia Veladini. L’anno successivo era stampato anche a Napoli, senza più anonimato. Un libro che in qualche modo tratta “dei mali della santa Chiesa”, proprio per questo motivo il 30 maggio 1849 il libro era stato messo all’indice dei libri proibiti dalla “Congregazione dell’indice”. L’opera era stata poi prosciolta già nel 1854 dalla stessa “Congregazione dell’indice”. Il Rosmini così descrive, nei titoli dei cinque capitoli del suo libro, le cinque piaghe: 1) Della piaga della mano sinistra della santa Chiesa che è la divisione del popolo dal clero nel pubblico culto. 2) Della piaga della mano diritta della santa Chiesa, che è la insufficiente educazione del clero. 3) Della piaga del costato della santa Chiesa, che è la disunione dei vescovi. 4) Della piaga del piede destro della santa Chiesa che è la nomina de’ vescovi abbandonata al potere laicale. 5) Della piaga del piede sinistro: la servitù dei beni ecclesiastici. (Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica).

[7] Anche quest’opera, La costituzione secondo la giustizia sociale, era posta all’indice insieme alle Cinque Piaghe. (Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica).

[8] Da uno studio di Giorgio Cavalli sulla missione del Rosmini.

[9] Dal capitolo -DAL PIEMONTE A ROMA: LA MISSIONE DEL ’48- di Luciano Malusa, pp. 163-164- 165 -Tratto dal volume; “Rosmini e la cultura  del Risorgimento”- Edizioni rosminiane –Stresa – 1997

[10] Da uno scritto di Luciano Malusa

[11] Tratto da scritti del Centro di Studi e Ricerche “Antonio Rosmini” – TRENTO.

Immagine di Rosmini
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

Immagine di Rosmini (con firma)
Immagine tratta da www.rosmini.it

 

Centro Studi Rosminiani
Immagine tratta da www.centrostudirosmini.it

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Carlo Denina (1731 – 1813)

Dedico ai piemontesi italiani smemorati e anonimi, una sintesi storica di due colti religiosi in guerra con la monarchia savoiarda ma soprattutto contro la chiesa romana corrotta, intrigante e tronfia di potere temporale; aspetto che costatiamo, purtroppo, ancora oggi in chiave degenerativa con l’attuale Papa:

Sono: Carlo Denina e Antonio Rosmini Serbati

 

Carlo Denina (1731 – 1813)

Dopo ben oltre un secolo e mezzo di silenzio su questo religioso piemontese inviso dal clero del suo tempo e dalla Monarchia Sabauda, si riscoprono, finalmente, le formidabili doti intellettuali di un uomo che ha spaziato in una varietà immensa di settori nel mondo della cultura.

Trattasi di Carlo Denina (Revello 18 febbraio 1731/ Parigi 5 dicembre 1813), conosciuto anche come ”l’abate di Revello”. La famiglia, originaria di Villanova di Mondovi, si era trasferita da due generazioni a Bagnolo, dove un prozio era prevosto. Alla morte di questo, la nonna, vedova, si era spostata con i figli a Revello, dove il padre del Denina era divenuto agente del feudatario locale conte F.S. Roero, sposando la damigella di compagnia della contessa madre.[1]

Carlo Denina è stato una personalità d’intellettuale fuori dal comune: laureato in teologia a Milano, presbitero, abate, letterato, storico, filologo, linguista, dialettologo, ricercatore instancabile e oltremodo pignolo; la sua opera monumentale spazia in tutti i campi della letteratura e non solo. Un uomo colto, risoluto a proporre vie nuove, scomodo ai regni di Carlo Emanuele III, Vittorio Amedeo III e Carlo Emanuele IV per le sue idee e i suoi scritti filo-francesi, mal visto dal potere ecclesiastico e da quello regio, odiato soprattutto dalla stessa chiesa per alcuni scritti concernenti il rapporto fra religione, arte e scienza. Relazione fra religione e arte; il rapporto sta nel materiale immaginario che ogni religione sa fornire (temi, soggetti, favole) ma anche nelle censure e nei divieti che condizionano lo sviluppo artistico.

Rapporto fra religione e scienza: l’eterno scontro fra la continua evoluzione attraverso lo studio e ricerca dell’una e l’immaginifico astratto pietrificato nei secoli dell’altra.

Uno studioso di rango che, estromesso dai suoi incarichi dal mondo intellettuale di quel periodo e perseguitato, era stato costretto a lasciare l’Italia e riparare a Berlino e in seguito a Parigi, trovando apprezzamento per i suoi scritti, un fermento culturale consono al suo spirito e la libertà d’espressione aderente al suo carattere schietto.

A questo punto credo sia utile un excursus cronologico della vita e del percorso culturale di questo straordinario studioso, al quale non faceva difetto esporre le proprie idee, pagandone le conseguenze di persona e a caro prezzo.

1731 – Secondo di quattro figli, nasce a Revello Carlo Denina. Di famiglia non ricca, grazie ai conti feudatari del luogo, i Roero Trotti, ottiene una borsa di studio presso il Collegio delle Province di Torino.

1748-1753 – Prima studia presso il Collegio delle Province di Torino e frequenta la facoltà di Arti liberali sempre nel medesimo Collegio. Studia al Collegio di Pinerolo, dove svolge il ruolo di insegnante di umanità e retorica, ma viene allontanato per la messa in scena in una commedia di brani satirici sui gesuiti e i secolari.

1760-63 – Trasferitosi a Torino insegna l’italiano ai convittori inglesi dell’Accademia Reale. Qui si dedica a studi letterari e manda in stampa Il discorso sopra le vicende della letteratura, cui fa seguito un Saggio sulla letteratura italiana. Fonda il periodico “Parlamento Ottaviano” ma pubblica un solo numero per polemiche con l’ambiente ecclesiastico romano.

1763-64 – Con un convittore irlandese compie il primo viaggio in Italia, visita Parma, Modena, Bologna, Firenze, Siena, Roma, Napoli, Venezia.

1769-70 – Pubblica il primo volume delle Rivoluzioni d’Italia. L’opera ha successo ed è tradotta parzialmente in inglese, in tedesco e in francese. Quest’affermazione del libro gli frutta la nomina a professore di eloquenza italiana e lingua greca nell’Ateneo torinese.

1776-77 – Studia e scrive con una fecondità straordinaria; pubblica Bibliopea, o sia dell’arte di compor libri, un trattato sui rapporti fra cultura, uomo di lettere e potere politico; è tradotta anche in tedesco.

1778 – La pubblicazione non autorizzata fuori del Piemonte del Trattato Politico Dall’impiego delle persone gli procura la perdita della cattedra dell’insegnamento accademico a Torino e il confino prima nel seminario di Vercelli poi a Revello.

1771-82 – Rientrato a Torino è nominato Direttore della classe di studi storici all’Accademia Reale, nel contempo prepara e pubblica L’istoria letteraria della Grecia in 4 volumi, tradotto anche in tedesco. Non ottenendo un nuovo incarico, accetta la proposta della prestigiosa Accademia delle Scienze di Berlino e nominato membro della classe di Belle Lettere, inizia una cospicua produzione letteraria.

1784 – Pubblica l’edizione definitiva del Discorso sopra le vicende della letteratura, tradotta in tedesco e francese. Il libro è un tentativo di storia comparata delle letterature europee.

1789 – Pubblica una biografia introduttiva alle Opere postume di Federico II, re di Prussia e dal monarca polacco Stanislao Augusto Poniatowskki. Riceve la nomina a Canonico di Varsavia.

1790 – Pubblica la Prusse littéraire dove, nella propria biografia letteraria, esprime alcuni giudizi poco benevoli su docenti dell’ateneo torinese, ed è subito punito; a Torino è proibita la distribuzione.

1791-92 – La nomina di un amico cardinale induce il Denina a tornare a Torino e scrive il XXV capitolo delle Rivoluzioni d’Italia dal titolo L’Italia moderna, ma non ricevendo alcun incarico rientra a Berlino.

1803 – Nel nuovo clima politico pubblica finalmente l’opera Dall’impiego delle persone, ma in versione diversa dalla precedente. Nella nuova edizione promuove in due lettere d’appendice l’impiego della lingua francese nel Piemonte, provincia dell’Impero. Sia nella prima, Dell’uso della lingua francese che nella seconda, contiene “la più radicale rinuncia all’italiano che sia stata scritta negli anni dell’occupazione francese dello Stato sabaudo”. Il Denina insiste sui legami storici che uniscono il Piemonte alla Francia e sull’opportunità d’appartenere a una koiné letteraria prestigiosa e di alto livello europeo.

1792-1804 – Oramai stabilitosi a Berlino, l’abate di Revello s’immerge negli studi glottologici sulla storia delle lingue creando le basi dell’opera Clef des Langues, uno dei più importanti trattati linguistici settecenteschi dove propone l’idea di un’origine comune a tutte le lingue europee. Le sue idee francofone scatenano polemiche con i filo-italiani piemontesi capeggiati dal conte Galeani Napione e Prospero Balbo che ritengono la lingua italiana più importante anche sotto l’aspetto politico. Oramai affermato in Europa quale valente letterato-linguista, il Denina è chiamato alla “corte” francese.

1805 – Carlo Denina è nominato da Talleyrand bibliotecario privato dell’imperatore Napoleone Bonaparte.

1809 – Pubblica l’Istoria dell’Italia Occidentale in sei volumi; un’opera che in definitiva è la storia della monarchia sabauda.  Il volume, che s’ispira alla cultura napoleonica, vuole dimostrare i legami tra i territori subalpini e transalpini, per cui l’annessione del 1802 è storicamente naturale. Il libro è un clamoroso insuccesso.

1811 – Manda alle stampe il Saggio istorico critico sopra le ultime vicende della letteratura. Due anni dopo moriva a Parigi all’età di 82 anni.

In Italia, le sue opere volutamente dimenticate per oltre un secolo, solo recentemente sono state riportate alla luce, scoprendo un universo di sapere d’immenso valore storico e linguistico. Apprezzato da eminenti studiosi europei, in Italia, al contrario, la sua opera era stata considerata con estremo disprezzo.

Personaggio geniale ma incompreso, i suoi studi, precorrevano i tempi, nel libro “Vicende della letteratura”, insiste su una relazione importante: che la “letteratura” e le “tradizioni” non possono essere disgiunte dalla “linguistica” che ne è invece parte integrante; un aspetto che vedeva allargato in una prospettiva europea, in particolare rispetto alle tradizioni francesi e tedesche.

Un contributo fondamentale su Carlo Denina è avvenuto grazie a un importante intervento orale del prof. G. Gasca Queirazza in un convegno sul Denina tenutosi a Revello e soprattutto al prof. Claudio Marazzini, per i suoi numerosi scritti e i vari libri ben documentati, dai quali molto ho attinto.

La Francia nemica-amica del Piemonte da secoli, con l’avvento di Napoleone, dopo anni di guerre, moti rivoluzionari, sommosse interne e violenze, sul finire del ‘700 i suoi eserciti erano determinati a occupare il Piemonte, contro si alleavano tre fazioni; indipendentisti, giacobini e repubblicani, ma tutto si rivelava inutile; il Piemonte era sconfitto definitivamente dalle truppe napoleoniche.

Pressato dal potere papale, dagli austriaci, ma soprattutto dai francesi, la sua terra dilaniata da lotte interne, re Carlo Emanuele IV abdicava, cedendo i poteri a Napoleone e il 9 dicembre 1798 si rifugiava in Sardegna con la sua corte, mentre i francesi, con la Cittadella già occupata, invadevano Torino. I vincitori, preso possesso della capitale e del Piemonte, istituivano un Governo provvisorio dipendente dal Direttorio francese che poi lo aggregava alla Francia. L’annessione era ratificata in via definitiva il 2 settembre 1802. Il Piemonte annesso era diventato: “La 27° Divisione militare del Piemonte”.

Nel frattempo un altro duro scontro, non armato, avveniva parallelamente all’occupazione. Era un’accanita battaglia culturale fra due correnti linguistiche; i filo-italiani e i filo-francesi; una questione importante, fondamentale per il futuro: si doveva decidere se essere francesi o italiani non soltanto come cittadini, ma anche come madre lingua, e non era un fattore di secondaria importanza, tutt’altro, come vedremo in seguito.

La corrente culturale creatasi a fine ‘700 e che mirava a italianizzare il Piemonte, rivendicava un’antica tradizione che risaliva al 1577 con un editto emanato da Emanuele Filiberto di Savoia che confermava l’uso dell’italiano nei tribunali del Piemonte.

Nel febbraio del 1799, il generale Joubert, comandante la piazza di Torino da appena due mesi, aveva urgenza di definire l’annessione (la réunion, così chiamata dai francesi), del Piemonte alla Francia secondo gli ordini di Napoleone, per cui riuniva il Governo provvisorio che votava a favore dell’annessione alla Francia.

L’approvazione dei venticinque membri che formavano il Governo era stata unanime ma laboriosa; a loro era affidato il compito di stilare un documento che riassumesse i motivi della scelta politica. In buona sostanza si chiedeva di affermare la naturale parentela con la gente del Piemonte, ora fratelli d’oltralpe. Era palese la volontà di muoversi anche sulla questione linguistica.

Il dibattito politico che aveva fatto seguito alla questione filo-francese e antifrancese era stato ampio e complesso ma produttivo; infatti, usciva dal ristretto ambito letterario per acquisire a tutto tondo una dimensione civile.

