Mese: Novembre 2017

“…NO alle piccole patrie”

Sono parole pronunciate qualche tempo fa del Presidente del parlamento europeo Antonio Tajani (italiano), riferendosi alla Catalogna ma è anche un monito per altri. Un demagogo incapace che vorrebbe risanare l’ambiente e civilizzare l’Africa subsahariana investendo miliardi di Euro europei (da una sua dichiarazione fatta durante la visita a Norcia).

Sono improvvide, quanto sconsiderate dichiarazioni espresse da un uomo che occupa un posto chiave nella politica europea. È incomprensibile come un individuo di tal fatta possa svolgere, in Europa, un ruolo di tale importanza. Incomprensibile per noi, semplici cittadini, ignari di quanto succede in quel misterioso motore d’intrighi che muove ancora a Bruxelles la cavillosa burocrazia europea, oramai lontana dai popoli e dagli intenti dei fondatori della Comunità Europea.

L’attuale Europa si è appropriata ruoli che non ha; non è una federazione, non ha una vera Costituzione, non ha un esercito, non ha la salvaguardia sulla moneta unica, distribuisce molto denaro senza un valido controllo ma soprattutto non tutela la democrazia degli Stati membri, in quanto la stessa democrazia europea ha cambiato pelle trasformandosi in una plutocrazia autoritaria, ed è ciò che succede oggi. Appoggia un mandato di cattura europeo per Carles Pigdemont e i suoi quattro ministri catalani per ribellione, sedizione e malversazione; sono comportamenti spagnoli paritetici al fascismo franchista mai definitivamente debellato. E ancora minacce dell’Europa (con l’Italia in prima linea) all’Austria e Ungheria per un’eventuale chiusura delle frontiere per fermare il flusso degli extracomunitari, un grave problema, questo, che si sta rivelando la chiave della frattura nei rapporti di vari Stati membri con l’U.E. che rimane cieca, sorda e muta.

 

Un po’ di storia della nostra “ patria cita” ( “piccola patria”)

Il 1861, una data fatidica per la realizzazione dell’Unità che ha dato inizio a un rapporto-scontro mai sanato di Torino con il resto d’Italia.

La nostra “patria cita”; così è denominato dai piemontesi il Piemonte è, storicamente, una di quelle “piccole patrie” che oggi ha permesso a quest’uomo (Tajani, sempre lui) e a molti altri del suo livello, che comandano senza saper governare, di sedere su poltrone che mai avrebbero potuto occupare nel Parlamento della monarchia subalpina di quel tempo. Sono uomini di grande spessore quelli che dal 1859 al ’66 posero le basi per l’Unità d’Italia. Eccoli: partendo dall’estrema destra di Solaro della Margarita, Ottavio Revel e Cesare Balbo, a destra, Cavour; Azeglio e Lamarmora al centro; poi a sinistra Rattazzi, Brofferio, Valerio e molti e altri di egual valore. (Quale differenza!)

La difficile e controversa operazione unitaria descritta dall’allora Ministro dei lavori pubblici Stefano Jacini durante il Governo Cavour (1860/61), illustra le fasi critiche dell’avventura.

La chiave era stata il problema del Mezzogiorno e delle annessioni. La politica liberale non prevedeva una larga rappresentanza delle forze popolari; la contraddizione della «precarietà di uno Stato creato dal suffragio universale ottocentesco e di una legge che in un momento di rivoluzione accorda i diritti politici a un ristretto numero di persone». In sostanza lo Stato non poteva sottrarre i diritti politici e i privilegi al ceto più colto e più rivoluzionario del quale aveva estrema necessità. Il problema era stato risolto, in parte, con l’ammissione della legge. Lo Jacini aveva cercato di ammorbidire diplomaticamente la situazione ma inutilmente, il peggio era stato fatto.