Per chiarire l’intricatissima situazione verificatasi in Piemonte e per introdurre l’argomento linguistico, bisogna risalire all’armistizio di Cherasco del 28 aprile 1796, le cui clausole gravavano pesantemente sul Piemonte e sulla monarchia con l’estromissione del re nel 1798, al quale succedeva il Governo provvisorio composto dal partito antimonarchico e quello definito “giacobino”, diviso da tendenze profondamente diverse; dal radicalismo anarchico più retrivo ai moderati che, in definitiva, appoggiavano la politica del Direttorio di Parigi.

Le peripezie letterario-linguistiche del Denina lo avevano portato definitivamente a Berlino  (non ritornerà mai più in Italia) ma, osservatore attento, era ben consapevole del nuovo clima politico a lui favorevole avvenuto in Piemonte con l’allontanamento del re e l’annessione alla Francia (la réunion). Siamo nel 1803 e si prende una sorta di rivincita ripubblicando il libro, curato a Torino da suo nipote Arnaud, Dall’impiego delle persone.

Questo libro, che era stato scritto molto tempo prima del periodo francese; nel 1777, scavalcando la censura, era fatto stampare a Firenze, poiché non gli era stata concessa la pubblicazione in Piemonte. Il fatto che ignorasse la legge, era stato considerato un grave crimine, in particolare dall’ottuso ma potente ambiente ecclesiastico che non vedeva di buon occhio la proposta di alcune riforme, una delle quali, molto dura, prevedeva che gli ecclesiastici dovevano lavorare per vivere per non costituire una piaga sociale. Era stato un ottimo pretesto per fargli togliere la cattedra universitaria e condannarlo al confino.

La nuova edizione aveva un’appendice in aggiunta: Dell’uso della lingua francese, in cui l’autore si dichiarava contro la lingua italiana (già scritto in precedenza), illustrando compiutamente i motivi della sua scelta. Inoltre scriveva una lettera al Prefetto del Dipartimento del Po dando preziosi consigli sulla francesizzazione nella scuola e nell’educazione religiosa, con l’intento che il dialetto diventasse una sorta di ponte per insegnare il francese anche al ceto popolare.

Quest’azione diretta a un funzionario pubblico, gli costerà la perenne inimicizia degli italianisti piemontesi più accaniti, ossia il conte Galeani Napione, Prospero Balbo, il conte Carlo Vidua e pochi altri componenti di un’élite culturale che manterrà intatti i suoi poteri anche dopo la Restaurazione.

L’aggiunta della lettera Dell’uso della lingua francese, inesistente nella vecchia edizione, merita un approfondimento.

Questa sorta di discorso scritto, si discosta nettamente dai vari trattatelli tesi a perorare l’uso della lingua italiana; scritti ridondanti e superficiali per la scarsa conoscenza della materia linguistica, mirati più che altro a compiacere la monarchia sabauda piuttosto che dare valida ragione sulla scelta della lingua italiana. Al contrario, il Denina dava un saggio della sua raggiunta maturità di glottologo illustrando, con riscontri minuziosi, le ragioni e i vantaggi della scelta francese.

Scrive il Denina[2]:…cotesto cangiamento di lingua sarà molto più vantaggioso che nocevole. Passato che sia quel turbamento, quel disturbo che arrecar deve nel primo arrivo, io tengo per cosa certissima che i nostri nipoti scriveranno in francese più facilmente assai che i nostri antenati e contemporanei abbiano potuto fare scrivendo in italiano. Il nostro linguaggio piemontese è uno de’ dialetti d’Italia, non già un italiano o sia toscano corrotto, ma bensì un latino corrotto, misto di voci celtiche, gottiche o tedesche, come tutte le più colte, più pulite lingue d’Europa; si è formato ne’ medesimi secoli in cui si formarono la lingua italiana comune, la francese, la spagnola e la portoghese. Diverse cagioni concorsero a formare il dialetto piemontese più somigliante all’idioma francese che il toscano. Nota è l’identità dell’antica origine, o almeno l’affinità delle due Gallie, Cisalpina e Transalpina, o per dir meglio de’ i Subalpini orientali e occidentali; perciocché Subalpini sono egualmente gli abitanti delle rive della Duranza e del Rodano, che quelli delle rive della Stura e del Po; essendo gli uni e gli altri posti a piè dell’Alpi sub Alpibus. Perciò sì gli uni che gli altri dovettero conservare molte voci della lingua celtica certamente comune ai Subalpini orientali che sono in Piemonte, e ai Delfinesi e Provenzali che sono sulla faccia occidentale dell’Alpi Cozie e Marittime…

…Il linguaggio dei nostri Subalpini non solamente si ravvicinò al francese più che all’italiano o toscano; ma si può anche dire che fosse un linguaggio intermedio fra le due gran lingue…

La pronuncia o vogliam dire l’accento nostro è assai più simile al francese che al toscano o al romano; e se in alcuni casi i nostri vocaboli ritennero le vocali e le consonanti toscane, in molte altre hanno preso il  suono e la forma francese. Probabilmente prima che nella Gallia Transalpina si dicesse père, mère, frère, soeur, chaud, faux, saut, invece di padre, madre, frate, fratello e sorella, caldo, falso, salto e simili, i Cisalpini e più particolarmente i Subalpini, cioè i Piemontesi, dicevano pare, mare, ovvero paire, maire, fraire, soeur, caud, fauss, saut, senza serrare il dittongo per dare allai il suono di è, e al au il suono dello aperto.

Una sua considerazione acquisita attraverso lo studio e l’esperienza lo induce a costatare che: “Le lingue seguono sempre la sorte delle nazioni che le parlano”.

Nello studio della storia linguistica piemontese, l’attenzione del Denina si era rivolta alle varietà dialettali delle varianti locali, in cui lo stesso nome di oggetti di uso comune, ad esempio: accessori da cucina; attrezzi del lavoro; l’abbigliamento femminile; cambia rispetto alle varie località coesistenti all’interno dello stesso territorio (geosinonimi) come una forma di codice, l’etimo è incerto, poiché di antichissima origine. Questo fattore importante non isolerà la storia del dialetto ma, anzi, lo intreccerà strettamente con la storia della lingua.

Da un’attenta lettura, le affinità che emergono dalle analisi delle particolarità fonetiche fra le varianti locali, evidenziano sia l’uso del francese, sia l’uso dell’italiano; ad esempio la ë, detta muta, nel piemontese è simile al francese, mentre italiana è la conservazione della s in scòla e studi ove il francese ha école ed étude, è una sorta di bivalenza.

Le caratteristiche, le osservazioni sulle stratificazioni storiche, le analisi sugli esiti fonetici e le tecniche del tutto nuove impiegate dal Denina, mostrano un linguista che rispetto ai suoi colleghi ha superato i confini del suo tempo vedendo ben oltre.

Ancora nell’appendice Dell’uso della lingua francese, esprimeva la difficoltà di scrivere l’italiano, che rifiutava per i troppi sinonimi e non ancora spogliato da toscanismi e latinismi che rendevano difficile la corretta scrittura in prosa. Egli riteneva che il francese fosse più adatto e vantaggioso per il Piemonte, per il quale, nella migliore delle ipotesi, egli sognava un destino simile a quello dell’Alsazia, con Torino analoga a Strasburgo in quanto a bilinguismo e capacità di mediazione fra due culture (là con la tedesca, qui tra l’italiana e la francese).[3]In sostanza, vedeva la Nazione e la sua capitale proiettati in un contesto più europeista.

Purtroppo le idee del Denina, ormai lontano dal Piemonte, non avranno seguito e con la Restaurazione (1815) e la cancellazione di ogni traccia francese, comprese le idee d’avanguardia, tutto ritornava come prima.

In seguito, si rafforzava nella ricerca d’affermazione la proposta linguistica toscano-italianista, quale vivida espressione di uno spirito nazionale. Questa corrente letteraria si era formata sulle tracce del Napione, del Balbo, e del Vidua (un unitario e acerrimo antidialettale) e portata avanti da una schiera di letterati, alcuni preparati altri meno, i quali più che altro parteggiavano per il partito politico-nazionalista d’ispirazione monarchica.

Intanto qualcuno si muoveva abilmente nell’ambito scolastico.

Nella prima metà dell’ottocento un insegnante, Michele Ponza, si dimostrava un prolifico, quanto prezioso mediatore fra la lingua italiana e il “dialetto” piemontese attraverso una cospicua produzione popolare di opere scolastiche con grammatiche, vocabolari, dizionari, libri di esercizi, opuscoli, riviste e quant’altro utile ai giovani allievi dialettofoni a imparare il difficile italiano.

Una produzione letteraria considerata, nei decenni successivi, di “tono minore” da una schiera di sedicenti letterati che guardava con disprezzo il ceto popolare che parlava, a sentir loro,  un linguaggio rozzo e monco.

L’insegnante Michele Ponza, uomo concreto, con i piedi ben piantati per terra, era di tutt’altra opinione; egli giovandosi della grande esperienza acquisita nella scuola pubblica, considerava il dialetto come una sorta di ponte verso l’italiano e molte volte si era trovato in difficoltà con gli irriducibili toscanisti nel correggere parole piemontesi tradotte erroneamente in italiano. L’esercito degli italianisti a tutti i costi era composto da puristi, letterati mediocri, scrittori, editori di opuscoli, libretti e pubblicazioni di ogni genere; tutti si erano votati al poderoso impegno dell’italianizzazione dei piemontesi e degli italiani non ancora italiani, ne cito alcuni: Napione, Balbo, Vidua; in seguito Ferdinando dal Pozzo; Bartolomeo Bona; A. Pagliese, il giacobino Ranza; Francia di Cella; il lessicografo Giacinto Carena; M. Cargnino; Oreste Raggi e Giuseppe Antonio Cerutti che adottava ancora il metodo di Michele Ponza.

Ma i metodi del Ponza erano oramai superati, a fronte della volontà generalizzata di cancellare i dialetti; si presentava impellente la “questione della lingua”. In questo senso c’era chi aveva precorso i tempi: Ferdinando dal Pozzo nel 1833 pubblicava a Parigi un libro piuttosto discusso, nel quale aveva anche inserito il Piano di un’associazione per tutta l’Italia avente per oggetto la diffusione della pura lingua italiana e la contemporanea soppressione de’ i dialetti che si parlano ne’ i vari paesi della penisola. «In un momento storico in cui l’unità politica dell’Italia sembrava impossibile da realizzare, gli pareva assolutamente irrinunciabile almeno una rigida unità linguistica ottenuta mediante la distruzione dei dialetti considerati «linguaggio rozzo e monco», «triviali parlari», «immondi steli».[4]

«La crociata antidialettale in nome di aspirazioni politiche era nata quindi ancor prima che il sogno dell’unità avesse concretezza. Attorno al 1848 la battaglia assunse più vigore. All’incirca in quegli anni un tipografo di Alessandria raccoglieva in un libretto i Cenni intorno alla soppressione dei dialetti di Ignazio Pansoya (o Pansoja come scrive Bersezio), pubblicati poco prima dall’autore in soli cinquanta esemplari e li univa al già citato Piano del Dal Pozzo, facendo seguire gli appunti di lingua toscano-piemontesi di Alfieri».

«In uno scritto di Oreste Raggi la lingua era considerata soprattutto vincolo essenziale di nazionalità e a giudizio dell’autore, la sua mancanza comportava la perdita dello spirito nazionale; egli portava l’esempio significativo del «popolo minuto degli operai e dei contadini» (Raggi) che si esprimevano solo in dialetto ed erano privi di ogni spirito patriottico. Il dialetto cominciava ad essere considerato sempre più spesso un potenziale nemico, non tanto perché era un ostacolo all’avanzare dei lumi (così si sarebbe pensato piuttosto tra Sette e Ottocento), ma perché fattore di disgregazione politica. Stranamente l’odio per il dialetto si alimentava proprio nel momento che molti problemi venivano considerati come risolti od in via di risoluzione»[5].

Nell’accanita furia unitaria della cultura filo-monarchica dei piemontesi e solo loro, c’era la folle illusione di calpestare nei dialetti l’antica storia delle parole. Dal grido a un suono appena articolato, alla stentorea parola che cerca comunanza; dal primo vagito del nascituro, alle madri che parlano insegnando le mille lingue del cuore, sono la progenie delle lingue naturali: i dialetti.

Ѐ falso e pericoloso il tentativo di voler pianificare o distinguere una cultura, una lingua, con differenze di nobiltà, casta o censo.

Forse costoro per ignoranza o per un’assurda volontà di parte, non volevano sapere o capire che quelle antiche parole lasciano nei secoli una traccia indelebile, incancellabile nell’oralità dell’uomo; Carlo Denina lo aveva capito da molto tempo. È una potente forza unificante non disgregatrice; infatti, la lingua cosiddetta del volgo (il volgare), pur in un contesto moderno che ne limita l’uso e superando nel tempo le infinite traversie, ancora oggi è viva e fiorente, mentre la lingua nazionale, l’italiano, travolta dell’incultura e dalla stupidità vive un drammatico declino.

Carlo Denina, l’Abate di Revello, piemontese, italiano, europeo; ben ritrovato in Piemonte e in Italia. Forse la sua scelta francese non era priva di giustezza; nelle parentele transalpine e subalpine, non solo linguistiche aveva visto, un secolo e mezzo prima, un diverso destino per il Piemonte.

Luglio 2019

Carlo Ellena

 

[1] Dal “Dizionario Biografico degli italiani”- Volume 38 (1990), di Guido Fagioli Vercellone

[2] Brani dell’appendice “Dell’uso della lingua francese”, tratti dal volume “Storia delle lingue e polemiche linguistiche” di Carlo Denina (Dai saggi berlinesi 1783-1804) Edizioni dell’Orso – A cura di Claudio Marazzini.

[3] Da “Piemonte e Italia” – Storia di un confronto linguistico – Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi –  Ca dë studi piemontèis – Torino 1984.

[4] Da “Piemonte e Italia” – Storia di un confronto linguistico – Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi –  Ca dë studi piemontèis – Torino 1984.

[5] Da “Piemonte e Italia” – Storia di un confronto linguistico – Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi –  Ca dë studi piemontèis – Torino 1984.

 

 

BIBLIOGRAFIA

“ Dizionario Biografico degli italiani”- Volume 38 (1990) di Guido Fagioli Vercellone

“Piemonte e Italia” Storia di un confronto linguistico –Claudio Marazzini – Centro studi piemontesi – Ca dё studi piemontèis – Torino – 1984

“Storia delle lingue e polemiche linguistiche”- Carlo Denina – Dai saggi berlinesi 1783-1804 – A cura di Claudio Marazzini – Edizioni Dell’Orso – 1985

“Autobiografia berlinese” – 1731-1792 – Carlo Denina – A cura di Fabrizio Cicoria – Editore Pierluigi Lubrina – Bergamo 1990

“Considerazioni di un italiano sull’Italia” – Calo Denina – Introduzione e note a cura di Vincenzo Sorella – Traduzione a cura di Roberto Rossi Testa – 2005 Nino Aragno Editore

“Enciclopedia Europea” – Garzanti – Volume IV – Prima edizione 1977

Carlo Denina in un ritratto dell’epoca
Immagine tratta da it.wikipedia.org

 

 

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È stato il salone del libro di Torino, o la festa dell’Unità?

Il Salone del Libro di Torino 2019
Immagine tratta da www.lettera43.it

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Nato quale “tempio” della cultura torinese, europea e internazionale si è trasformato in una meschina disputa politica scatenata dagli “intellettuali” comunisti torinesi nei confronti di una piccola Casa Editrice (l’Altaforte) che promuove idee non gradite agli organizzatori.

Nel “tempio”, si dovrebbe promuovere soltanto cultura; ovvero, “i libri”, favorendo la produzione cartacea, con l’occhio rivolto ad altri settori culturali d’ispirazione laica e democratica e pur sempre liberi di esporre il loro pensiero in un dibattito civile e aperto dentro e fuori le pagine di un libro. Il dibattito è innovazione, progresso.

Torino, senza inutili giri di parole, è una città comunista (per cui tutto si muove solo con il consenso del regime), come l’Ente Regione Piemonte del presidente Chiamparino, che va a braccetto con la sindaca Appendino, un personaggio incolore che veste l’abito del nuovo comunismo all’italiana; che è quello molto pericoloso dei penta-stellati.

Spiace molto lordare con politica d’infimo livello questa importantissima Casa-Cultura ma il PD, vale a dire i soliti comunisti, hanno nel loro DNA questo malefico potere di appropriarsi e avvelenare con ogni mezzo e con un livore palesato a parole, idee e fatti, amplificando a dismisura situazioni diversamente sanabili con la discussione e il confronto.

Questa perentoria esclusione della C.E. Altaforte, non ci trova impreparati e ha purtroppo, come in altri gravi accadimenti, un forte sapore di “decisione politica”, imposta con arroganti atti d’imperio, trincerandosi dietro il potere costituito di un incarico oramai a fine mandato.

Il libero confronto, la discussione, il serio e costruttivo dibattito sono prerogative del buon governo. Non si può tappare la bocca all’avversario con la prevaricazione e la forza, o peggio, abusando della propria influenza politica.

Questi fatti sono il segnale indicatore di un regime ottuso e persecutorio. Tutti hanno potuto costatare con quale sistema vergognoso il signor Renzi ha perseguito Berlusconi; una sorta di colpo di Stato passato tra complicità e l’indifferenza generale. Un altro caso ma che diverge in peggio, è stato compiuto dai politici comunisti e di tutto il personale portuale, disobbedendo a un ordine preciso del Ministro dell’Interno Matteo Salvini; sono i fatti relativi alla nave Diciotti, una brutta faccenda che fa emergere a quale livello di “regime” e d’anarchia siamo giunti.

Matteo Salvini (eletto da tutti i cittadini italiani), dal giorno che è salito al “colle”, non ha ricevuto che insulti e subito intoppi tali da precludere ogni tentativo mirato a lavorare. Ci auguriamo che le prossime consultazioni europee e nazionali sanciscano la definitiva dipartita del “regime”.

Ritornando a quella grande opportunità che è “La fiera del libro”, nata a Torino nel 1988, poi realizzata quale poderosa macchina internazionale di cultura che lanciava all’infinito messaggi del “sapere” piemontese in un crogiolo di studi e ricerche, ha vissuto e vive tuttora costantemente il pericolo di chiusura, nonostante il clima d’ottimismo ostentato.

Esso rappresenta un’operazione geniale invidiata, straordinariamente preziosa quanto nobile ma sottostimata per mera ottusità da chi di dovere e sempre prossima al naufragio. La sua storia gloriosa è la fotografia in bianco e nero dei fallimenti di Torino, una città che da fiorente capitale industriale del lavoro produttivo, in quattro o cinque lustri si è trasformata in un grande ente assistenziale. Ridotta a una suburra, essa sopravvive con i facili fondi europei, il traffico di “schiavi” e di droghe, gestito dai nuovi piemontesi extracomunitari (senegalesi in prevalenza) che agiscono pressoché indisturbati, mentre ogni settimana si contano decine di chiusure e fallimenti delle nostre aziende. La mia nativa “Barriera di Milano”, borgo operaio per antonomasia, oggi è questo.

 

E pensare che nel 1996 le premesse erano non solo ottimistiche ma addirittura strabilianti. Si stava costruendo la struttura de gli: “Stati Generali del Piemonte”, il cui insediamento era fissato a Torino il 29 giugno 1996 al Lingotto, Auditorium Giovanni Agnelli.  Sotto le copertine dei documenti, con all’interno i contenuti (non pubblicati per esigenze di spazio).

 

Stati Generali del Piemonte – copertina

 

 

I partecipanti dell’insediamento; all’interno la pronuncia degli intenti.

Stati Generali del Piemonte – I partecipanti

 

 

Il documento programmatico con gli interventi dei vari partiti.

Stati Generali del Piemonte – Il documento programmatico

 

Questo ambizioso progetto, poi naufragato con la fine della presidenza Ghigo e per i successivi disaccordi interni della nuova maggioranza in Regione, contraria ad alcuni punti nodali del programma. Progetto in seguito “dimenticato” da tutte le  amministrazioni succedutesi, arrivando sino a oggi ad un livello di infima qualità.

Carlo Ellena

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Sulla Legge di Bilancio, pensioni e “quota 100”

Riporto in toto uno studio minuzioso di Roberto Brambilla sulle nuove regole contenute nel maxiemendamento alla Legge di Bilancio 2019.

Un articolo che illustra il nuovo sistema assistenziale introdotto per legge ma già diffuso da decenni dai governi d’ispirazione comunista; ora, con la nuova Legge, si è aggiunta la pretesa che questa, creerebbe “posti di lavoro”. La sciagurata logica statalista dei “penta stellati”, mirata a ingigantire il debito pubblico a tutti i costi, è uno scriteriato pretesto politico e non una misura utile al mondo del lavoro; altro che meritocrazia e senso del dovere! Il futuro dei nostri giovani (se l’avranno) sembra già fatalmente compromesso.

 

Editoriale di Roberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, su il punto Pensioni & Lavoro del 20.12.2018. Inserto sul giornale di gennaio 2019 n° 27 di PersoneSocietà – della Confartigianato ANAP di Roma.

Nel nostro paese, nel 2018, sono in pagamento circa 23 milioni di prestazioni pensionistiche, di cui beneficiano circa 16 milioni di pensionati, il che vuol dire che ogni pensionato percepisce 1,433 pensioni (quasi un assegno pensionistico e mezzo a testa). Sul totale delle prestazioni in pagamento poco più di 8 milioni (il 35%) sono pari a 1 il minimo (circa 508 euro al mese per 13 mensilità): di queste, quasi 6 milioni (il 75%) sono totalmente (circa 2 milioni) o parzialmente (4 milioni) assistite e finanziate dallo Stato attraverso la fiscalità generale (cioè, nella pratica, da chi paga le imposte). Tra 2 e 3 volte il minimo ci sono altre 10,65 milioni di pensioni (il 46%); da 3 a 4 volte il minimo ce ne sono altre 2 milioni; in totale fanno 20,62 milioni su 23 milioni totali (90%).
Per avere una pensione al minimo bastano 15 anni di versamenti contributivi su un normale stipendio contrattuale. Significa quindi che in 66 anni di vita questo 75% di pensionati non ha versato nemmeno questi contributi e non ha pagato quindi un euro di tasse; pochi contributi e imposte anche per quelli fino a 2 volte il minimo. Si tratta di un numero di pensioni molto alto se si pensa che nei paesi Ocse il tasso fisiologico dei soggetti “sfortunati” per motivi psicofisici o dipendenti da eventi particolari non supera il 10/12% degli aventi diritto.
In questi paesi i controlli fiscali contribuiscono, peraltro, a contenere questo fenomeno eliminando gran parte delle elusioni fiscali e contributive e riducendo il livello di economia illegale, che Istat stima per l’Italia pari al 13% del PIL (210 miliardi di euro circa). Secondo altre istituzioni, questo valore potrebbe arrivare addirittura fino al 25% del PIL. Con il maxiemendamento alla legge di bilancio per il 2019, è stata proposta una modifica al meccanismo di indicizzazione delle pensioni che prevede la rivalutazione completa solo per i trattamenti fino a tre volte il minimo. Il governo del cambiamento ha proposto una delle peggiori e bizantine indicizzazioni in termini di equità: rivalutazione del 100% dell’inflazione (1,1% l’incremento sulle pensioni per il 2019) per il 18,67 milioni di pensioni fino a 3 volte il minino (1.524 euro lordi) di cui, come abbiamo visto, un terzo sono totalmente o parzialmente assistite. I percettori di queste prestazioni fanno parte del 44,92% di italiani che in totale pagano solo il 2,8% dell’Irpef totale (cioè nulla). Sulle pensioni frutto di contributi realmente versati, i più fortunati sono quelli che prendono tra 4 e 5 volte il minimo, la cui pensione verrà rivalutata non per scaglioni (come avviene per la progressività fiscale) ma sull’intero importo al 52% tra 5 e 6 volte il minimo, al 47% tra 6 e 8 volte, al 45% tra 8 e 9 volte, e al 40% oltre le 9 volte; in pratica metà inflazione. Questi pensionati rientrano nel “club” del 4,36% di contribuenti che versano il 36,52% di tutta l’Irpef; aggiungendo anche i pensionati tra 4 e 5 volte il minimo, la cui rivalutazione è pari al 77% dell’inflazione, si arriva al 12,09% di contribuenti che però versano il 57,11% di tutta l’Irpef. Supponendo un’inflazione media dell’1,1% e un periodo di fruizione della pensione di 20 anni, la riduzione dell’indicizzazione 2019 al 50% è pari a una decurtazione del potere d’acquisto di 0,5% l’anno che, capitalizzata, porta la riduzione a fine periodo a oltre il 12%. A questa perdita si assommano quelle del biennio successivo.
Ma la guerra ai pensionati non finisce qui; infatti per quanti percepiscono assegni superiori a 100.000 euro lordi l’anno (circa 60 mila euro netti l’anno, non proprio dei nababbi) è pure previsto, per la durata di 5 anni, un taglio lineare delle pensioni (si veda tabella 1). «L’operazione è stata presentata come una riduzione della parte di pensione non coperta da contributi – puntualizza Brambilla – ma in realtà come evidenziato dall’Approfondimento a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali sul ricalcolo delle pensioni oltre i 4.500 euro netti al mese, è un taglio senza alcuna logica. Infatti, le pensioni maggiormente avvantaggiate dal metodo retributivo, come dimostrato anche da uno studio di Stefano Patriarca, sono quelle intermedie fino a 3.500 euro. Stiamo cioè parlando di pensionati che fanno parte di quel 4,36% di contribuenti che mantengono il restante 46% della popolazione (a proposito, per quest’ultimo gruppo, con riferimento ai costi della sola sanità, occorrono circa 50 miliardi l’anno a carico di redditi e pensioni definite dai gialloverdi “d’oro”)».
Infine, se è vero che oltre il 60% delle prestazioni assistenziali che godono della rivalutazione totale e potrebbero addirittura beneficiare dell’incremento relativo alle cosiddette “pensioni di cittadinanza”, sono pagate al Sud, lo è altrettanto che circa il 70% delle pensioni tagliate e poco indicizzate stanno al Nord. Il grosso rischio della “guerra delle pensioni” e delle pensioni di cittadinanza, è quello di aumentare le pensioni basse e assistenziali, i cui maggiori beneficiare sono spesso “furbi”, elusori ed evasori, persone che sfruttano il lavoro nero e foraggiano l’economia illegale. Anziché premiare il senso del dovere, dello Stato e il merito, assistiamo a un trasferimento forzoso di risorse da lavoro, a assistenza e da Nord a Sud: un ottimo risultato per la Lega (ex Nord). Con un costo per la collettività e per lo sviluppo del paese, spaventoso.

Due anziani che vengono invitati ad andare a lavorare

Riforma pensionistica
Immagine tratta da lasvolta2017.com

Nelle due tabelle sottostanti; a confronto la situazione di oggi e l’ipotesi Berlusconi.