I plebisciti (molto ristretti) dal 1860 al 1870, risolsero i problemi enormi delle annessioni ma avevano ignorato le forti tendenze federalistiche e di autonomia che arrivavano non solo dal napoletano ma anche da altre parti d’Italia. All’uopo, per i vari ministri sabaudi e Cavour, che incarnava l’autorità Regia, urgeva realizzare le leggi per creare i gangli vitali dell’amministrazione centrale dello Stato Sabaudo, per cui occorreva comprimere, senza troppi scrupoli, i venti di ogni autonomia. È stata un pretesto risorgimentale, l’unificazione nazionale, nata contro il volere del popolo e voluta intensamente dalla borghesia intellettuale per il proprio progresso economico e politico. È sufficiente osservare la composizione della “Legge elettorale” in Piemonte nel 1848 (residuale dallo Statuto Albertino), ove la Camera rispecchiava la Società Subalpina del tempo, che, con il sistema elettorale fondato sul metodo “uninominale” si era assicurata l’egemonia nel Parlamento e nel paese. Infatti, la prima legislatura risulta composta in prevalenza da liberi professionisti, avvocati, uomini di legge, funzionari di Stato e magistrati, pochi gli ecclesiastici (cinque in tutto), ed una lieve presenza di proprietari di terre  (trenta su 204 deputati). Una visione statuale, uniforme, dai poteri fortemente centralizzati.

Per l’ex regno di Napoli l’annessione è stata una forzatura, poiché l’inviato di Cavour, quale primo Luogotenente a Napoli Farini Luigi Carlo, aveva espresso pareri negativi sui napoletani; inaffidabili, troppo diversi e insofferenti alla disciplina per accettare le rigide regole imposte dai Piemontesi. Ancora il Farini ammatteva che « L’annessione è stata deliberata non per caldezza di affetto nazionale ma per parossismo di due paure; negli uni la paura del ritorno del borbone, negli altri la paura del garibaldismo…». Inoltre molta gente comune, inascoltata, era autonomista e antiunitaria. Tuttavia la determinazione dell’idea unitaria di Cavour e i suoi uomini avevano compiuto il miracolo; alla fine Vittorio Emanuele II diventa Re d’Italia.

Per non creare confusione, bisogna capire il vero significato di “suffragio universale” riferito al periodo storico in cui si parla. Nell’Ottocento il termine “popolo” aveva un contenuto molto vago e impreciso. In generale s’identificava il “popolo” con la nazione stessa tutta, nel senso che si dava un significato “etnico” . Ma il termine “popolo” aveva anche un’altra definizione simile, che divergeva molto dalla prima. In questa seconda interpretazione, s’intendevano indicare le classi sociali medie e inferiori, ossia quelle che lottavano per il riconoscimento della loro esistenza politica contro le classi feudali e i loro privilegi. È anche un’interpretazione di Carlo Cattaneo concernente la struttura politica del suo federalismo.

Il popolo piemontese ha avuto troppi morti per una causa unitaria che gli era stata imposta con la visione di una Torino capitale ma che invece il progetto monarchico, in realtà, l’escludeva; un torto mai sanato. Si costaterà nel tempo il madornale errore fatto dall’autorità Regia, il re, nel costituire un’Unità d’Italia che, nessuno lo vuole ammettere, non è mai realmente esistita.

Ma non è finita per il Piemonte. Nel 21 e 22 settembre del 1864 un colpo gravissimo a sorpresa era stato inferto a Torino e ai torinesi con la notizia del trasferimento della capitale a Firenze.

Un tragico avvenimento che aveva comportato uno sconvolgimento per la città, per la sua economia, per le abitudini e per il prestigio che la città si era guadagnato. Tra i torinesi e il re c’era sempre stato un forte legame ma dopo la sorpresa, la reazione era stata; “Il Re ci ha traditi!”. E non avevano torto.

La protesta dei torinesi in piazza San Carlo aveva avuto costi umani terribili: 55 morti e circa 133 feriti; la gente disarmata di fronte ai soldati schierati che, da pochi metri, sparavano ad altezza uomo. Altri morti da aggiungere alle centinaia di migliaia che questa “piccola patria”, alla conclusione della storia, aveva dato in nome dell’Italia unita.

La “Patria cita” o “piccola patria”, con tutte le sue collaudate, efficienti strutture politiche, amministrative, burocratiche e militari aveva realizzato in circa un decennio (1860/1870); un’Unità che nessuno nell’Italia di quel tempo avrebbe mai saputo e potuto realizzare.