Tabella situazione pensionistica

Tabelle che confrontano la situazione di oggi e l’ipotesi Berlusconi

 

Traggo da “La voce di Trieste” un articolo sulla drammatica, quanto tenace resistenza, di questa gloriosa città per far valere i suoi diritti calpestati dai governi italiani che si sono succeduti nei vari decenni. Molto importante aprire i LINK; in particolare quello del Memorandum di partenariato-Italia-Cina.

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Segue l’articolo originale: Trieste: accordo illegittimo dell’Autorità Portuale con China Communications Construction Company (29 marzo 2019). La Voce di Trieste tratto da https://www.lavoceditrieste.net/2019/03/29/trieste-accordo-illegittimo-dellautorita-portuale-con-china-communications-construction-company

Trieste: accordo illegittimo dell’Autorità Portuale con China Communications Construction Company.

Il 26 marzo 2019 la International Provisional Representative of the Free Territory of Trieste – I.P.R. F.T.T. ha inviato al Governo italiano amministratore una nota ufficiale di protesta per l’accordo firmato a Roma il 23 marzo con China Communications Construction Company – CCCC dal Presidente dell’attuale Autorità Portuale di Trieste, Zeno D’Agostino dopo la firma del Memorandum d’intesa Italia – Cina.

La nota di protesta (LINK) precisa i motivi di illegittimità assoluta dell’accordo firmato dall’Autorità Portuale, e chiede al Governo italiano amministratore di assumere i provvedimenti necessari al ripristino della legalità nella gestione del Porto Franco internazionale e del porto doganale dell’attuale Free Territory of Trieste. In caso contrario, la I.P.R. F.T.T. intende attivare tutte le difese legali necessarie.

Il Memorandum d’Intesa Italia – Cina

Il 23 marzo 2019 Italia e Cina hanno firmato a Roma il preannunciato «Memorandum d’intesa tra il Governo della Repubblica Popolare Cinese sulla collaborazione nell’ambito della Via della Seta economica e dell’Iniziativa per una Via della Seta marittima del 21° secolo» (LINK).

Le materie di cooperazione concreta previste dal Memorandum sono i trasporti, la logistica e le infrastrutture – inclusi i porti, le ferrovie e le strade – l’energia e le telecomunicazioni, anche per quanto riguarda la libertà degli investimenti e delle partecipazioni finanziarie pubblici e privati, le concessioni e gli appalti.

Le cooperazioni previste non riguardano perciò il normale flusso reciproco delle merci, ma il controllo delle infrastrutture portuali, di trasporto e di comunicazione della penisola italiana e della Sicilia che hanno valenza economica e strategica primaria per l’Europa e per gli equilibri strategici euro-atlantici e mediterranei.

I rischi strategici conseguenti sono determinati dalla debolezza politico-economica dell’Italia e dall’enorme potere di pressione che la R.P.C. può esercitare per espandere la propria sfera d’influenza economica, politica e militare oltre i limiti di equilibrio con gli U.S.A. e con la Russia. Le preoccupazioni e le contrarietà internazionali sono perciò perfettamente fondate.

La pericolosità economica e strategica concreta dell’operazione è stata infatti confermata dal contenuto di alcuni degli accordi principali firmati a Roma immediatamente dopo il Memorandum, ed in particolare da un accordo illegittimo sui collegamenti ferroviari del porto di Trieste.

Il ruolo strategico del Free Territory of Trieste

Il Governo italiano non ha infatti alcun diritto di consentire ad imprese ed investitori di Stato della R.P.C. di ottenere anche il controllo delle infrastrutture portuali e ferroviarie strategiche dell’attuale Free Territory of Trieste, dove esercita un mandato fiduciario di amministrazione civile provvisoria che gli è stato sub-affidato dai Governi degli USA e dal Regno Unito quali amministratori primari per conto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

L’11 marzo 2019 la International Provisional Representative of the Free Territory of Trieste – I.P.R. F.T.T. aveva perciò inviato al Governo italiano una prima nota ufficiale di protesta, riguardante l’inclusione illegittima del Porto Franco internazionale e del porto doganale di Trieste nelle trattative politico-economiche in corso tra Italia e Cina, riservandosi tutte le necessarie difese (LINK).

Natura e limiti giuridici del Memorandum

Il Memorandum italo-cinese del 23 marzo è stato redatto nella forma di una dichiarazione bilaterale d’intenti che non costituisce accordo internazionale da cui possano derivare diritti ed obblighi di diritto internazionale, né obblighi giuridici, finanziari o impegni, e dovrà essere interpretato in conformità con le rispettive legislazioni nazionali, con il diritto internazionale e, per quanto riguarda l’Italia, con gli obblighi derivanti dalla sua appartenenza all’Unione Europea.

Il Memorandum d’Intesa, quale atto bilaterale, e gli accordi concreti conseguenti non possono perciò coinvolgere legittimamente Paesi terzi, qual’è l’attuale Free Territory of Trieste che i Governi di Stati Uniti e Regno Unito hanno sub-affidato all’amministrazione civile provvisoria del Governo italiano ed alla difesa militare della NATO. Per questo motivo, Trieste ha anche la funzione di base navale degli U.S.A. e della NATO.

L’accordo illegale su Trieste

I limiti giuridici del Memorandum d’intesa sottoscritto dai Governi italiano e cinese sono stati violati con la firma successiva di un «Accordo di cooperazione fra Autorità di Sistema Portuale del mare Adriatico Orientale – Porti di Trieste e Monfalcone e China Communications Construction Company (CCCC)» // «Cooperation agreement between the Port System Authorities of the Eastern Adriatic Sea – Ports of Trieste and Monfalcone and China Communications Construction Company (CCCC)», che riguarda lo sviluppo ed il controllo delle ferrovie di collegamento del Porto Franco internazionale e del porto doganale di Trieste (LINK).

L’accordo è stato preparato e sottoscritto da Zeno D’Agostino, funzionario italiano imposto nel 2015 da politici del PD come Presidente dell’Autorità Portuale italiana di Trieste, che è un organo provvisorio illegittimo perché opera in sostituzione del legittimo Direttore del Porto Franco che il Governo italiano sub-amministratore ha l’obbligo di nominare in esecuzione dell’art. 18 dell’Allegato VIII del Trattato di Pace con l’Italia del 1947 (LINK).

Il Presidente dell’Autorità Portuale italiana di Trieste non aveva e non ha perciò il potere di predisporre, firmare od eseguire quel genere di accordi, e quale funzionario del Governo italiano sub-amministratore ha l’obbligo giuridico di impedire che qualsiasi Stato prenda il controllo delle infrastrutture portuali e ferroviarie dell’attuale Free Territory of Trieste e del suo Porto Franco internazionale.

L’accordo firmato da Zeno D’Agostino consentirebbe invece agli investitori di Stato della R.P.C. di assumere il controllo delle ferrovie necessarie allo sviluppo delle aree del Porto Franco internazionale delle quali essi tentano di assumere il controllo acquistando quote e beni di società private alle quali lo stesso D’Agostino garantisce concessioni a lungo termine secondo leggi portuali italiane inapplicabili a Trieste.

Zeno D’Agostino è inoltre il Presidente del consorzio COSELAG, che si prepara a vendere agli investitori di Stato della R.P.C. le aree industriali necessarie per costruire uno dei due nuovi scali ferroviari che diverrebbero di loro proprietà.

Lo stesso presidente dell’Autorità Portuale illegittima, Zeno D’Agostino, consente inoltre all’attuale sindaco del Comune di Trieste, Roberto Dipiazza, di occupare il Porto Franco Nord con interventi provatamente illegittimi per decine di milioni di euro a danno patrimoniale del Comune e dell’Autorità Portuale, che ha perciò l’obbligo giuridico di impedirli.

La legalità è divenuta necessità strategica

Si può quindi affermare che in questo modo la gestione attuale del Porto Franco internazionale del Free Territory of Trieste sub-affidato all’amministrazione civile del Governo italiano ha raggiunto in questo modo livelli di illegalità intollerabili e senza precedenti.

E che dopo l’accordo illegittimo firmato il 23 marzo tra Zeno d’Agostino ed investitori di Stato della R.P.C. il ripristino della legalità nell’attuale Free Territory of Trieste è divenuto una necessità strategica di rilievo internazionale.

I.L.

 

Sul Memorandun d’intesa Italia-Cina pesano come un macigno tre fatti: 1°) La totale disinformazione riservata ai cittadini; 2°) La fretta dimostrata nel voler concludere un accordo di dubbia convenienza per un’urgenza solo politica dei penta stellati; 3°) Il Memorandun, detto in modo esplicito, è un tentativo, neppure troppo velato, di intromettersi nei settori chiave (comunicazioni, ferrovie, porti e aeroporti e ben altro) del nostro indebitato paese, con la RPC che spinge a tutto vapore per espandersi, forte del suo enorme potere economico-politico.

La Cina conta circa un miliardo e 400 milioni di abitanti e un bisogno insaziabile di energia ma soprattutto di super-tecnologie per produrre lavoro, per cui deve investire in altri paesi per acquisire territori, scambi e “materiale umano”. Si tratta di un progetto difficile da sviluppare, particolarmente in Europa, per il modello di mercato RPC non libero ma sotto il super-controllo del governo comunista. È una questione molto complessa, che va esaminata e discussa con la nuova Europa nascente, in modo aperto e non con sciocche, quanto improvvide dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio G. Conte. Bisogna tenere ben presente una regola: chi investe in un’azienda per trarre profitto, ne diventa comproprietario.

Il partenariato.

Questa forma di “partenariato” è completamente diversa di quella di triste memoria del 1974 con la Lega Araba; essa voleva impadronirsi di grandi porzioni di territorio per investire le sue enormi ricchezze ma soprattutto ampliare la sua sfera religiosa per islamizzare gli abitanti secondo i principi coranici.

Un particolare che riguarda la Cina che può sembrare banale ma non lo è affatto; si trova proprio nella formazione dei giovani.

Il governo cinese guarda lontano e prepara all’uopo milioni dei suoi giovani, i quali forse non giocano a calcio e non hanno la “Juventus” (per fortuna loro) e non sono perditempo come i nostri.

Orbene; gli inglesi hanno “portato” in Cina un gioco al biliardo che si chiama Snooker.

Si tratta di una vera disciplina che impegna il giocatore a conoscerne bene le regole, i comportamenti e lealtà verso gli avversari e una vera etica sportiva. Richiede lunghi allenamenti al Club, studio di tattiche per le centinaia di combinazioni al tiro e precisione nel colpire la biglia.

È una sorta di gioco a scacchi ma molto più dinamico per i movimenti attorno al grande tavolo. Ebbene, in pochi anni nella grande Cina si sono aperti oltre 5.000 (cinquemila) Club e scuole che insegnano questa disciplina. Oggi capita che decine giovani di 17 anni vincano partite su esperti campioni quarantenni del Regno Unito; tra l’altro, i tavoli da gioco sono costruiti nella stessa Cina, che ha conquistato il mercato globale.

Sono molti anni che seguo con la famiglia questo magnifico gioco sui canali di Eurosport, perché la RAI trasmette nelle sue reti, sino alla nausea, partite di calcio, portando in auge tale gioco quale “sport” nazionale per eccellenza. Non è per niente così; conta circa il 35/40% di appassionati e non è più “sport” ma fabbrica di malaffare, imbrogli, produce violenza, portando inevitabilmente ad azioni delinquenziali, ed è, a tutti gli effetti, il “5° Stato”, in quanto Lega autonoma intoccabile.

Belt and Road: frase impropria che significherebbe “La nuova via delle seta”, è comunque espressione dai contenuti piuttosto oscuri. Si tratta di un grandioso progetto partito dalla Cina già nel 2013 per creare rapporti politici e trattative con oltre sessanta paesi dell’Africa, Asia ed Europa. Si tratta di un partenariato minutamente studiato per concorrere e influenzare, con allettanti finanziamenti, le strutture dei trasporti di terra, mare e cielo nei paesi con politiche deboli come l’Italia.

Cartina raffigurante

Cartina raffigurante “La nuova via delle seta”
Immagine tratta da eurolinkgeie.com

Partenariato è un termine dai significati funesti per l’Italia e richiama tutto il paese al ricordo di quello sottoscritto dal prode Romano Prodi con la Lega Araba nel non troppo lontano 1974.

In ottemperanza di questo “accordo” abbiamo, oggi, centinaia di migliaia di extracomunitari abusivi che vivono sulle spalle degli italiani con costi enormi, non rimborsabili, in nome di un vergognoso mercimonio umano che il padre della cristianità don Francesco chiama, con una faccia di bronzo che non ha eguali, “solidarietà”. Nel frattempo gli arabi hanno acquistato interi isolati in grandi città del Nord.

Una precisazione: l’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi (1996/1998), nel 1999 era anche Presidente della Commissione Europea.

Riporto qui parte di un mio articolo del 2012 sull’argomento e già pubblicato tempo addietro nel BLOG.

Nel 1974, quando si era tenuta a Lahore la II° Conferenza Islamica, presenti tutti i potenti del mondo musulmano, si erano tracciate le linee di una politica Islamo-araba di portata internazionale, tanto che “Il Segretario generale della Conferenza Islamica Muhammad Hasan ‘al-Tuhāmi parlò di uno stato islamico che avrebbe cercato di diffondere l’islām anche nei paesi non musulmani”.

Specificato nello “Statuto degli Stati Arabi” (il comma b), tra le altre norme, illustra in modo chiaro che:«…nel 1964 è stato formato il Consiglio Arabo per L’unità Economica dei 12 Stati membri della Lega. Gli obiettivi di questo Consiglio includono, fra gli altri, l’inizio delle azioni per creare un mercato comune arabo, allo scopo di garantire la libertà di movimento e transito d’individui, capitali e beni, così come la libertà di ottenere lavoro e acquisto di proprietà ».