Cavour e tutti gli altri artefici di questo “miracolo” non potevano certo prevedere gli effetti futuri dell’allargamento di questo sistema politico detto a quel tempo “piemontesismo”. Un sistema che è stato tutt’altro che un “miracolo” per Torino e il Piemonte. La visione federalistica cattaneana aveva precorso i tempi di circa un secolo scegliendo la forma di governo più idonea per l’Italia.

Ma questo è tutt’altro discorso.

 

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Trieste e Torino; storia di un declino che, in un certo senso, le unisce

Un dettagliato articolo di Paolo G. Parovel sul giornale LA VOCE DI TRIESTE del 6 novembre, che di seguito pubblichiamo, riassume le tristi vicende della città di Trieste, dell’attuale Free Territory of Trieste, del suo Porto Franco Internazionale e la spogliazione perpetrata nei sessant’anni di amministrazione civile provvisoria del Governo italiano con l’aggressione fiscale e il saccheggio economico.

Prendo spunto dai gravi fatti esposti nell’articolo, per palesare la situazione, non eguale ma simile nel tempo, verificatisi nel Piemonte, in particolare a Torino e la sua provincia.

Torino una Nazione che ha superato i mille anni di storia, era un tempo gloriosa e combattiva. Prima capitale d’Italia, capitale industriale, capitale dell’auto, capitale della moda, capitale del lavoro, capitale delle idee per creare lavoro, capitale dei primati militari e molto altro, oggi, scomparsa dallo scenario di chi produce lavoro e benessere, affonda nel suo declino come una maledizione che la perseguita per un continuus di amministrazioni politiche ottuse e incapaci. Una città in cui gli ultimi rampolli della vecchia borghesia hanno raccolto l’eredità del passato passando indenni attraverso la monarchia, la destra liberale, la repubblica, il socialismo e oggi complici dei comunisti, alimentano ancora un sistema politico che ha portato il Piemonte al fallimento non ancora dichiarato.

Nello scorrere dei decenni si è compiuta la rapina di tutto quanto nutriva il corpo della città quand’era capitale; svuotata dei suoi valori materiali e morali, ridotta a un museo industriale in rovina e in ultimo annientata, trasformata in un’altra capitale dai tristi primati e suburra senza futuro. Capitale delle chiacchiere, dei progetti senza costrutto, dei sogni irrealizzabili e dei grandi fallimenti, oggi si prepara a un altro gigantesco costosissimo bluff; la “Città della salute”, che succederà alla dismissione dei grandi impianti invernali del 2006 e all’incompiuta area Westinghouse, progetti faraonici di centri congressi polifunzionali, di una torre-albergo da 90 metri, un altro centro commerciale e molti altri flop, in una città che si svuota.

È la storia compiuta della nuova Torino catto-comunista e quanto segue sia scolpito nella memoria dei piemontesi e degli italiani.

Segue l’articolo originale: Trieste, il 26 ottobre e gli USA di Paolo G. Parovel (26 ottobre 2017). La Voce di Trieste tratto da http://www.lavoceditrieste.net/2017/10/26/trieste-il-26-ottobre-e-gli-usa/

Trieste, il 26 ottobre e gli USA

  di Paolo G. Parovel

Trieste, 26 ottobre 1954

 

Il 26 ottobre 1954 il primo Governo provvisorio di Stato dell’attuale Free Territory of Trieste affidato ai Governi degli Stati Uniti e del Regno Unito, l’Allied Military Government Free Territory of Trieste – AMG FTT, veniva sostituito nell’amministrazione civile provvisoria dal Governo italiano, secondo un Memorandum d’intesa firmato a Londra il 5 ottobre.

L’amministrazione diretta anglo-americana, efficiente ed onesta, aveva risollevato l’economia di Trieste con un regime fiscale ragionevole e con finanziamenti allo sviluppo economico come il counterpart fund, fondo di contropartita, destinato dagli USA al Free Territory of Trieste ed agli altri Stati europei membri dell’ERP – European Recovery Program, più noto come “piano Marshall”.

I risultati erano buoni perché i 27 anni di occupazione e poi annessione italiana a seguito della prima guerra mondiale non erano riusciti ancora a distruggere la cultura economica e la capacità imprenditoriale della Trieste absburgica nell’industria, nel commercio e sui mari del mondo.

Durante l’amministrazione anglo-americana l’Italia aveva invece finanziato ed armato a Trieste i nazionalisti ed i neofascisti italiani, spendendo somme enormi che li avevano trasformati un gruppo di potere sempre più ricco, arrogante, corrotto e violento.

Il 26 ottobre 1954

Quel 26 ottobre del 1954 la propaganda nazionalista spacciava il cambio di amministrazione provvisoria come “restituzione di Trieste all’Italia” promettendo un futuro radioso per tutti, ed i fotografi e cineoperatori immortalavano una folla enorme di entusiasti e di curiosi che accoglieva le truppe italiane in Piazza Grande e sulle rive.

Ma quella folla era formata, paradossalmente, per buoni due terzi da italiani venuti a Trieste per vedere i triestini che accoglievano gli italiani. La maggioranza dei triestini era scettica o contraria e si era tenuta lontana dalle manifestazioni, mentre il poeta Biagio Marin, benché di parte italiana, scriveva profetico:

«Trieste è felice stasera. Celebra con trasporto la sua futura sventura. Perché tutte le volte che la nostra città si è concessa con sconfinato entusiasmo all’Italia amata, ha sùbito imboccato la triste strada della decadenza. Noi eravamo il gioiello dell’impero di Maria Teresa e il porto dell’Austria, eravamo la rosa profumata degli Asburgo. Con l’Italia saremo un piccolo fondaco gestito in modo sbrigativo dai burocrati e diventeremo una società strozzata e rassegnata di facili guadagni e di indomabili nostalgie. Oggi è cominciato il nostro tramonto.» 

E così è stato, perché il nuovo Governo amministratore mise subito sotto controllo l’economia locale dissanguandola illegalmente con le enormi tasse dello Stato italiano, e rendendola dipendente da finanziamenti pubblici italiani, per i quali Roma continuava in realtà ad utilizzare i fondi americani destinati al Free Territory of Trieste.

Il metodo dell’aggressione fiscale

Io sono uno dei testimoni diretti dell’inizio, quel giorno stesso, dell’aggressione fiscale italiana all’economia del Free Territory of Trieste, e della sua prosecuzione sistematica.

Nel 1954 avevo 10 anni ed miei genitori, Eugenio Parovel e Nerina Widmar, conducevano con successo la nostra agenzia di distribuzione della stampa internazionale con libreria, fondata nel 1882 con sede dietro Piazza Grande, in via del Teatro, filiale ad Istanbul, Istiklal Caddesi 495, e durante la guerra anche a Lubiana.

Di quel 26 ottobre ricordo benissimo due cose: la folla eccitata nella piazza e sulle rive, sotto la pioggia, e l’irruzione brutale immediata della Guardia di Finanza italiana nella nostra agenzia. Mio padre, nato cittadino austriaco a Trieste nel 1900, aveva lavorato anche in Francia, in Belgio, ad Alessandria d’Egitto, a New York, al Brennero e ad Istanbul, ma non aveva mai ricevuto un trattamento simile.

Era un imprenditore onesto ed i finanzieri non trovarono nulla di irregolare, ma l’allora Intendenza di Finanza italiana (l’attuale Agenzia delle Entrate) lo caricò egualmente di tasse così ingiuste ed eccessive da paralizzare l’azienda.

Lui se ne ammalò, ma non si arrese. e riuscì anche a contribuire alla riapertura nel 1957 della Galleria del Tergesteo, proprietà della società Tripcovich del barone Gottfried von Banfield, spostandovi la libreria con nuovi arredi dell’architetto Alessandro Psacaropulo ed una sala d’arte affacciata su Piazza della Borsa e gestita con Piero Florit, dove esponevano Lucio Fontana ed altri autori di fama.

Mio padre morì l’anno dopo, a soli 58 anni, e l’Intendenza di Finanza italiana ci aggredì immediatamente con tasse di successione cinque volte maggiori del dovuto. Ricorremmo alla giustizia tributaria di primo grado, che ci diede ragione, ma l’Intendenza di Finanza, pur sapendo di aver torto, ricorse in secondo grado, dove vincemmo nuovamente. Allora l’Intendenza ricorse ad una Commissione centrale di Roma, che ci dette torto senza consentirci la difesa.