L’ambizioso progetto prendeva concretamente corpo nei decenni successivi anche attraverso il DEA, divenuto lo strumento decisivo del successo di questo progetto di partenariato.

“Questi programmi sono stati entusiasticamente accolti, applicati e recepiti da leader, intellettuali e attivisti europei, non solo, ma anche elargendo cospicui finanziamenti ai palestinesi e ai Fratelli Musulmani per creare le loro ramificazioni in tutta l’Europa occidentale”.

L’avventata e imprudente politica di partenariato capeggiata dalla Francia, aveva volutamente allontanato dell’Europa dagli Stati Uniti, sottovalutando in modo improvvido la jihād.

In seguito l’Europa aveva cercato, francamente senza convinzione, di estraniarsi dalla jihād attuando un’ambigua politica che l’aveva portata a una sorta di collusione con il terrorismo internazionale accusando gli Stati Uniti e Israele di alimentare i movimenti jihadisti.

L’Europa filo-arabo-islamica aveva continuato la sua politica di sottomissione e a quanto risulta, beneficiando in un solo decennio la Lega Araba di oltre 10 (dieci) miliardi di dollari; il tutto portato avanti con icastico impegno dal Presidente di turno Romano Prodi. Una vera follia, tenendo conto che questo denaro sarebbe servito per ben altro a casa nostra, o altrimenti utile a mitigare gli effetti dell’attuale grave crisi (siamo nel 2012). Altro fatto inconcepibile di questa storia è avvenuto nel  1994 con il conferimento-farsa del “Nobel per la pace” a Jasser Arafat, nonché il 19 febbraio 1999, su iniziativa del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, veniva nominato lo stesso Arafat “Cavaliere di gran Croce, decorato di gran cordone dell’Ordine al merito della Repubblica italiana”, un segno dell’ambiguo servilismo dei politici italiani verso un patriota palestinese abilissimo in politica; un pacifista che circolava con il mitra sottobraccio e sospetto colluso con il terrorismo.

Il 10 febbraio 2012 una notizia ammutoliva Torino: era quella di creare nella città “Una sola casa per i musulmani del Piemonte”, in cui i buoni propositi erano di “ Un futuro di convivenza e di pace”, annunciando ai piemontesi la nascita della “Confederazione Nazionale”, la quale si porrà quale “Interlocutore dello Stato italiano”, chiedendo inoltre il riconoscimento della religione islamica. Tutto questo succedeva mentre Torino e il Piemonte vivevano una tremenda crisi politica e di lavoro; in quel periodo Sindaco di Torino era il comunista Piero Fassino, succeduto all’altro comunista Sergio Chiamparino.

Ritornando al 19 gennaio Il “Fatto Quotidiano” scriveva:« Torino ha finito i soldi. Le casse di Palazzo Civico sono vuote, e sui cittadini sabaudi grava un debito che l’anno scorso è salito a 4,5 miliardi di euro, record assoluto in Italia. In questi giorni la giunta Fassino ha approvato il bilancio previsionale 2012. Non è stata una passeggiata, non soltanto per il fuoco di sbarramento dei 30mila emendamenti al testo posti dall’opposizione Pdl-Lega, ma soprattutto perché la grana dei derivati non ha certo consentito ampi margini di manovra. In più bisognava tentare il rientro nello «stupido» Patto di stabilità, come l’aveva definito Fassino alla fine dell’anno scorso.

La Relazione previsionale programmatica redatta da Domenico Pizzala, influente collaboratore dell’assessore al Bilancio Gianguido Passoni, parla chiaro: «Gli oneri finanziari derivanti dall’indebitamento […] condizionano in parte il bilancio comunale. Tale condizionamento tenderà ad aumentare se non continuerà una incisiva e adeguata politica di contenimento della spesa e di dismissioni patrimoniali». Due obiettivi che, stando ai numeri contenuti nel documento, appaiono difficili da realizzare…»

Eppure Torino continua a essere un contenitore arabo-islamico e fintanto che al comando della Regione Piemonte ci sarà un Presidente come Sergio Chiamparino, detta Regione rimarrà inchiodata al passatismo e a iniziative miranti a un’accoglienza esasperata di gente extracomunitaria mantenuta con costi spaventosi (circa un paio di mesi fa è stata tolta ai migranti la gratuità ai contraccettivi; persino quelli erano gratis), denari estorti al mondo del lavoro con effetti, in tale congiuntura sfavorevole, di alimentare la continua emorragia delle imprese e dei giovani.

L’attuale “guerra libica”.

Nella cruda realtà è una finta guerra ma con veri, poveri morti e non per migliorare la condizione di cittadini e di tribù libiche o africane; si tratta di una guerra di convenienza  In questo conflitto il petrolio conta poco, ci sono altri motivi, appunto di convenienze e di profitti più facili; attraverso la ripresa del moderno schiavismo criminale (gli scafisti), o mercimonio umano, con un numero spaventoso di africani, libici compresi, spinti alla fuga (si parla di circa un milione di persone). Potentissimi magnati, politici e militari africani sono i burattinai senza scrupoli che tirano le fila di questo funereo teatro creato all’uopo nello scacchiere libico. “La questione libica” è una vecchia storia all’italiana: la lunga guerra di “conquista” 1911- 1931, recentemente ancora nel 2011, nella guerra contro Muammar Gheddafi, con il governo Berlusconi che voleva intervenire a fianco dei francesi, i quali gli scaricarono tutte le responsabilità che in realtà erano del presidente Napolitano detto “emerito” solo perché comunista (sempre loro), ma senza alcun merito e molti demeriti.

Le cosiddette “guerre di convenienza” esistono da secoli; in particolare nelle vecchie monarchie. Poche o molte migliaia di morti servivano per giustificare scambi, acquisizioni di territori e financo di Stati. Le monarchie si accordavano senza andare troppo per il sottile sul numero delle perdite umane. Ecco un esempio fra mille; l’intervento piemontese nella guerra di Crimea (1853 – 1856), è stato uno di quegli accordi “vantaggiosi”, fatti “ al prezzo di qualche migliaio di morti”.

Molto ingenuamente si pensava che oggi, almeno in Europa, la schiavitù fosse storia finita da molto tempo ma stando a quanto succede, credo che per i principali responsabili sia giunta l’ora di fare i conti con processi pubblici che infliggano condanne severe e inappellabili.

16 aprile 2019

                                                                                                                                 Carlo Ellena

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L’Italia è ancora uno Stato? Quale?

1) Stato del Vaticano

Monarchia miliardaria catto/comunista, governata da un re-prete, capo della chiesa cattolica, detto “papa”, il quale dall’alto dell’Empireo in cui risiede invia a piene mani benedizioni gratuite alla plebe terrena in preghiera. Costui, non sborsa un euro, non paga le tasse, lancia anatemi agli italiani ingenerosi e razzisti, fa proclami a favore degli extra-comunitari, che la sua chiesa accetta ma non in Vaticano, bensì in altri luoghi e a spese degli italiani. Viaggia gratis non su aerei di linea ma a servizio solo suo e del suo seguito, come si addice a un re, ed è risaputo che (il suo Stato) è luogo delle peggiori nefandezze che l’essere umano possa immaginare. Eppure costui è venerato da eserciti di credenti. Esiste una succursale in terra che applichi la giustizia divina? No; per cui sarebbe tempo che il suo Dio ne creasse una, anche piccolina e si preoccupasse, alla buon’ora, in nome dell’anzidetta giustizia, di portare la chiesa cattolica a fare ammenda dei suoi peccati mortali e prendere finalmente la via della penitenza e avviarsi verso sentenze di tribunali terreni bisognosi di verità e giustizia (non divina).

Firma dei patti lateranensi
Immagine tratta da http://www.artspecialday.com

Il 7 giugno 1929, entrarono in vigore i Patti Lateranensi, firmati l’11 febbraio dello stesso anno da Mussolini, in nome dello stato fascista e la Santa Sede, retta da Papa Pio XI e negoziati dal cardinale Pietro Gasparri . Nasceva così lo Stato di Città del Vaticano.
Non è più rinviabile la decisione di rivedere in toto questi Patti, ormai desueti e il punto terzo del Concordato, che ancora nel “nuovo” Concordato del 1984, su patti scritti e non scritti, persiste come un male incurabile, il “potere temporale” della Santa Sede. Sarebbe da ripresentare il programma di Cavour, salvo lievissimi aggiustamenti sulla divisione fra Stato e chiesa, ovvero ”più Stato e meno chiesa”. La proposta di Cavour prevedeva una politica ecclesiastica rivoluzionaria per l’Europa del suo tempo. Egli poneva al centro della questione la fine dell’interferenza della chiesa negli affari di Stato (il celebre motto: libera chiesa in libero Stato), libertà religiosa e un insegnamento scolastico più aperto, più “liberale”, con meno vincoli religiosi. Com’è ancora ai giorni nostri: che la Santa Sede tolga finalmente le mani dallo Stato italiano.
Per quanto riguarda il catto-comunismo papista d’Italia, il connubio politico fra comunismo e chiesa ha una lunga storia. In un luogo segreto della Svizzera, c’era stato già nel 1938, un incontro fra due esuli del partito comunista con un monsignore della Curia. Costoro rassicuravano il religioso che i Patti non erano da rivedere; solo il Concordato era in discussione. A parte i successivi accadimenti, nel 1938 i comunisti e la chiesa già mestavano per i propri interessi; loro concordavano tutto, ecco il motivo per cui sapevano già tutto “prima”… degli altri ingenui. (Leggere il Concilio di Verona).

 

1184 – Il Concilio di Verona istituisce L’INQUISIZIONE per gli eretici.

Di tutte le invenzioni della chiesa cattolica, questa è quella più immensamente lontana sia dallo spirito e dalla lettera del vangelo sia da ogni minimo spirito umanitario. Si tratta di una bolla pontificia promulgata da papa Lucio III in occasione del Sinodo o Concilio di Verona appunto nel 1184, nel quale, in un apposito decreto, si prevedeva di combattere senza alcuna pietà l’eresia. Il decreto venne poi ripresentato nel 1215, nel Concilio Lateranense IV. Era sufficiente un semplice sospetto o una spiata per essere messi sotto processo; chi era a conoscenza di un’eresia, anche solo presunta e non la denunciasse, era considerato responsabile e posto anch’egli sotto processo come l’eretico.

Il Concilio di Verona
Immagine tratta da http://cristianesimo.it

Da questa data, per oltre 5 secoli, la storia della chiesa cattolica sarà una storia criminale, fatta di ossessiva ricerca del potere, di intrighi politici ed economici, di stermini, di torture, di roghi, di repressione di ogni atteggiamento di sia pur vaga opposizione, ma soprattutto la religione sarà usata per sfruttare le istintive paure dell’uomo e per sottomettere la gente semplice ed umile.

 

 

 

Qualche ragguaglio sull’accoglienza dei migranti da parte del mecenate mercante di schiavi: il “ Santo Padre Francesco”. Segue un articolo scritto quasi due anni fa ma ancora attuale e in peggioramento.

Migranti, la Cei predica accoglienza (ma la fa a spese dello Stato italiano)

di Giuseppe De Lorenzo , articolo del 07 agosto 2017 uscito su Il Giornale

Oltre 23mila migranti ospitati dalla chiesa, ma solo 4mila sono pagati con fondi ecclesiastici, il 79% lo paga il governo italiano.
Il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, lo ha detto in tutte le salse: bisogna accogliere i migranti. Posizione legittima, per carità. Ma a spese di chi? Già, perché a conti fatti lo slancio caritatevole della Chiesa non lo sostengono le casse del Vaticano, Ma gli italiani.
A documentarlo sono i dati dell’ultimo rapporto della Caritas sulla “Protezione internazionale in Italia”: a giugno 2016, il 17% degli stranieri accolti nel Belpaese erano presi in carico dalla Cei. Mica male. Anche perché di questi 23.201 immigrati che risultano nelle strutture religiose, solo 4.929 mangiano grazie a fondi ecclesiastici o donazioni. I restanti 18.272 (il 79%) la Chiesa li accoglie sì, ma usando i soldi dello Stato.
Difficile fornire una somma precisa. Galantino ad aprile li quantificava in 150 milioni di euro all’anno. Il Def (Documento di economia e finanza) parla invece di 1,8 miliardi dati alle confessioni religiose, principalmente la Chiesa, alla voce “Missione 27”. Capitolo che l’Ufficio bilancio del Senato cita in cima alle spese per l’accoglienza.
A far man bassa di appalti sono le diocesi e la Caritas. L’ente della Cei compare come aggiudicatario in almeno 26 diverse prefetture attraverso le sue diramazioni locali o le fondazioni direttamente controllate. Sondrio, Latina, Pavia, Terni e via dicendo per un importo ben oltre i 30 milioni di euro l’anno. I dati risalgono a tutto il 2016: tra le più ricche la Caritas di Udine, con i suoi 2,7 milioni di euro. Poi la Mondo Nuovo Caritas di La Spezia (1,7 milioni) e infine quella di Firenze (664mila euro). Un capitolo a parte lo merita Cremona, città che ha dato i natali a Monsignor Gian Carlo Perego, direttore Generale di Migrantes (l’ufficio per le migrazioni della Cei). Qui la Chiesa ha fatto bottino pieno: oltre 3 milioni di euro alla diocesi cittadina e 1,6 milioni assegnati alla gemella di Crema. L’attuale vescovo di Ferrara, soprannominato “il prelato dei profughi”, quando guidava la Caritas cremonese lasciò in eredità la cooperativa “Servizi per l’accoglienza” degli immigrati. Coop che ovviamente non si è fatta sfuggire 1,2 milioni di euro di finanziamento nel circuito Cas e altri 2,4 milioni per la rete Sprar 2014/2016 da spartire con altre due associazioni.