Questa violenza illegale del fisco italiano ci mise in difficoltà tali che avremmo dovuto chiudere se non avessimo avuto l’appoggio dei dipendenti e di due gentiluomini formati nella Trieste austriaca: il barone Banfield ed Ugo Hirn-Irneri, fondatore del Lloyd Adriatico, che non dimenticava di essere stato aiutato dai miei genitori quand’era povero.

Dopo qualche anno dovemmo comunque cedere l’agenzia di distribuzione, e quando negli anni ’80 dovetti cedere anche la libreria il fisco italiano mi impose tasse tre volte maggiori del dovuto, che potei far annullare solo dopo 15 anni di cause legali e danni economici conseguenti.

Sei decenni di saccheggio economico

Dal 1954 l’amministrazione italiana ha applicato questo trattamento per sei decenni a migliaia di imprese di ogni genere e dimensione, vi ha aggiunto il sabotaggio del Porto Franco internazionale, il furto dei Cantieri navali, la chiusura della Borsa valori l’eliminazione graduale di quasi tutte le grandi imprese storiche triestine di terra e di mare. Anche il Lloyd Adriatico è stato venduto, e la Tripovich è stata eliminata con procedure scandalose.

In questo modo Trieste, la Filadelfia d’Europa creata dall’Austria attorno al porto franco con due secoli di immigrazione di imprenditori e lavoratori di più lingue, culture e religioni è divenuta così terra di emigrazione verso altri Paesi europei e verso le Americhe.

Gli effetti di questo saccheggio continuato erano stati coperti per alcuni anni dal boom del commercio di confine con la Jugoslavia e verso l’Est europeo, ma quando è cessata anche quella risorsa esterna Trieste si è trovata di nuovo in piena crisi, aggravata da una classe politica italiana locale sempre più inetta, avida e corrotta.

Il risultato è quello drammatico che stiamo vivendo adesso, con metà popolazione ridotta difficoltà crescenti o già in miseria ed i giovani costretti ancora ad emigrare per tentare di costruirsi un futuro mentre le vie di Trieste sono trasformate in cimiteri di negozi, ed il centro storico è sempre più degradato.

Al posto della nostra agenzia, in via del Teatro oggi c’è una paninoteca mentre la Galleria del Tergesteo, dopo un restauro senz’anima, è stata ridotta da salotto della città ad una gigantesca pizzeria caprese sgangherata e fuori posto, e la banca superstite sta per essere sostituita da una polleria.

Tutto questo, assurdamente nell’unica città d’Europa che ha diritti di Stato sovrano, di Porto Franco internazionale e di centro finanziario indipendente garantiti dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, creati per consentirle di diventare un centro di ricchezza straordinaria per sé e per tutti gli altri Stati.

Il 26 ottobre 1994

Nel 1994, quarant’anni dopo quel 26 settembre del 1954, la Trieste saccheggiata dall’amministrazione provvisoria italiana sopravviveva ai margini della guerra croato-serba che aveva dissolto la Jugoslavia, ed io mi occupavo di analisi per monitorare un’operazione segreta italiana che rischiava di internazionalizzare il focolaio di crisi ex-jugoslavo e di destabilizzare mezza Europa.

Il problema, già sotto osservazione da tempo, consisteva nel fatto che ambienti particolari profondamente infiltrati nelle istituzioni italiane volevano approfittare nella guerra croato-serba organizzando nell’Istria incidenti da attribuire a nazionalisti croati per giustificare un intervento militare “a difesa della minoranza italiana”.

L’opinione pubblica era stata preparata rilanciando come verità storica propagande antipartigiane fasciste e naziste del 1943-45 rielaborate da ambienti noti della destra nazionalista e neofascista italiana. Ma l’appoggio principale proveniva dagli ex-comunisti italiani, ed i collegamenti internazionali dell’operazione arrivavano in Germania e Russia, i due Paesi che assieme all’Italia avevano favorito la dissoluzione violenta della Jugoslavia sabotando i tentativi degli USA di impedirla.

In Italia queste attività politico-militari segrete violavano la Costituzione della Repubblica e la legge 17/1982, ma avevano coperture così forti che la Procura Militare dovette sospendere le indagini già avviate sui responsabili, e la pubblicazione di notizie sui media italiani veniva sistematicamente impedita. Ci provarono il quotidiano Liberazione e Paolo Rumiz sul Piccolo, ma vennero bloccati dopo il primo articolo.

In Slovenia e Croazia se ne poteva invece scrivere sulla stampa, ma i loro Governi non reagivano perché quello sloveno era condizionato da forti influenze italiane, e quello croato era ancora in guerra. L’onere di bloccare anche questa manovra di destabilizzazione ricadeva perciò sugli Stati Uniti, ma nel 1994 Roma tentava ancora di ignorare i loro ammonimenti riservati.

Le propagande revansciste italiane si fondavano principalmente sulla tesi falsa che il Free Territory of Trieste non fosse mai stato costituito, che l’Italia avesse perciò conservato la sovranità su di esso, e che avesse quindi diritto ad esercitarlo sia su Trieste, sia sull’accessoria “Zona B” affidata dal 1954 all’amministrazione del Governo federale jugoslavo ormai estinto, che l’aveva delegata a Slovenia e Croazia.

La questione dell’ex “Zona B” era stata chiusa dalle Nazioni Unite con le Risoluzioni che nel 1992 avevano riconosciuto le nuove Repubbliche indipendenti di Slovenia e di Croazia negli attuali confini a seguito di plebisciti.

Con questa formula sono rimasti intatti i diritti di Stato del Free Territory attuale, formato dalla sua principale ex “Zona A” con la capitale, il Porto Franco internazionale e cinque Comuni minori.

Per scoraggiare del tutto l’operazione revanscista italiana era necessario perciò ricordare con diplomazia ma con fermezza al Governo italiano che su Trieste non esercitava diritti di sovranità, ma soltanto l’amministrazione provvisoria su delega statunitense e britannica.

Così il 26 ottobre 1994 l’ambasciatore degli USA in Italia, Reginald Bartholomew, diplomatico di carriera, indirizzò alla popolazione di Trieste una lettera ufficiale di saluto «nel quarantesimo anniversario del passaggio della città all’amministrazione civile italiana», ricordando i legami storici e di amicizia tra i cittadini di Trieste e gli Stati Uniti d’America, e concludendo con un «augurio di pace e di prosperità per il cammino verso il 2000» LINK.

Il messaggio, nella sua eleganza formale, non era evidente ai profani, ma perfettamente comprensibile ai diplomatici italiani. I quali sapevano benissimo che durante la guerra fredda gli USA avevano evitato di intervenire nella conduzione delle amministrazioni italiana e jugoslava delle due zone del Free Territory of Trieste, ma avevano anche sempre curato di mantenere intatto lo status giuridico indipendente di Trieste e del suo Porto Franco, in attesa del momento strategico favorevole per attivarne le funzioni economiche internazionali.

Il 26 ottobre 2017

Ci sono voluti altri 23 anni, ma oggi, 26 ottobre 2017, quelle condizioni si sono finalmente concretate, con la modifica radicale della situazione politico-strategica dell’Europa centro-orientale e con il raddoppio del Canale di Suez, che consentono l’incremento dei traffici internazionali sugli assi ferroviari Baltico-Adriatico e Transiberiano tramite Vienna-Bratislava ed i porti adriatici nord-orientali di Trieste (Free Territory), Koper (Slovenia) e Rijeka (Croazia).

Vi sono inoltre gli strumenti giuridici per estendere, con intese tra Free Territory, Slovenia e Croazia, zone franche speciali del Porto Franco internazionale di Trieste anche al vicino porto sloveno di Koper ed ai porti croati di Rijeka e di Ploče per lo sviluppo dei traffici con l’Ungheria, la Bosnia-Erzegovina e la Serbia.

Oggi possiamo quindi ricambiare da Trieste quegli auguri del 1994 al nuovo ambasciatore degli Stati Uniti d’America a Roma, Lewis M. Eisenberg, che aggiunge a straordinarie competenze personali nel mondo della finanza internazionale l’esperienza di membro e poi Presidente del Consiglio di amministrazione della Port Authority di New York e del New Jersey, che ha relazioni con il Porto Franco di Trieste dal 1921.

 

 

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