Emergenza migranti: stato e chiesa
Immagine tratta da https://www.freeskipper.it

“La Chiesa accolga gratis i migranti”, ha chiesto più volte Matteo Salvini invitando i vescovi a dichiararsi pure ospitali, ma senza pesare sui contribuenti. Parole al vento. E così per capire il variegato mondo cristiano nella gestione dell’immigrazione, bisogna pensare al sistema solare: al centro la Caritas (che di solito si occupa solo di coordinare) e tutt’intorno un’immensa galassia di organizzazioni più o meno collegate. Vicine al sole ruotano decine di cooperative nate in seno alle diocesi e operative su suo mandato. Spiccano tra le altre la Diakonia onlus di Bergamo, che ha incassato 8,1 milioni. Oppure la Intrecci Coop di Milano, con i suoi 1,2 milioni di euro per l’accoglienza straordinaria a Varese. Dove non arriva la curia ci pensano i seminari, le parrocchie, gli ordini religiosi e le fondazioni. Come la “Madonna dei bambini del villaggio del ragazzo”, che l’anno scorso ha festeggiato l’assegnazione di 1,5 milioni di euro.
A poca distanza dal cuore del sistema si posizionano invece centinaia di associazioni che si richiamano a vario titolo alla dottrina sociale della Chiesa. Qualche esempio? Tra un coro dello Zecchino d’Oro e l’altro, la Antoniano onlus di Bologna ha accolto pure un piccolo gruppo di migranti. E con il sottofondo del “Piccolo coro” si è vista liquidare 129mila euro in un anno. Alla faccia di Topo Gigio. E ancora la cooperativa Edu-Care di Torino (2,6 milioni assegnati), la San Benedetto al Porto di Genova (fondata dal prete “rosso” Don Gallo), le Acli e via dicendo. L’elenco è sconfinato.
Papa Francesco l’ha detto chiaramente: “Chi non accoglie non è cristiano e non entrerà nel regno dei cieli”. Molti fedeli si sono adeguati, facendo il possibile per non perdere un posticino in Paradiso. E così si sono attivate pure una lunga serie di grandi cooperative bianche, gli ultimi tasselli che completato il puzzle. Al banchetto caritatevole partecipano tutte, dalle coop citate nelle carte di Mafia Capitale fino ad arrivare alla diffusa rete delle Misericordie d’Italia. La sezione più famosa è quella che gestisce il Cara di Isola di Capo Rizzuto, finito nella bufera con l’accusa di collegamenti con la mafia e trattamenti inumani verso i migranti. Ma le maglie della Venerabile Confraternita sono fitte e le sue affiliate non si fermano in Calabria. Alcune sezioni controllano diversi Cas tra Arezzo, Firenze, Ascoli, Pisa (e non solo). In Toscana l’introito complessivo per il 2016 è succulento: 6,2 milioni di euro. E pensare che nel vademecum dei vescovi c’è scritto che l’ospitalità può essere anche “un gesto gratuito”. Alcuni non devono essersene accorti.
Oggi, i vescovi con il Papa in testa, chiedono pubblicamente perdono per le loro nefandezze come se avessero rubato la cioccolata. Quest’esercito di togati in vesti multicolori, una mascherata propiziatoria giusto in tempo di carnevale, è uno spettacolo pietoso, Costoro, immersi nel loro illimitato potere temporale, terreno, non si rendono nemmeno lontanamente conto di cosa sono colpevoli; colpe quali l’idolatria, le menzogne, le ruberie, le violenze, i tradimenti, il tutto collusi con lo Stato e consumate per millenni.
No! Nessun perdono, non basterà mai la cenere di tutto il mondo per coprire le loro teste.

 

2) Lo Stato della Mafia e la Mafia di o dello Stato

Potentissime (concorrono con la chiesa), non si sa la data della loro nascita, tanto è millenaria, è insita nel DNA italiano, prospera in particolare negli Stati del SUD d’Italia ed è indistruttibile, immortale.

Mafia – Stato
Immagine tratta da https://irmaloredanagalgano.it

Vive anche e soprattutto di finanziamenti pubblici. È come un partito politico, un parassita che si nutre attraverso i diversi governi al potere, di qualsiasi colore essi siano. Sulle Mafie, in superficie, sappiamo tutto o quasi, ma nei secoli non è cambiato nulla, anzi è in continuo sviluppo. La TV esulta e incalza; è stata sgominata un’importante cosca mafiosa! Solo parole vuote, l’uomo non cambia, è corrotto fino al midollo. Si tratta solo di una questione di prezzo, l’abominio a questo punto neppure lo sfiora, purché abbia le tasche ben gonfie, inoltre si sente sicuro perché il “sistema” lo protegge.
Dobbiamo concludere che il sistema mafioso si rigenera in modo autonomo con la filo-genesi??

3) Uno Stato nello Stato: La Magistratura e l’In-giustizia

L’incultura, la disistruzione scolastica sistematica, la censura e il silenzio-strampa sempre più attento a chiudere le porte all’informazione, mantengono, per sistema, buona parte di questo paese allo stato feudale. L’esempio di Trieste è unico per il criminale silenzio su questa bella città ridotta a una discarica di rifiuti dalla politica italiana corrotta che la governa. Due banche venete sono fallite, fine dei prestiti, dei mutui dei fidi, si parla di mille disoccupati. Come si è arrivati e questo?
Ladrocinio, banditismo e delinquenza comune dilagante in un clima di palese impunità, segnano il fallimento della Giustizia e della Magistratura; una Casta ebbra di potere, oramai soggetta a una sorta di arretratezza, come dire, professionale. Un connubio con il partito comunista (PD) che ha condotto per mano l’Italia verso un’irreversibile arretratezza.

L’architrave del potere
Immagine tratta da Il Corriere.it

La Magistratura ha esteso il suo dominio in qualsiasi settore del pubblico e del privato: economia e finanza, enti pubblici amministrativi e politici, istruzione, imprese, banche. Persino la corte costituzionale ne è in qualche modo interessata, essa interagisce con il sistema giudiziario, aspetto di cui ogni giorno ne subiamo le conseguenze. Ora è il turno della cultura e dell’università. Qualche anno fa, in un convegno a Bologna, Sabino Cassese commentava la deriva che stava prendendo il sistema universitario affermando che: «Qui rischiamo che i prossimi professori universitari li decideranno i giudici». La nefasta profezia si è rivelata vera, ma addirittura per difetto. Cassese si riferiva infatti al più che probabile fiume di ricorsi che sarebbero seguiti alla procedura di abilitazione. (cosa che si è puntualmente verificata; della serie: se non si possono più bocciare gli allievi, perché mai si dovrebbero bocciare i professori?). Da alcune considerazioni di Francesco Di Donato, prof. Ord. a Napoli- Fondazione Luigi Einaudi.

Vale la pena un breve commento sulla sporca faccenda Diciotti. Molti buoni italiani si sono chiesti (un po’ in ritardo): allora chi comanda (non governa) in Italia è la Magistratura non il Parlamento. L’anarchia domina il nostro paese; prima il procuratore di Catania, oggi i giudici, poi ci saranno altri, con i comunisti in prima fila: abbattere questo governo a tutti i costi.

Sono decenni che questo accade proprio in Italia; oramai un malato terminale che resiste con false speranze in attesa della fine.

Sulla scuola

Sulla scuola in generale, a partire dal 1962, con il sistema di pianificazione e l’avvento della scuola di massa, venivano emanati nel 1973/74 i “decreti delegati”, con l’esclusione delle università e in pratica lasciati nelle mani di CGIL, CISL, UIL che nel 1972 avevano stretto il patto federativo.
I propositi erano ambiziosi per la scuola ma in breve tempo la sinistra comunista se ne appropriava diventando uno strumento politico lasciato e gestito dai sindacati, che, ben presto, trasformarono le strutture scolastiche in sedi di partito. A tutt’oggi il metodo d’insegnamento è ancora peggiorato e lo costatiamo ogni qualvolta entriamo in una scuola. Il risultato è invero disastroso per l’inconsistenza dell’educazione civica, dell’istruzione e preparazione culturale (via gli esami, nessun bocciato, tutti promossi), che, con l’abolizione della meritocrazia e dello spirito di competizione, ci troviamo di fronte a giovani immaturi, inadatti ad affrontare il mondo del lavoro d’oggi duro, che pretende, che seleziona attentamente capacità e intelligenza, ancor più all’estero.

Qualche tempo fa Ernesto Galli della Loggia, in un editoriale del Corriere della Sera scriveva:  «Dagli anni ottanta i poteri dei ministri sono passati agli esperti, cancellando nei programmi ogni valenza formativa, così che per gli alunni l’insegnamento è stato insignificante… La classe politica del tempo è responsabile di questa “abdicazione”, che ha fatto venir meno l’apporto della scuola pubblica che le forze liberali avevano creato, al tempo dell’unità d’Italia, per sottrarre la formazione dei giovani dall’egemonia fin lì esercitata dalla religione, in particolare dalla “chiesa cattolica”. In mancanza di forti ideali dei partiti, questi stessi, hanno poi finito per lasciare spazio al sindacato, il solo potere che di lì in poi avrebbe dominato la scuola italiana. E dunque, nella grande crisi della politica, che, a partire dagli anni ottanta, ha annunciato e poi accompagnato massicciamente la globalizzazione – con la conseguente ritirata della politica stessa e dello Stato dalla società – l’istruzione è stata la prima trincea ad essere abbandonata».

Vignetta sulla situazione della scuola oggi
Immagine tratta dal Blog del Prof. MASSIMO ROSSI

Legge 4 agosto 1977, n. 517. La legge che ha sancito la fine dell’istruzione scolastica.

“Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica dell’ordinamento scolastico”

(Pubblicata nella G.U. 18 agosto 1977, n. 224)

Restando sull’argomento “scuola” in senso lato; se in quegli anni aveva perso ogni importanza la vera “istruzione”, aveva, al contrario preso forza, un altro tipo d’istruzione; quella alla quale mirava la sinistra politica, che “istruiva”, all’inizio, gli studenti con i principi pseudo-rivoluzionari del PC. Tuttavia molti fattori contribuirono a cambiare il corso degli avvenimenti, già nel giugno del 1975 erano emanati i cosiddetti “Decreti delegati” nelle scuole, una macchina ben oliata dal PC e studiata con astuta preveggenza. Nel giugno del 1976, in prossimità delle elezioni, la situazione sociale era drammatica: il terrorismo nero alimentava la strategia della tensione con sparatorie e stragi (Nel 74’ c’erano state Brescia e l’Italcus, dall’altra seminavano terrore le “Brigate Rosse” con sequestri, assassini e processi sommari). Nelle elezioni del giugno 1976 vinceva ancora la DC ma il PC, con un forte incremento di voti, dovuto al grande apporto dei diciottenni (con la legge del 7 marzo 1975 che abbassava a 18 anni la maggiore età), era sicuro di vincere e la delusione dei suoi militanti era stata cocente, rabbiosa. In breve tempo il suo potente apparato organizzativo si rimetteva in moto; crescevano e proliferavano gruppi e circoli politici di sinistra che si muovevano ben oltre la scuola, che era comunque, la preda più ambita, ossia, coltivare i ragazzi nel seme del comunismo (iniziazione in realtà attiva nelle scuole già nel ’68). Tuttavia alcuni di questi circoli erano in contrasto fra loro; a Torino i “Circoli del Proletariato Giovanile”, in contrasto con “Lotta Continua”, che era incline allo scontro e alla violenza, la “FGCI” ( Federazione Giovanile Comunista Italiana) che era entrata nei Licei. Alcuni di questi circoli, con militanti dalle teste calde che miravano allo scontro e alla violenza, erano in aperto contrasto con la forza governativa che frenava; il PC. La rottura definitiva di alcuni movimenti studenteschi con il PC era avvenuta il 17 febbraio 1977 con la contestazione in un comizio al sindacalista Lama protetto dalla polizia di Stato.

Intanto a fine gennaio 1977, a Torino il movimento studentesco si era già mobilitato contro la circolare Malfatti, che per gli studenti è un progetto che tende ad annullare una serie di conquiste ottenute nel ’69…” Il gruppo coordinatore era il Comitato di Agitazione; un “contenitore” di molti studenti che convivevano pur avendo idee politiche diverse. Secondo i ben informati il movimento universitario, era una sorta “tripartito” politico composto da Lotta Continua, Circoli del Proletariato Giovanile, e Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI).

17/02/1977- Lama contestato dagli studenti a Roma
Immagine tratta da https://www.lametasociale.it

La componente Lotta Continua torinese era ben organizzata, con una politica chiara, determinata, aggressiva e contava un numero notevole di militanti attivi. Accusata da La Stampa e da Rinascita di non avere idee chiare se non essere ben determinati a distruggere l’Università, Lotta Continua rispondeva con un articolo sul suo giornale il 17 gennaio 1977. Lo scritto usciva per puro caso il giorno stesso della contestazione a Lama da parte degli studenti e studentesse de La Sapienza di Roma che manifestavano contro la riforma Malfatti, ma intendevano inoltre spiegare che il movimento aveva altre prospettive ben più motivate sul diffuso disagio sociale. Ecco che il cerchio si allargava, abbracciando ampi contenuti politici, dichiarando la propria autonomia ben oltre la scuola, “…nel senso che gli studenti partecipano alla lotta, a partire dalla propria situazione all’interno e fuori dall’Università e questo costituisce la base irrinunciabile di ogni confronto politico…”

Il 18 marzo 1977 il movimento dei Circoli del Proletariato Giovanile di Torino distribuiva un volantino in cui erano scritti gli obiettivi che il movimento intendeva perseguire e dai quali erano chiare le intenzioni di cosa ci si doveva aspettare:

                 «Noi abbiamo fatto le autoriduzioni nei cinema pagando solo ciò che potevamo e abbiamo deciso di occupare dei locali per trovarci, per discutere, per divertirci, perché non abbiamo ville al mare o in montagna […] I giornali borghesi ci accusano di essere provocatori e violenti per dividerci dagli operai delle fabbriche […] usano i carri armati per fermare i nostri cortei, quando sparano nella schiena del compagno Lorusso, quando si preparano con la complicità astensionistica del PCI a togliere le libertà costituzionali, quando parlano delle nostre sedi come covi pericolosi…»

La lotta per un’università che fosse effettivamente accessibile a tutti e strumento di crescita sociale, politica e culturale dei giovani, doveva necessariamente collegarsi a quella del lavoro.

Il comitato di Agitazione di Palazzo Nuovo di Torino specificava i punti del progetto di riforma dell’università con il quale tutti i partiti avrebbero dovuto confrontarsi. Era tutta una serie di richieste ben documentate in 8 punti, in cui l’ottavo chiedeva: l’elettività di tutti componenti degli organi di governo accademici in un corpo elettorale e presenza maggioritaria degli studenti e del corpo non docente.

 

Nelle proposte del movimento era chiara l’intenzione di unirsi ad altre forme di lotta operaie.

                « Questo movimento esploso così inaspettatamente nelle università, ha legami sotterranei profondi con i nuovi bisogni maturati all’interno della crisi. Quei giornali che parlano tanto del ’68, più che al vecchio movimento studentesco, dovrebbero forse guardare al femminismo e al movimento dei giovani; capirebbero meglio alcune tematiche rispetto al modo di fare politica e di esprimersi di questo movimento. Su questo terreno è  possibile ricercare un rapporto con tutti quei movimenti di massa che si oppongono all’attuale gestione politica e ideologica della crisi capitalistica; dai lavoratori precari, ai giovani che si organizzano contro la miseria, agli operai in lotta per una migliore condizione…»

Nelle università, nei licei e nelle scuole in generale, i movimenti politici si muovevano oramai con un’autonomia sorprendentemente spregiudicata. A Torino, il 4 febbraio 1977, all’Istituto Regina Margherita, gli studenti lavoratori attuavano il blocco delle lezioni per 3 giorni. Il 7 febbraio il preside chiedeva l’intervento della polizia per far entrare i “crumiri”. Per il 14 e il 15 febbraio era indetta una mobilitazione nazionale e il 16 un corteo di 15.000 studenti percorreva il centro della città. Un migliaio di giovani dei Circoli Proletari Giovanili bloccavano le strade intorno la stazione ferroviaria. Si era perso il senso della misura; i manifestanti volevano arrivare alla sede di Comunione e Liberazione e il Comune, che erano presidiati dalla FGCI la quale, con una sorta di servizio d’ordine, intendeva evitare violenze. In quest’occasione si consumava la frattura della FGCI con i Circoli Proletari e i movimenti di massa. Un’assemblea all’università chiudeva la giornata.

Immagine tratta da http://www.oggiscuola.com

Verso fine febbraio e i primi di marzo erano occupati il liceo Einstein, il VII Istituto, il magistrale Gramsci e altri istituti superiori.

La protesta entrava anche nelle fabbriche; cortei e violenze, contraddistinsero il 1977.

Il 19 febbraio gli studenti attuavano il blocco della didattica nelle scuole contro la circolare Malfatti, proseguivano in un confronto con il consiglio di fabbrica della Singer. Il 12 marzo, dopo l’assassinio di Francesco Lorusso a Bologna, in tutta Italia si svolgevano manifestazioni studentesche con scontri violentissimi. A Torino sfilavano in migliaia, anche a Ivrea più di mille studenti marciavano in centro città, portandosi minacciosi davanti ai cancelli della Montefibre e dell’Olivetti: per rompere immediatamente con i fatti l’isolamento in cui il governo delle astensioni (il PC), cerca di chiudere la lotta degli studenti e dei giovani.

Il 1° marzo era convocato un coordinamento degli studenti medi e universitari per dare una risposta alla sparatoria fascista contro gli studenti del liceo Mamiani di Roma e il giorno successivo si formava un corteo di 5000 studenti, fra i quali gruppi dei circoli proletari giovanili. Si dava alle fiamme la sede di Democrazia Nazionale ed era assaltato l’hotel “Suisse”, che sovente aveva ospitato convegni del MSI; nel frattempo c’erano stati altri tentativi di incendiare la sede di Comunione e Liberazione. Duri scontri erano successi fra gruppi della FGCI, Autonomi e giovani dei Circoli, durante i quali era stata ferita gravemente una studentessa dell’ala radicale dei Circoli.

Il 3 marzo era convocato di nuovo il coordinamento operai-studenti per organizzare la manifestazione prevista per il 5 marzo contro il “governo delle astensioni” e il Comitato di agitazione aveva deciso di formare un servizio d’ordine per impedire provocazioni.

Nella realtà dei fatti, il PC si sostituiva alla polizia, con il muto assenso della stessa e a questo punto, scattava l’azione violenta organizzata di circa 250 funzionari del PC, tra i quali, erano stati riconosciuti Giuliano Ferrara, Piero Fassino e parecchi altri. Una vera battaglia seguiva con un nutrito lancio di pietre, intanto, Bruno Mantelli, presente con altri due studenti, vedeva Giuliano Ferrara, proprio lui, che stava scaricando da un’auto manici di piccone mentre gli studenti si  avviavano in corteo verso l’Istituto Tecnico Avogadro per protestare contro l’aggressione. C’erano stati altri tafferugli con una decina di studenti feriti; ancora Bruno Mantelli ricorda che la polizia aveva lasciato «libera una via di deflusso verso l’uscita secondaria di Palazzo Nuovo su via Rossini, lasciando però mano libera a Ferrara di intervenire». Il giornale di “Lotta Continua” dell’8 marzo 1977 pubblicava, come prova, 4 foto in cui si vedeva chiaramente le “mazze” che venivano scaricate da un’auto FIAT in sosta  nei pressi di Palazzo Nuovo, le stesse impugnate dai funzionari del PC governativo nel tentativo di dividere lo schieramento degli studenti. 

I mesi di giugno e luglio furono caratterizzati da altre iniziative dure e provocatorie dei giovani e da studenti vicini all’Autonomia e ai circoli del Proletariato Giovanile che occuparono la mensa universitaria di via Principe Amedeo 47, adiacente a Palazzo Nuovo, chiedendo l’estensione del prezzo politico anche ai precari e ai disoccupati, mentre era riservato solo agli iscritti all’università.

Piero Fassino, parlamentare ex sindaco di Torino che a tutt’oggi pascola nei greggi del PD (exPC); un ex funzionario del PC, ovvero un incapace nullafacente che vive nel partito e di partito.

Giuliano Ferrara, un comunista intelligente che da anni dirige un giornale finanziato dal PC.

Due personaggi oscuri che hanno sempre preso e mai dato.

Nel 1983 (mio figlio frequentava il primo anno all’Einstein a Torino) i vari movimenti studenteschi si erano, in pratica, sgonfiati. Il PC, primo fomentatore di cortei e violenze, li aveva attaccati; abbandonati dai sindacati e dai capi e dirigenti di queste organizzazioni giovanili e movimenti di protesta oramai allo sbando, si erano dileguati. Questi loschi individui erano stati pronti a estraniarsi e darsi alla fuga per altri lidi; gente che aveva vigliaccamente creato un terreno colmo di rovine e poi lasciato ai soli militanti, studenti e altri che avevano, peraltro in buona fede, creduto in una nuova società, in una nuova scuola forse più giusta, più equa.

Il decennio violento 1969/79, dove il PC e la triplice sindacale (che ancora oggi imperversano) ne sono i maggiori responsabili, hanno portato in Italia disastri tali che ancora oggi e in futuro ne pagheremo gli altissimi costi materiali, morali, civili, educativi e la fuga della imprese, che con il tragico e ancora poco chiaro, assassinio di Aldo Moro, hanno aperto una ferita non rimarginabile a questo paese arretrato e illiberale.

a) Fonte per le informazioni e scritti in corsivo tratti dalla tesi di Alberto Pantaloni: “La dissoluzione di Lotta Continua nella Torino della seconda metà degli anni ‘70”. Univerità degli Studi di Firenze. Facoltà di lettere e Filosofia a.a. 2010-2011.

b) “IL PUZZLE MORO” di Giovanni Fasanella – Edizione Chiare Lettere di marzo 2018.

c) “Per una storia della scuola a Torino” a cura di Walter Pucci – Editore SEI Torino.

d) “Storia della scuola” -Dalla scuola al sistema formativo. Di Saverio Santamaita- Edit. Bruno Mondadori 1999.

Inserisco la prima pagina de LA STAMPA di Torino del 05/03/2019 che pubblica, all’interno, un lungo articolo sul programma PD del nuovo segretario signor Zingaretti. In sostanza si tratta di propositi di seconda mano; un rimestare vecchi principi e progetti mai applicati e che oggi “il partito” ripropone attraverso un uomo del PD per i suoi tesserati, non per tutti gli italiani. Un “piatto” riscaldato con il sentore di sola propaganda elettorale.

LA STAMPA, un giornale liberale con una grande storia, precipitato a far da stampella ad altri quotidiani sostenuti dalla facoltosa famiglia della sinistra italiana.

Prima pagina LA STAMPA del 05 marzo 2019

4) Il 4° Stato- La RAI del PD, azienda di sperperi del denaro pubblico

RAI – PD
Immagine tratta da http://www.finanzaonline.com

Potrebbe essere una potentissima macchina produttrice di cultura, arte, musica, canto, ad esempio riproporre seriamente l’operetta, il teatro e un importante supporto di conoscenze per studenti, giovani, ancora una scuola (purtroppo trascurata e negletta) d’artigianato d’arte e di tradizioni locali. Insomma, uno specchio per le bellezze non solo panoramiche del nostro paese ma un viaggio attraverso lo straordinario mosaico di lingue e tradizioni che l’Europa intera ci invidia. Ma per fare bene tutto questo servono uomini e donne con idee, non mercanti di parole vuote, gente che un’ottusa “casta” al comando da oltre un quarantennio ha collocato nei posti giusti solo per obbedire a “manager” allevati nei pollai dell’attuale generazione politica. Finanziamenti e sovvenzioni a pioggia a Enti fantasma, organismi pubblici creati su misura e partecipate che sfuggono dalle maglie degli ancor blandi controlli, se avvengono. Il tutto mirato a ben altro che all’oculatezza e all’efficienza ma un’allegra finanza a spese dei cittadini contribuenti. La RAI conta oltre 1500 “giornalisti” e un vero esercito di parassiti, presentatori mediocri senza il “mestiere”, volgari e parlanti non un buon italiano ma una sottolingua italo-romanesca.
Abbiamo visto (per fortuna nostra), solo a tratti lo scandaloso baccanale sanremese (con vecchie glorie che dovrebbero stare in salamoia), indegno a essere chiamato “festival”. Forse divertente per i soli attori urlanti sul palco e i vari intrattenitori ciarlieri, prodighi di una comicità banale, rumorosa, boccaccesca e volgare. Compartecipi della “festa” presentatori e presentatrici paludate ma dai comportamenti esacerbanti, mancanti di stile, ben lontani da quel savoir faire , accattivante degli indimenticabili Enzo Tortora, Corrado, l’inimitabile uomo dei quiz Buongiorno e l’abilità e il mestiere di Pippo Baudo. Tutti campioni di eleganza, buona educazione e veri padroni della magia del piccolo schermo.

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Sulla nostra Costituzione e sul “Federalismo”

di Carlo Ellena

La Costituzione italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, è sempre stata un problema, per così dire, “costituzionale” per i suoi intendimenti, influenzata com’era in parte, dalla caduta del sistema collettivistico comunista. Tant’è che era stata pensata in un certo senso, come “provvisoria”, appunto per evitare il modello di comunismo integrale. Le opinioni negative di G. Miglio su questo modello, poggiavano su ragioni storiche solide, motivate da una profonda conoscenza del paese. Infatti, egli credeva fermamente e con ragione, che una buona parte degli italiani avessero una vera vocazione per l’economia collettiva e per lo stipendio pubblico assicurato e garantito dalla forza politica che lo portava in dote quale sistema proprio.

Un modello economico imposto dai russi con metodi non proprio pacifici in Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia. Il P.C. era convinto di un passaggio politico pacifico in Italia, proprio per le ragioni suddette e giungere in modo legale al potere, ovvero, senza usare la forza.  Ma G. Miglio aveva un’opinione ben precisa sui “lati oscuri” di questa nostra Costituzione; era convinto che essa fosse stata creata con un doppio senso. Nel suo insieme, si presentava, in modo formale, con una struttura liberal-democratica ma a uno studio più approfondito, conteneva dichiarazioni di principio atte a essere interpretate in modo da aprire le porte al modello collettivo, ossia il comunismo.

Riassumendo i fatti; nell’attesa degli eventi le sinistre compartecipavano ai vari governi, frenando e impedendo lo sviluppo liberal-democratico della Costituzione.

A fronte di maggioranze filo-liberali, è il caso di dire, “all’italiana”, imbelli e corrotte ma protratte nel tempo; il P.C., poi Quercia, Ulivo, P.D. e altre sigle, consolidava con determinazione la sua posizione, occupando i punti chiave dello Stato, delle regioni, province e città, dimenticando, nella corsa al potere, la vera vocazione popolare del partito. Tutto questo colludere immorale, ha avuto costi tali da impoverire e dissanguare il paese. Colpa da imputare ai colpevoli silenzi e l’indifferenza non solo alle sinistre ma a tutte alle altre forze politiche, complici nell’alternarsi di maggioranze ormai fatte sistema. Ai giorni nostri, le due ultime consultazioni popolari, veramente popolari, vale a dire “fatte dal popolo”, hanno dimostrato il fallimento di una classe politica incapace, pericolosa, che peraltro, con un’arroganza senza pari, arringa in parlamento la nuova maggioranza di Governo, rimescolando e mentendo su tutto ciò che loro stessi, in almeno dieci lustri, hanno fatto. Costoro meriterebbero il trattamento riservato da Luigi Einaudi alle sinistre, che, nel maggio del 1947, ne decise l’esclusione e l’allontanamento dal governo.

A quel tempo il precipitare della situazione con il dollaro a 430 lire e poi a 600, per Einaudi era giunto il momento dell’assunzione diretta di responsabilità di governo e assunse l’incarico di ministro del Bilancio con funzione di vice-presidente del consiglio dei ministri. La sua decisa azione, che l’aveva posto in urto anche con grandi potentati economici, ”riuscì in un anno ad arginare l’inflazione e a stabilizzare la lira”. Ma “questo era un campione della libertà economica e dell’ortodossia finanziaria”, oggi, purtroppo, inesistente nel panorama politico.

Ai giorni nostri, aggiungerei d’istituire, a tempo e luogo, una Commissione d’inchiesta per esaminare l’operato dei governi di sinistra nei decenni passati e i silenzi criminali di tutte le altre forze politiche sui perché della fuga dall’Italia della FIAT. La gente deve sapere.

Per l’Italia, il modello “Federale” è giunto oramai all’improrogabile necessità di realizzazione, onde creare una “divisione dei poteri”, che è l’extrema ratio per bloccare, senza tentennamenti, al dilagare della corruttela, del declino e tragico impoverimento del paese. (Frasi in grassetto da”Luigi Einaudi” di G. Marongiu).

Notare il rapido capovolgimento politico illustrato nelle immagini sottostanti.

(Tratto da: TODAY – Foto del 31 gennaio 2018)

Situazione dell’ITALIA politica nel 2004

 

Situazione dell’ITALIA politica nel 2009

 

Situazione dell’ITALIA politica nel 2014

Come mostra la cartina, nel 2014 e con un incremento negli anni successivi (sino al 2016), il dominio del potere rosso nel paese è stato assoluto; d’altra parte lo era da ben oltre quarant’anni occupando, con i suoi uomini, la quasi interezza dell’apparato-servizi dello Stato, scuole pubbliche comprese, ovvero; i dipendenti pubblici di ogni ordine e grado operanti nei comuni del paese.

 

Segue l’articolo originale: Elezioni politiche, la mappa della nuova Italia post voto (Martedì 6 Marzo 2018). Il Mattino tratto da https://www.ilmattino.it/speciale_elezioni/politiche_18/elezioni_mappa_italia_collegi-3589391.html

 I COLLEGI AL SENATO
Nelle Regioni centrali Lega e Forza Italia sono (quasi) senza rivali. Solo in Toscana il Partito democratico mantiene il primato, anche se di poco. Il Movimento 5 Stelle fa il pieno nelle Marche ma è indietro nel Lazio.
I COLLEGI ALLA CAMERA
In Abruzzo e Calabria il centrodestra frena l’avanzata dei grillini. I territori meridionali vanno a M5S, che ottiene il “cappotto” in sei Regioni. Disastro totale per il centrosinistra: resta all’asciutto al di sotto del Lazio.

 

Le immagini parlano da sole; siamo alla resa dei conti e solo oggi iniziamo a pagare i costi salatissimi dei madornali errori commessi. Le sinistre rosse, in combutta con i burocrati di Bruxelles e i sindacati CGIL, CISL, UIL, veri artefici del disastro italiano, hanno causato la fuga e il fallimento di migliaia d’imprese, creando miseria e disoccupazione, con il risultato di portare i cittadini all’esasperazione, poi esplosa con rabbia, nelle votazioni politiche del 4 marzo 2018, le quali hanno ribaltato in toto l’assetto politico del paese. Un vero “caso” senza precedenti nella storia della Repubblica Italiana. Chi ha pagato e paga i costi altissimi del crollo occupazionale, è il settore dell’artigianato, proprio per la ridotta dimensione delle imprese, le prime ad accusare i contraccolpi delle crisi, com’è successo nell’indotto FIAT piemontese.
L’artigianato (il vero termometro dell’imprenditoria), è sempre stato una vocazione per Piemonte, in particolare Torino e provincia, perché forza propulsiva per il lavoro autonomo: scuola di vita, voglia d’indipendenza, di essere imprenditore, stimolo per l’inventiva; forgiare idee, primeggiare, competere; settore nel quale la meritocrazia è dovere per i migliori. Purtroppo, qualità che si stanno perdendo; la prima è l’idea del lavoro quale fonte di benessere; grave colpa è stata il ribaltamento della “concezione” del lavoro, oramai ridotto a fastidiosa necessità e l’insegnamento con sfondi politici inculcati con metodi subdoli per educare e istruire non giovani pensanti ma burattini incapaci, buoni a fare poco o nulla. Questo ha fatto la Scuola per oltre quarant’anni.

Effetti; il trend per l’artigianato, a partire dal 2007, ha segnato un costante calo, sia nella produzione, sia negli occupati, come si può osservare dai grafici sottostanti.

L’assestamento nel 2017 è fisiologico; è l’attesa per le nuove votazioni politiche.

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Italia, timida voglia di autonomia – APPROFONDIMENTO

A seguito del post precedente relativo alla Costituzione Federale, ne riporto un capitolo importante.

I requisiti necessari (di Gianfranco Miglio).

 

Una “vera” Costituzione Federale deve avere i seguenti requisiti. Se non li ha, non è federale (e quindi non produce gli effetti che da essa si attendono, ma crea invece danni incalcolabili).

  1. In primo luogo le regole che seguono devono derivare da un’apposita Costituzione. Non si possono innestare “elementi di federalismo” su di una Costituzione ispirata ad altro modello. La revisione costituzionale deve poi essere soggetta a procedure molto aggravate: discussa e approvata da coloro che detengono il potere nei diversi livelli e dai cittadini di tutte le unità (Cantoni) che compongono la Federazione.
  2. Il potere deve essere diviso sul territorio: nel senso che le funzioni di governo non siano concentrate in un solo fulcro di potere ma divise stabilmente fra almeno due aree. Queste possono essere più di due ma mai meno di due: i soggetti membri della Federazione (Cantoni) e la Federazione stessa. La diffusione del potere nella Costituzione Federale fa sì che in questa non esista alcun “sovrano”. “Sovrano” (secondo la più genuina concezione del costituzionalismo europeo) è soltanto l’ordinamento nel suo complesso. In questo senso i titolari di funzioni pubbliche, sono “partecipi” della sovranità. Ma quest’ultima, nella sua accezione tradizionale e solitaria, viene superata e sostituita, da momenti di decisione funzionale diffusi nell’intera Costituzione.
  3. L’autorità federale non deve essere un potere “superiore” o comunque separato dalle autorità che governano i “Cantoni”: deve nascere dall’assemblaggio dei governi cantonali. La forma di governo più adatta ad una Costituzione Federale, è perciò quella “direttoriale” (come nella Confederazione Elvetica): un Direttorio composto dai vertici stessi dei “Cantoni” e soltanto “guidato” da un Presidente eletto da tutti i cittadini. In tal modo, autorità cantonali ed autorità federale si combinano e si compattano, rendendo immediato il confronto delle decisioni e riducendo il percorso necessario per giungere a queste ultime.
  4. I Cantoni (ordinari e principali, fatto salvo dunque il caso delle Regioni a statuto speciale) non devono essere piccoli. E ciò per tre ragioni: a) per poter gestire efficacemente le vaste esigenze del governo; b) per poter resistere alle lusinghe o alle minacce (pretese “sostitutive”) dell’autorità federale ( come invece non è accaduto in USA ed in Germania); c) per poter formare, con i propri vertici, un Direttorio federale agile e funzionale.
    Una Federazione, costituita da molti piccoli soggetti (Regioni, Lӓnder e così via) è destinata rapidamente a trasformarsi in un sistema centralizzato. Hamilton chiedeva che gli Stati Uniti fossero composti da tanti piccoli “States”, perché pensava che la Federazione fosse lo stadio di transizione verso una Repubblica nazionale centralizzata. E se la Confederazione elvetica è rimasta tale, sebbene composta da ventitré piccoli Cantoni, ciò è accaduto perché questi ultimi sono sorretti e guidati da cittadini, irriducibilmente decisi, per secolare tradizione, a difendere la loro individualità: tutto il contrario delle nostre “Regioni”.
    Una federazione, formata da grossi Cantoni, apre la sola prospettiva possibile a una integrazione europea di tipo anch’essa “federale”: perché un reticolo di contratti (trattati) fra “grandi regioni” (Cantoni) al di sopra dei confini “nazionali”, costituirà il superamento del pluralismo negativo degli “Stati sovrani” oggi ancora imperante.
  5. Mentre in uno Stato unitario e accentrato si tende a comandare con atti d’imperio (provvedimenti e decisioni presi dall’alto), in un sistema federale, a tutti i livelli, si tende a operare con il sistema del contratto, cercando sempre il consenso delle popolazioni coinvolte. In una vera Federazione non c’è posto per l’autorità carismatica di un “demiurgo”, di un “salvatore della patria”, ma soltanto per “decisioni”, le quali vengono prese, dai titolari di pubblico ufficio, dopo che si è negoziato fino al limite del possibile.
    Egualmente non si ricorre alla regola della “maggioranza” per troncare un eventuale contrasto. Perché coloro che si trovano in “minoranza” devono essere convinti prima di dover rinunciare alla loro opzione; verso coloro che sono in minoranza non si deve usare la violenza del numero ma la persuasione del negoziato.In una Federazione non c’è spazio per il principio “gerarchico”: autorità cantonale (e prerogativa municipale) da un lato e autorità federale dall’altro, non costituiscono una “gerarchia” ma sono “parimenti ordinate”. Da qui deriva che il principio di “sussidiarietà” è intimamente opposto allo spirito del federalismo, ed è invece funzionale alla creazione – o alla restaurazione – di un sistema unitario e centralizzato.Sussidiarietà e gerarchia sono sinonimi.
  6. Il punto cruciale di ogni ordinamento federale è l’esistenza di procedure, costituzionalmente organizzate e garantite, che – salvaguardata la competitività implicita del sistema, ed il suo riposare su di un confronto senza fine – producano decisioni normative e governamentali certe e in tempi ragionevolmente brevi. Dopo avere discusso fino in fondo e confrontato le posizioni divergenti, si devono operare scelte non equivoche e per quanto possibile precise. Le istituzioni della Repubblica federale devono attribuire questa responsabilità decisionale a persone e a collegi precisi, situati nei diversi livelli dell’ordinamento.
    Tali procedure controbilanciano il carattere contrattuale, competitivo e aperto del sistema federale. Discutere sempre fino in fondo ma poi, in tempi certi e prestabiliti, decidere.
  7. Un ordinamento federale è alimentato e sorretto da due vocazioni, da due inclinazioni ideali dei suoi cittadini, La prima di queste è un profondo interesse e rispetto per le diversità: per ciò che – sul piano dei costumi, delle tradizioni culturali, dello stile di vita – differenzia le persone e le loro aggregazioni. La pretesa di rendere l’umanità omogenea è profondamente estranea al vero federalista. Perché è un conto battersi affinché i diritti civici e individuali siano estesi a tutti gli uomini e le donne; un conto è invece pretendere che quest’uguaglianza giuridica sia la base per far diventare uniformi ed omogenei tutti i popoli che la natura ha reso – e continua a far diventare – diversi. Così, mentre uno Stato unitario ed accentrato, mira a rendere tutti i cittadini eguali, omogenei e diretti dall’alto, una Costituzione federale è fatta per conservare, tutelare e gestire le diversità.
  8. La seconda vocazione di una convivenza federale è il culto della concorrenza e della competizione. E ciò accade perché esiste una stretta relazione tra federalismo ed economia di mercato. Come tutte le economie “amministrate” e collettive, presuppongono una centralizzazione dei poteri ed una struttura monocratica, così al contrario l’economia di mercato, basata sul pluralismo e sulla libera iniziativa dei soggetti, trova il suo clima congeniale nei sistemi politico-amministrativi federali. Alla competizione dei soggetti economici corrisponde la competizione ed il confronto (incanalato nella Costituzione) fra i soggetti politici della Federazione (Cantoni ed altre unità legittimate).

Se si analizzano le cose con la dovuta attenzione, si deve costatare che tutti i requisiti essenziali per il successo di un moderno sistema federale, finora analizzati, sono già venuti emergendo, “di fatto”- almeno qui in Italia – negli ultimi quarant’anni; e si sono profilati nel contesto della Costituzione del 1948, man mano che questa si andava deformando. Così che l’adozione di una Costituzione federale oggi rappresenta la razionalizzazione e la traduzione in positivo, di tutti i fenomeni negativi e degenerativi che si sono venuti accumulando negli scorsi decenni. Paradossalmente la trasformazione federale è stata preparata dalla decadenza della prima Repubblica.

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